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Fuocoammare

Film vincitore dell'Orso d'Oro al 66 festival di Berlino

Fuocoammare

Sabato 2 aprile 2016 - Ore 21:00

Domenica 3 aprile 2016 - Ore 21:00

Domenica pomeriggio: Kung Fu Panda 3

 - Trailer italiano ufficiale

Nel suo viaggio intorno al mondo per raccontare persone e luoghi invisibili ai più, dopo l'India dei barcaioli (Boatman), il deserto americano dei drop-out (Below Sea Level), il Messico dei killer del narcotraffico (El Sicario - Room 164), la Roma del Grande Raccordo Anulare (Sacro Gra), Gianfranco Rosi è andato a Lampedusa, nell'epicentro del clamore mediatico, per cercare, laddove sembrerebbe non esserci più, l'invisibile e le sue storie. Seguendo il suo metodo di totale immersione, Rosi si è trasferito per più di un anno sull'isola facendo esperienza di cosa vuol dire vivere sul confine più simbolico d'Europa raccontando i diversi destini di chi sull'isola ci abita da sempre, i lampedusani, e chi ci arriva per andare altrove, i migranti. Da questa immersione è nato Fuocoammare. Racconta di Samuele che ha 12 anni, va a scuola, ama tirare con la fionda e andare a caccia. Gli piacciono i giochi di terra, anche se tutto intorno a lui parla del mare e di uomini, donne e bambini che cercano di attraversarlo per raggiungere la sua isola. Ma non è un'isola come le altre, è Lampedusa, approdo negli ultimi 20 anni di migliaia di migranti in cerca di libertà. Samuele e i lampedusani sono i testimoni a volte inconsapevoli, a volte muti, a volte partecipi, di una tra le più grandi tragedie umane dei nostri tempi.

Regia: Gianfranco Rosi

Sceneggiatura: Gianfranco Rosi

Fotografia: Gianfranco Rosi

Montaggio: Jacopo Quadri

Durata: 1 ora e 48 minuti

Il costo del biglietto

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cinematografo.it - Fondazione ente dello spettacolo ****- Realtà e racconto così vicini da confondersi, ancora una volta nel cinema di Rosi. Stavolta nel cuore di Lampedusa, sperando nell'Orso d'Oro (NdR: il film, successivamente alla recensione ha effettivamente vinto il primo premio al festival di Berlino)

Ancora un anno fa la crisi europea dei rifugiati si lasciava associare a una sola parola: Lampedusa. Un anno dopo la crisi ha moltiplicato le vittime e i luoghi del dolore ed è arrivata nel cuore dell’Europa. Anche per questo, per non dimenticare Lampedusa, i volti senza nome dei disperati, ma anche dei tanti eroi italiani impegnati in prima fila, ogni giorno, ancora oggi, a Lampedusa, Gianfranco Rosi porta in concorso a Berlino Fuocoammare.

Il documentario e film di Rosi è uno studio silenzioso sulla vita dei suoi abitanti, una vita semplice, ormai indissolubilmente legata al destino di centinaia di migliaia di migranti che qui, da anni, approdano appena in vita. Ma cosa significa quaotidianità a Lampedusa? Rosi crea un contrasto di grande effetto tra il documentario incentrato sui migranti, le forze di soccosrso, la tragedia quotidiana, frammaneti di volti e destini, e la registrazione piana della piccola vita del bambino Samuele, (irresistibile e bravo Samuele Pucillo) sull’isola. La sua isola. I piccoli gesti familiari di ogni giorno, le corse sugli scogli, la nonna amorevole, le vite dei pescatori al porto, il mare tutt’intorno. Due mondi, certo, di cui uno in permanente stato di emergenza. E l’altro, legato all’illusione di una sicurezza arcaica, nelle cose di ogni giorno.

Rosi, che ha già portato a casa un Leone D’Oro a Venezia col suo altro documentario Sacro GRA nel 2013, afferra ancora una volta il mezzo espressivo che sa muovere con maestria e che porta a momenti di poesia: il racconto filmico senza commento, né prima persona. Solo così gli riesce l’assemblaggio di immagini che alla fine fanno dei suoi lavori un racconto unitario. Fuocoammare non è un documentario perfetto, né un film perfetto. Ma realtà e racconto nei suoi film sono così vicini da confondersi. È questa la qualità principale di Rosi. È così che i suoi film fanno affiorare sulla superficie della realtà le contraddizioni atroci di questi giorni, dietro l’angolo di casa nostra.

