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Valutazione pastorale del film
"La passione di Cristo" di Mel Gibson

(a cura dell' ACEC)

Giudizio

Accettabile / problematico / dibattiti

Tematiche

Gesù

Valutazione Pastorale

Dopo "L'uomo senza volto" (1993) e "Braveheart" (1995), Mel Gibson mette in scena un progetto che meditava da tempo: "Dodici anni fa ho avuto una profonda crisi. In quel periodo di confusione e di dolore ho capito che avevo bisogno di un grande aiuto. Ho trovato conforto rileggendo i vangeli, in particolare la Passione. E' allora che mi è venuta voglia di farne un film". 

La pellicola inizia evocando un passo emblematico di Isaia: "Molti si stupirono di lui tanto era sfigurato per essere d'uomo il suo aspetto... Eppure si é caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori... Era come un agnello condotto al macello" (cfr. Is 54). Citazione che in qualche modo indica la specifica prospettiva del regista, che così si inserisce di fatto nella lunga frequentazione che la settima arte intrattiene con la vicenda di Gesù. Il desiderio di rappresentare il sacro, di dare forma al mistero di Dio rivelato in Gesù non solo è un'aspirazione legittima, ma risponde anche ad un'esigenza della fede cattolica che riconosce nell'incarnazione del Figlio di Dio la rivelazione piena e definitiva del Padre. Da qui scaturirono, nelle varie espressioni artistiche (dalla pittura alla scultura, e assai più tardi nel cinema), modi differenti per rappresentare la vita di Gesù che corrispondono ad altrettante personali interpretazioni di tale vicenda. La molteplicità delle stesse rappresentazioni cinematografiche compongono ormai una sorta di antologia visiva che, mentre contribuisce ad accedere a parte almeno del mistero di Gesù, nel contempo attesta la relatività e la precarietà di qualsiasi interpretazione rispetto alla verità di Gesù. Alla Chiesa stessa non è bastato un vangelo -ne ha infatti ben quattro- e questo, certo, non per debolezza o imprecisione narrativa quanto piuttosto per una necessaria polifonia nel consegnarci la pienezza della verità sulla figura di Gesù. 

E' necessario dunque, per accostarsi a "The Passion", assumere la consapevolezza che il cinema non si incarica primariamente di uno sguardo documentaristico sulla realtà. Anche quando si ispira ad una vicenda storica, il cinema col suo gioco di sguardi e di finzione mette in campo una peculiare forza trasfiguratrice di quella vicenda, a partire dall'immaginazione e, non indifferente, dal modo personale di rileggere quanto sarà rappresentato e dunque dal contesto culturale nel quale l'autore vive (basti pensare ai differenti contesti per film come l'americano 'Jesus Christ Superstar' -1973- di Norman Jewison e l'italiano 'Vangelo secondo Matteo -1964- di Pier Paolo Pasolini). In questo caso Mel Gibson, basandosi sui quattro vangeli, su qualche fonte apocrifa e sugli scritti della mistica tedesca Anna Caterina Emmerick, mette in scena il dramma delle ultime dodici ore della vita di Gesù (ruolo interpretato dal trentatreenne Jim Caviezel), nelle quali la tensione drammatica di quella intera vita trova il proprio compimento. La prospettiva dunque di Gibson non si colloca nell'alveo della classica iconografia di stampo romantico (di cui 'Gesù di Nazareth' -1977- di Franco Zeffirelli é codificazione esemplare) e opta decisamente per un'interpretazione del volto sfigurato di Gesù evocante le rappresentazioni iconografiche del cinquecento e del seicento. 

In questo scenario si spiega il ricorso a due lingue, come l'aramaico e il latino, che pur non potendo avere alcuna valenza documentaristica, conferiscono tuttavia al film una ineludibile intensità. Stratagemma, quello delle lingue, che, unitamente al recupero di alcune varianti della devozione tradizionale, assegna all'opera di Mel Gibson una tensione drammaturgica di grande rilievo. 

