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La stanza del figlio

di Nanni Moretti

La stanza del figlio di Nanni Moretti

Sabato 28 aprile Ore 21:00
Domenica 29 aprile Ore 16:00 e 21:00
Martedì 1 maggio Ore 16:00 e 21:00

Lo psicanalista Giovanni vive con la moglie Paola e i figli adolescenti Irene e Andrea ad Ancona; una vita apparentemente imperturbabile. Quando però Andrea muore per un incidente acquatico, il dolore che ne consegue risulta più insanabile del previsto: ognuno dei tre 'superstiti' si chiude in un dolore privato e Giovanni sceglie addirittura di abbandonare la psicanalisi, poiché non riesce più ad agire col distacco necessario.

Quando però nella cassetta della posta Paola trova la lettera di Arianna, una ragazza che vive in un'altra città e ha avuto con Andrea una brevissima parentesi sentimentale al campeggio...

Il film è stato premiato nel 2001 con tre "David di Donatello"  tra cui quello di miglior film e quello di migliore attrice protagonista a  Laura Morante.

Laura Morante Paola Regia Nanni Moretti
Nanni Moretti  Giovanni Sceneggiatura Linda Ferri,
Roberto De Francesco Commesso negozio dischi Heldrun Schleef
Tony Bertorelli Paziente Fotografia Nanni Moretti,
Roberto Nobile Prete Nicola Piovani,
Giuseppe Sanfelice di Monteforte Andrea Giuseppe Lanci
Claudio Santamaria Commesso negozio sub Montaggio Esmeralda Calabria
Silvio Orlando Oscar Scenografia Giancarlo Basili
Stefano Accorsi  Tommaso
Antonio Petrocelli Enrico
Renato Scarpa Preside
Jasmine Trinca Irene Durata 1h 38'

Valutazione Pastorale (dal sito dell'Associazione Cattolica Esercenti Cinema - ACEC)

Giudizio: Accettabile, problematico, dibattiti

Tematiche: Adolescenza; Famiglia - genitori figli; Male; Morte

Nanni Moretti pensava da molto tempo a questa storia. "Mi portavo dentro questo personaggio - ha detto alla conferenza stampa- e attraverso di lui volevo verificare la mia sensazione che il dolore divide, più che unire, le persone che si vogliono bene". Su una famiglia (padre, madre, due figli adolescenti) tranquilla, appagata, soddisfatta cala la sventura di un evento tanto più tragico perché più inatteso: la morte accidentale del figlio diciassettenne in una domenica destinata allo svago e al divertimento fa emergere una realtà fino a quel momento messa da parte ed ora crudamente verificata sulla propria pelle. Il dolore entra nella vita quotidiana dei tre che sono rimasti: ma non é presenza momentanea, é invece quel dolore forte, profondo, costante che non ha fine perché non sai da dove arriva e non capisci dove può portarti. Psicanalista di professione, abituato quindi ad essere al servizio di uomini e donne sui quali il male di vivere assume le forme più impensate, Giovanni diventa un padre, e un uomo, indifeso e vulnerabile, incapace di capire e di reagire. Il dolore, che nella moglie é pianto irrefrenabile e nella figlia rabbia inconsulta, si siede vicino a loro e a poco a poco li fa scontrare, entrare in conflitto. I chiodi che sigillano la bara di Andrea chiudono tutto, Giovanni non vede oltre. Ma poco dopo si scaglia adirato contro le parole evangeliche ascoltate dal sacerdote alla messa che la figlia ha voluto far celebrare. E l'imprevisto apparire di una ragazzina amica del figlio apre inattesi spiragli di cambiamento. "Nel finale - dice Moretti- si ritrova forse una unità di intenti, ma in sospensione, senza certezza". Lucido, raggelato, costruito sui contrappunti dell'alternanza tra la calma dei luoghi (la casa calda e ordinata, la città raccolta) e il disordine interiore, il film diventa il resoconto spiazzante di un'angoscia e insieme il tentativo di superarla. Dal proprio passato di cineasta Moretti tira fuori e fa diventare protagonista quell'inquieto rapportarsi con l'esistenza che, meno evidente nei titoli precedenti, lo aveva fatto definire egoista, egocentrico, irritante. Oggi Moretti non si tira indietro, affronta a viso aperto i problemi più difficili, pone domande di senso, non trova risposte ma resta in ascolto. Dal punto di vista pastorale, siamo di fronte ad un'opera matura, coinvolgente e stimolante, ad un cinema che nel suo stesso 'farsi' é terreno di misura dell'uomo con se stesso, con le proprie capacità, con la possibilità di conoscere il proprio destino. Film accettabile, dunque, sicuramente problematico e molto adatto a dibattiti.