È possibile che vinca l’Orso d’Oro Fuocoammare. La nuova Lampedusa, d’altra parte, è la Germania. E Meryl Streep, la prima ad alzarsi ed applaudire, deve averlo capito benissimo. Ma, Orso d’Oro a parte, la breve intervista al medico nel mezzo del film che commenta, la voce che gli affonda in gola, quello che ha visto e fatto in questi anni in prima fila a Lampedusa, è un momento da consegnare alla storia, anche del cinema. (Simone Porrovecchio)

Fuocoammare

La critica

"Bisognerebbe dimenticare il termine «documentario» che sempre più spesso sta diventando sinonimo di «inchiesta» e considerare 'Fuocoammare' per quello che è: un film a tutti gli effetti. Con quello che ne consegue: nessuna tesi da dimostrare, tante cose invece da far vedere. Anche se il campo d'azione del regista Gianfranco Rosi è l'isola di Lampedusa, che la maggior parte degli italiani associa immediatamente al problema degli sbarchi di clandestini, all'accoglienza dei migranti, alle lotte politiche (e alle propagande elettorali) che accedono i titoli dei giornali e i talk show televisivi. No, 'Fuocoammare' (...) è altra cosa, talmente diversa che rischia di spiazzare lo spettatore. (...) l'ingresso nel film del medico con i suoi ricordi strazianti e le immagini apocalittiche dell'abbordaggio da parte della Marina Militare di un barcone alla deriva, con il suo carico di corpi vivi e morti, diventano il percorso coerente e necessario di chi vuole raccontare la realtà di Lampedusa e non sfruttarne l'impatto per far colpo sullo spettatore. Anche i campi d'accoglienza sono filmati con pudore e rispetto. Non c'è mai voyeurismo nelle immagini di Rosi, piuttosto lo sforzo di mostrare quello che occhi troppo «pigri» fingono di non vedere. Grazie a un cinema che si identifica per prima cosa in uno strumento di conoscenza e non di propaganda o di assoluzione e condanna." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 14 febbraio 2016)

"La ricerca dell'invisibile in un luogo al centro del clamore mediatico. II racconto di una delle più grandi tragedie umane del nostro tempo senza dimenticare voci e sguardi sganciati dall'emergenza, dalla morte, dalle tensioni quotidianamente riferite dalla cronaca. Gianfranco Rosi (...) ci apre con 'Fuocoammare' le porte di Lampedusa, confine reale e simbolico di due mondi in rotta di collisione, luogo di salvezza e speranza per centinaia di migliaia di migranti in fuga da guerra e fame. E porta in competizione al Festival di Berlino, nel cuore di un'Europa che erige muri e stende filo spinato, uno dei temi più urgenti degli ultimi mesi, scatenando lunghi applausi sia al termine della proiezione che in conferenza stampa. (...) Rosi restituisce tutto l'orrore di una mattanza senza retorica, gratuite immagini scioccanti, toni enfatici da inchiesta giornalistica. II regista ha tempi e modi tutti suoi per raccontare la realtà e forse il momento più terribile è proprio quello in cui la voce di un migrante attraverso una radio chiede disperatamente aiuto da una barca e poi tace per sempre. Quell'improvviso silenzio è più forte del lamento di chi agonizza, delle lacrime di sangue, del pianto delle donne." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 14 febbraio 2016)

"Per 108 minuti la narrazione di «Fuocoammare» corre su due binari, da una parte la quiete antica degli isolani, abituati a vivere con il mare e con le sue conseguenze, dall'altra le ondate di migranti, gli avvistamenti, gli sbarchi, le visite mediche, la breve euforia dei sopravvissuti, le lacrime, la conta dei morti. Ma i piani, in modi curiosi e imprevedibili, si intrecciano." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 14 febbraio 2016)

Fuocoammare

"Uno dei nostri migliori registi, Rosi, tra i pochi a cui dare fiducia anche quando annuncia di voler confrontarsi con un tema sensibilmente complesso come quello dei migranti sull'isola di Lampedusa, e dunque con le immagini di una realtà che l'urgenza della cronaca ha quasi consumato. Ma 'Fuocoammare' come il titolo di una vecchia canzone, e i ricordi della guerra di una vecchia signora, con l'attualità dei servizi televisivi , le inchieste, i doc «impegnati» non ha nulla a che vedere. Non ci sono «teste» parlanti, interviste, dissertazioni, i racconti delle sofferenze diventano le rime di una ballata rap. E Rosi riesce a filmare quello che non si può filmare, la morte, il dolore, i corpi dei cadaveri coperti nei sacchi che vengono tirati su ogni giorno dai barconi in mezzo al mare, ognuno con le sue storie di cui non si sa ma che in fondo, a quel punto, non sono nemmeno importanti. Lo fa con pudore, e sono i momenti più forti del film, mettendosi dalla parte degli uomini dei soccorsi, quasi a farci guardare quella realtà nei loro occhi e condividerne il sentimento a volte, troppe volte, di impotenza. (...) Però l'isola non è solo questo, ci sono i suoi abitanti, c'è la sua vita, ci sono i gesti della «normalità» di tutti, andare a pesca, a scuola, combattere il maltempo perché sennò non si riesce a tirare le reti e a guadagnare, occuparsi della casa. (...) La linea narrativa si muove su questa alternanza dei due piani di realtà dove in uno, quello degli isolani, il personaggio-guida è Samuele (...). Lo schema è un po' quello del precedente 'Sacro GRA', una sorta di circolarità in uno spazio chiuso, come è quello di un'isola, nel quale ritornano le stesse figure che però non diventano mai con l'eccezione di Samuele, dei personaggi. Rimangono lì, accennati, con qualche ammiccamento all'eterno dna nostrano da commedia all'italiana (...). Ecco, la metafora (parolona per carità) degli occhiali del ragazzino e del suo occhio pigro, (un po' 'The Look of Silence' il magnifico film di Oppenheimer) sembra essere il punto di vista del regista, o almeno il posto che ha scelto per sé nonostante l'invisibilità della sua presenza. (...) Non è moralista Rosi, piuttosto ricerca una tensione morale, ed è quella che gli permette di filmare i migranti dando alle immagini a cui siamo «abituati» una forza e un'evidenza mai vista. (...) anche nelle sue incertezze quella di 'Fuocommare' è una scommessa importante col nostro tempo e con la sua fragilità." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 14 febbraio 2016)