La narrazione procede secondo le scansioni classiche della via crucis, dall'incontro con la Veronica alle cadute di Gesù sotto il peso della croce. Dosando inoltre con una certa sapienza l'uso del 'flash back' sull'infanzia di Gesù e più spesso ancora centrando con efficacia sull'ultima cena, il film suggerisce una lettura unitaria della vicenda storica di Gesù, in particolare un'unicità di sguardo sullo stesso mistero di salvezza. Infatti si inscena con raffinata delicatezza il rapporto di Gesù con Maria -straordinaria l'interpretazione di Maia Morgenstern- rapporto che trova il suo culmine nell'abbraccio di pietà della deposizione. Efficace é anche il profilo con cui si evocano i vari personaggi; seppur va segnalato che l'inevitabile processo di schematizzazione dei ruoli non deve condurre a fraintendimenti: ad esempio, la responsabilità della condanna inflitta a Gesù non è di un popolo, ma dell'intera umanità peccatrice, cui peraltro non mancano di rinviare i vari soggetti coinvolti. 

Accanto alle particolari "soggettive" su Gesù, si ricorda l'inquadratura dall'alto situata qualche istante prima della morte sul Calvario, che ad un tratto si trasforma in goccia d'acqua: cadendo vertiginosamente sulla terra accanto alla croce di Gesù, segna l'inizio del terremoto e la rovina del tempio. Una inquadratura che può evocare il pianto di Dio sul figlio Gesù che sta morendo. Allo stesso regista capiterà di affermare: "Il vero messaggio del mio film é il perdono. La lacrima di Dio che piove dal cielo nel momento in cui Gesù muore significa questo". 

Uno degli aspetti che richiede una qualche precisazione é costituito dalla rappresentazione che si fa della violenza su Gesù. "Quello che mi ha sempre colpito della Passione -ammette Mel Gibson- é stata la capacità di Gesù Cristo, diventato uomo, di sottoporsi a una sofferenza indicibile per amore dell'umanità. Non potevo non mostrarla in tutta la sua forza e fin nei particolari. Forse sono le immagini più scioccanti che abbia mai visto in un film, ma dovevo farle vedere". Dinanzi però a sì tanta violenza, enfatizzata non solo da immagini continuamente reiterate ma anche dall'utilizzo del 'rallenty', è il caso di rammentare che la morte di Gesù in croce ci salva non per la quantità del dolore subito -per quanto incalcolabile- ma per il fatto che Gesù ha vissuto l'infamante patibolo e l'immenso supplizio in assoluta fedeltà al Padre e in piena apertura d'amore all'umanità. La prospettiva della risurrezione, che nei Vangeli é la chiave di tutto, non può circoscriversi all'inquadratura conclusiva, in quanto costituisce il codice interpretativo interno dell'intera passione.

Utilizzazione

Il film, utilizzabile nella programmazione ordinaria, richiede adeguate avvertenze in caso di presenza di bambini e ragazzi. E' da auspicare il supporto di una qualche mediazione perché la visione possa risultare la più proficua possibile. Il film si colloca nell'ambito della fruizione culturale ed estetica e comunica una sua forte convinzione religiosa. Può pertanto costituire un'occasione per risvegliare interrogativi sul significato della persona di Gesù e affrontare aspetti della sua vita e missione, che necessitano tuttavia di altri contesti, propriamente catechistici e in senso ampio ecclesiali, per essere colti adeguatamente.

Per un approccio consapevole al film

Gibson: una lettura “romantica” della Passione - di don Matteo Crimella

The Passion - un commento di Rino Cammilleri

Fascinoso, inafferrabile Gesù - di Dario E. Viganò

Rappresentazione iperviolenta della violenza - Intervista a Massimo Giraldi

"Gibson è un regista, non un teologo" - Confronto tra Giuseppe Laras e Gianfranco Ravasi

Le dichiarazioni del regista Mel Gibson

La via crucis sul grande schermo - a cura di Federico Pontiggia

Valutazione pastorale (a cura dell'ACEC)

Parliamone insieme: un dibattito presso l'auditorium

Le proiezioni all'auditorium


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