Utilizzazione: il film é da utilizzare in programmazione ordinaria, e da recuperare in molte occasioni come avvio ad una riflessione su temi centrali e per altri versi rimossi dalla cultura contemporanea.

La critica

"A 47 anni Nanni Moretti cambia: fa un film intimista molto drammatico, senza commedia né ironia, senza autobiografia né analisi generazionale, senza politica, senza Italia problematica, insomma senza le caratteristiche che hanno fatto il successo del regista. Semplice, commovente e bello". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 9 marzo 2001)

"Con intensità e lucida disperazione Moretti tiene sempre saldamente in mano il racconto. Magari qua e là il passo rallenta, la tensione cala. Ma il film resta aspro e compatto sino alla commozione: e sono bellissimi (molto morettiani) gli scatti d'ira contro la pigra orazione funebre pronunciata da un prete distratto o contro la banalità rassicurante di certe teorie psicofisiche sulla malattia e la guarigione. (...) Nell'ultima scena (uno strano mattino, dopo una notte in macchina, a Mentone) forse il lutto sarà elaborato; ma ognuno resta solo, trafitto da un raggio di sole." (Claudio Carabba, Sette. 16 marzo 2001).

"Nei film di Moretti non squillano telefonini, e la loro assenza sembra ancora più evidente, come se l'azione non si svolgesse nell'oggi ma in un luogo senza contingenze, senza Tempo, senza Storia. Moretti, 'obbliga' il film a liberarsi dalla cronaca per confrontarsi con i grandi temi che l'esperienza della morte porta con sè: il senso di colpa, la solitudine, l'incapacità a comunicare. In una maniera che sembra molto onesta, il film evita ricatti sentimentali e facili consolazioni trasformando in immagini quel rigore morale che in passato aveva esternato con le parole. E riuscendo per la prima volta a commuovere." (Paolo Mereghetti, Io Donna, 24. marzo, 2001).

"Diviso in due parti, la prima ancora venata d'ironia e più simile agli altri film di Moretti, la seconda, dopo la tragedia, segnata da un dolore e da una maturità nuovi che coinvolgono anzitutto gli interpreti (in testa Moretti e la Morante, bravissima), 'La stanza del figlio' sulle prime può sconcertare. La sobrietà dei mezzi, l'economia di racconto, la capacità di ottenere molto con poco che è da sempre il segreto di Nanni, lo sfrontato pudore con cui scruta i suoi personaggi senza concedersi il minimo 'effetto' (la regia, fatta di tempi più che di spazi, è sapiente quanto invisibile), sono agli antipodi del cinema dominante". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 8 marzo 2001)

"(...) Il problema è che la lentezza di Moretti è esasperante, e il suo minimalismo irritante. Il problema è che avremmo bisogno di un cinema che gridi e non di un cinema che sussurri, di un dolore che ci spalanchi le porte del cielo o dell'inferno e non solo e sempre quelle di in confortevole limbo, che solo a tratti ricorda il purgatorio. E lo ricorda non per il personaggio Moretti, guaritore in crisi ma pronto alle solite fiducie una volta accettata la morte del figlio, ma per i personaggi di Accorsi, De Santis, Orlando ecc. che a lui si affidano. Con una fiducia che non ci si sente ancora di poter condividere. La strada di Moretti è onesta, ma quanto è lunga, e quanto smussata, quanto in pianura!". (Goffredo Fofi, 'Il Messaggero', 8 marzo 2001)

"C'è chi ritrova in 'La stanza del figlio' i tic di Moretti, la sua teiera preferita, la sua raccolta di scarpe sportive, il bicchiere d'acqua, le canzoni italiane, il maglione azzurro, la camicia a quadri. C'è chi ritiene il film totalmente diverso dagli altri suoi, ad episodi ed episodi negli episodi, mentre questo racconta una storia compatta. C'è chi ci vede qualcosa di freudiano, la morte del figlio significherebbe che il Moretti adulto si libera definitivamente, sia pure con grande dolore, della propria adolescenza. E c'è chi persino ci trova qualcosa di sinistra, anche se per farlo bisogna proprio sforzarsi e adorare Moretti, e solo accennata in modo molto trasversale". (Natalia Aspesi, 'la Repubblica', 8 marzo 2001)

"Ci sarà magari qualcosa d'imperfetto in 'La stanza del figlio': forse l'epilogo, un po' troppo imbevuto di un ottimismo della volontà alla Kiarostami. Però è molto raro vedere un film che abbia il coraggio di scavare così a fondo nelle nostre paure, negli affetti, nelle debolezze e nei fantasmi che ci appartengono. Quasi che Moretti ci faccia stendere sul lettino dell'analista poi, scambiandoci i ruoli, ci si adagi lui stesso per confidarci le sue ossessioni". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 10 marzo 2001)

Stefano Accorsi

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