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A.I. Artificial Intelligence Artificial Intelligence

A.I. Artificial Intelligence di Steven Spielberg

A metà del ventunesimo secolo, l'uomo ha scoperto un nuovo tipo di intelligenza artificiale autocosciente. Questo computer viene utilizzato all'interno di robot antropomorfi, l'ultimo e più perfezionato modello è un androide dalle sembianze di adolescente alle soglie di un viaggio emozionale che lo porterà oltre ogni limite umano per scoprire se e come può essere qualcosa più di una macchina...

L'ultimo film di Steven Spielberg presentato al festival di Venezia

Haley Joel Osment David Swinton Regia Steven Spielberg
William Hurt Jude Law Gigolo Joe Costumi Bob Ringwood
Robin Williams Dr.Know Sceneggiatura Steven Spielberg
Frances O'Connor Monica Swinton Fotografia John Williams
Ason Robards Henry Swinton Janusz Kaminski
Montaggio Michael Kahn
Durata 2h e 25'

Sabato 20 ottobre Ore 21:00
Domenica 21 ottobre Ore 15:00, 18:00 e 21:00

 

Valutazione Pastorale (dal sito dell'Associazione Cattolica Esercenti Cinema - ACEC)

Giudizio: Accettabile, poetico ***

Tematiche: Biogenetica; Famiglia; Metafore del nostro tempo; Tematiche religiose

Ricorda Spielberg: "Negli anni '80 Stanley Kubrick mi raccontò una storia bellissima, che da quel momento mi fu impossibile dimenticare. Un insieme perfetto di scienza e umanità che mi hanno spinto, dopo la sua morte, a raccontarla per lui". "A.I.",come é noto, é il progetto che Kubrick ha tenuto nel cassetto per venti anni, aspettando il momento giusto, e che poi non é riuscito a realizzare. Forse Spielberg, nel ricevere in eredità il soggetto, ha rinunciato a qualcosa di se stesso. Ma certo dove finisce "2001 Odissea nello spazio" comincia "A.I.": parabola di un percorso iniziatico che non può prescindere dalla costruzione di immagini duttili, capaci di valenze affabulatorie, proiezione di quel magma indistinto che la mente costruisce quando sente che sta per smarrirsi. Una fantascienza, o fantafuturo che, come il western o il noir, é luogo metaforico privilegiato per quel cinema che vuole arrivare ai confini del mondo e per farlo sa che il punto di partenza e di arrivo é l'impossibile unione tra ragione e mistero. Devono passare duemila anni, e ansie, dispiaceri, dubbi, prima che David possa trovare conforto e riposo. Duemila anni dall'evento salvifico che ha cambiato il mondo ci portano alla nostra contemporaneità. Spielberg, ebreo attento e sensibile, non ignora che oggi c'é bisogno di una nuova nascita, di ricominciare dall'infanzia, dall'età dell'innocenza. Sul tema del 'ritorno a casa' (già forte in "ET"), Spielberg gioca la carta di una favola inquieta e angosciosa, pronta a chiudersi sulla speranza della comprensione e dell'amore. Il viaggio come fatica, il traguardo come premio sono tappe che Spielberg ci fa attraversare, ponendo interrogativi che ci interpellano sul piano etico, e della ricerca di senso. Un racconto dalle cadenze ampie, che, dal punto di vista pastorale, é da valutare positivamente per i molti spunti che suggerisce: accettabile quindi, e nell'insieme poetico.

Utilizzazione: pur dilatato nella durata (144'), il film si segnala sia per la programmazione ordinaria sia per altre occasioni: anche per un pubblico di giovani, con qualche adeguato contributo di supporto.

La critica

"Ma come osa Spielberg, gran regista, ma pur sempre uomo di commercio, competere con il sommo Stanley Kubrick che per primo tentò di filmare il racconto di Brian Aldiss? Da parte nostra, grazie per aver osato. In non pochi momenti del film, Steven ha fatto il salto qualitativo. La parte centrale, in un'arena da basso impero, non ha niente da invidiare ai fatidici 'notturni' di 'Arancia Meccanica'". (Giorgio Carbone, 'Libero', 6 settembre 2001)

"Favola un po' sadica per bambini, immaginazione di fantafuturo, variazione di Pinocchio. Tratto da un racconto di Brian Aldiss, con una prima parte molto bella, commovente e divertente (per il resto non tanto), con un bravissimo protagonista bambino". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 5 ottobre 2001)

"Favola filosofica, film dell'orrore, cyber-rivisitazione di Pinocchio, profezia amara e grandiosa circa il divenire-macchine del genere umano e molto altro ancora. Il tanto atteso 'A.I. - Intelligenza Artificiale', è una 'summa' in cui Spielberg ripercorre tutto il suo cinema e apre cento nuove porte, ma senza trovare la forza di guardare cosa c'è dietro". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 5 ottobre 2001)

"Diviso in tre atti 'A.I. - Intelligenza Artificiale' è un film bello e struggente, eccessivamente lungo, disomogeneo, reso più imperfetto dal lungo finale ma ricco di folgorazioni, di sequenze straordinarie e di personaggi commoventi. Che si stampano nella memoria per come, in essi, convivono patetismo e fragilità, generosità e coraggio: David per primo, naturalmente, interpretato da quel precocissimo mostro di bravura che si chiama Haley Joel Osment, ma anche il robot-amante Jude Law, capace quanto il suo piccolo compagno di disavventure, di farci dubitare che i 'meccanica' siano molto più umani degli 'orga' ". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 6 ottobre 2001)

"Emozionante come 'E.T.' (ma a un livello più sofisticato), sospeso e terminale come '2001', spettacolare e intimo come 'Incontri ravvicinati', scheggiato come 'Blade Runner' e 'Arancia Meccanica', nel cuore di un tema cruciale percepito dall'odierna sensibilità (fanta)scientifica. Picaresco al massimo livello, visivamente appagante, nel finale diventa un film afflitto da eccesso di senso (l'incontro tra Pinocchio e la mamma). Pareri discordi, ma se parlerà ancora tra cento anni". (Silvio Danese, 'Il giorno', 5 ottobre 2001)

Steven Spielberg

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