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La 25a ora - The 25th Hour - di Spike Lee

Monty, spacciatore della Grande Mela, vive una vita agiata, fatta di macchine di lusso e belle donne. Innamoratosi di Naturelle, malgrado i suoi affari vadano a gonfie vele, decide di ritirarsi dal giro del narcotraffico, ma una soffiata rovina i suoi piani. Avrà 24 ore per salutare i suoi amici, la donna che ama, per riconciliarsi con suo padre, prima di decidere se accettare la prigione, suicidarsi o fuggire lontano.

Tratto dal romanzo omonimo di David Benioff.

Edward Norton
Monty Brogan
Regia Spike Lee
Philip Seymour Hoffman
Jakob Elinsky
Musiche Terence Blanchard
Brian Cox
James Brogan
Sceneggiatura David Benioff
Barry Pepper
Franck Slaughtery
Fotografia Rodrigo Prieto
Rosario Dawson
Naturelle Riviera
Scenografia James Chinlund
Anna Paquin
Mary D'Annunzio
Montaggio Barry Alexander Brown

La critica

"Grande ritorno per Spike Lee, cui ultimamente pesava un poco il ruolo di regista ufficiale della causa 'black'. 'La 25a ora' è il suo miglior film dai tempi di 'Clockers', 1995, che peraltro furono in pochi ad apprezzare. (...) Come 'Clockers' e 'Fa' la cosa giusta', 'La 25a ora', che si concede durezze inconsuete di questi tempi (sottolineate da un finto e beffardo happy end), appartiene a questo filone. Con due differenze importanti. La prima è il colore dei protagonisti, tutti bianchi per una volta (con l'eccezione dell'amante del protagonista). La seconda è la struttura narrativa, abbastanza precisa e insieme ariosa per lasciare a tutti i personaggi e a New York, vera protagonista del film, la possibilità di crescere, espandersi, radicarsi con forza nella nostra immaginazione". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 18 aprile 2003)

"Film ben fatto, bello, in certo modo anche terribile nell'immagine che offre della città e dei suoi abitanti, degli Stati Uniti e del presente, della nostra realtà; Edward Norton conferma pienamente il suo carattere di giovane attore molto bravo". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 18 aprile 2003)

"Pregi e difetti sono i soliti dell'autore, tanto che è ormai difficile disgiungerli: felicità nel cogliere la cosa vista e logorrea, folgorazione grottesca e divagazione superflua. Il risultato, stavolta, sembra testimoniare una raggiunta maturità. Anche perché Spike si è staccato dalla tematica razziale, ha capito che neri e bianchi siamo ormai tutti sulla stessa barca". (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 19 aprile 2003)

"Il film non tirerebbe fuori tanta forza dolente, se non fosse ambientato nella New York del dopo 11 settembre. Spike la osserva con uno sguardo inquieto (c'è una scena di 'melting pot' che ne rivela l'isteria collettiva), ma anche pieno di fedeltà e compianto; come dimostrano l'inquadratura iniziale, con i raggi di luce al posto delle due torri, e quelle - dall'alto - sull'immensa ferita di Ground Zero. Il suo è il primo film visto veramente dall'interno della città sotto shock". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 19 aprile 2003)

"Ci sono film che da soli danno senso a un'intera stagione cinematografica. Arrivano al momento giusto e ci parlano del momento ingiusto: quello che il presente consegna alla Storia. Lo fanno con grande fede nelle capacità del cinema di raccontare il mondo attraverso l'arte, e di mettere l'Arte contro il Mondo quando questi si trasforma nel fantasma della sua storta Storia. La '25a ora' di Spike Lee si assume questo compito. (...) 'La 25a ora' è l'ora che non c'è. Questa è l'ora, dice Spike Lee in questo film, della responsabilità etica, dell'assunzione di colpa. Le due colonne di luce che si ergono al posto delle torri gemelle sono i fari abbaglianti a cui l'occhio del presente non può sfuggire e l'America pure, benché sembri farlo così bendata dalla sua stessa cecità". (Dario Zonta, 'l'Unità', 18 aprile 2003)

"Il film ha un prologo che è quasi un cortometraggio, e rimanda per densità e atmosfera al 'Falò della vanità' di Brian De Palma. (...) In un fluire nottambulo, 'La 25a ora' ammalia e rilancia Spike Lee in un cinema dalle grandi ambizioni artistico-produttive, dopo i documentari ('The original king of comedy', 2000), i film-tv ('A Huey P. Newton Story', 2001) e l'episodio anti-Bush nel collettivo 'Ten minute older' (2002). La trama di azzurro elettrico permane allo scadere della notte, e in una sequenza incantata il Ground Zero emerge dall'alto della finestra del brocker, appartamento nella City, vista sulle Torri. Le ruspe scavano sotto la luce dei riflettori e della luna, e continuano quando lo sguardo umano non le inquadra più. La città delle Twin Towers saluta l'uomo che pensava a una vita facile e gli augura un buon ritorno, con il sorriso dei coreani, indiani, africani, russi, ebrei, arabi, gialli, bianchi, neri. Newyorkesi". (Mariuccia Ciotta, 'il Manifesto', 18 aprile 2003)

"Bellissima suite sull'addio diretta dal regista di 'Malcolm X', equilibrata e struggente invocazione davanti alle macerie delle Twin Towers di un moralista afroamericano moderno e coraggioso.(...) E' la cronaca delle ultime 24 ore di libertà di un ex spacciatore (Edward Norton nel grande ruolo della sua carriera) che, rientrato a fare una vita normale, è stato tradito da qualcuno. Ora, con sette anni di detenzione in giudicato, ha davanti a sé una consapevole esperienza di sospensione e rivoluzione della sua vita. Niente può essere come prima dopo l'11 settembre. Da vedere". (Silvio Danese, 'Il giorno', 19 aprile 2003)

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