"(...) 'Fuocoammare' è, teoricamente, un documentario. Ma chi conosce il cinema di Gianfranco Rosi sa che la parola è riduttiva. Oggi va di moda la definizione 'cinema della realtà'. A noi, per Rosi, piacerebbe parlare di 'cinema dello sguardo' . Rosi è un occhio che va nei luoghi e riporta a noi spettatori quello che vede. Il suo sguardo - appunto - è forse il più puro in circolazione, libero da ogni lacciuolo teorico o ideologico. A volte incontra storie minime, come nel suo capolavoro 'Below Sea Level' (...); a volte rintraccia personaggi invisibili in luoghi dove tutti passano e nessuno si ferma, come in 'Sacro GRA'; a volte incrocia i drammi del nostro tempo, come in 'El sicario' (...) o in 'Fuocoammare'. (...) bellissimo per come racconta due mondi: l'isola con i suoi abitanti, il traffico umano che la sovrasta. Il senso di Rosi per lo spazio, l'inquadratura, la capacita di ascoltare i propri personaggi è eccezionale; il film è molto più bello e forte di 'Sacro GRA', ha un senso di urgenza più alto, è - come dire? - un'opera indispensabile (...)." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 14 febbraio 2016)

Fuocoammare

"Mentre l'Europa rischia ogni giorno di naufragare sui migranti, il vento di Lampedusa scuote la Berlinale. Le prime reazioni a 'Fuocoammare', il film di Gianfranco Rosi sull'isola siciliana da cui in vent'anni sono passate più di 400.000 persone, sono quasi tutte entusiaste. (...) un film che possiede in pieno le 3 doti fondamentali di ogni grande documentario. Cambiare le nostre idee sul soggetto del film, sul linguaggio che un documentario può usare, e sul suo stesso autore. Per questo niente come il 'cinema della realtà' sembra oggi capace di interrogarsi su un presente assediato e insieme svuotato dai media. Mentre il cinema-cinema guarda volentieri al passato." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 15 febbraio 2016)

"'Fuocoammare' (...) ha la qualità di essere diverso da quello che ci si può aspettare. Usuale approdo di migliaia di profughi africani e mediorientali in fuga dalla miseria e dalle guerre, Lampedusa è stata spesso al centro delle cronache dei Tg e ci pare di conoscerne la realtà. Ma il documentarista Gianfranco Rosi ne mostra un aspetto che i media con il loro occhio «pigro» - metaforicamente il problema da cui è afflitto Samuele, un simpatico bambino del luogo - non sono in grado di cogliere." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 18 febbraio 2016)

"Non è proprio un documentario, ma annoia come se lo fosse. Gianfranco Rosi è recidivo (...)." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 18 febbraio 2016)

"Rosi racconta una delle più grandi tragedie umane del nostro tempo mostrando ciò che resta invisibile all'occhio dei media. Confine reale e simbolico di due mondi in rotta di collisione, l'isola ci viene mostrata attraverso lo sguardo di una ragazzino, Samuele, il cui occhio pigro rimanda alla miopia dell'intera Europa. Mentre la sofferenza entra in scena attraverso l'incapacità del dottor Pietro Bartolo di abituarsi a un'assurda carneficina." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 19 febbraio 2016)

"Non è un documentario. Ma che cos'è oggi un documentario? Chi lo sostiene (anche il regista) è ambiguo. Col piccolo Samuele ci si è messi d'accordo per ricostruire il gioco della fionda. Con la Maria anche, per il sugo. E i primi piani a macchina fissa (congegnati su cavalletto?) della sopravvissuta sulla nave rischiano il mélo. C'è invece uno straordinario occhio documentaristico che ha saputo cercare e cogliere le occasioni come un racconto d'impatto e di impeto, fuori da ogni folclore, togliendo ciò che ci si aspetta. Erompe nella fusion di cinema (dove va il cinema?) la confessione imperdibile del dottor Bartolo direttore Asl. Da vedere." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 19 febbraio 2016)

"Lo stile è quello del cinema diretto: nessuna voce over, nessuna musica. Per più di un anno il regista ha vissuto a Lampedusa, cercando di assimilare il quotidiano di una realtà che al pubblico arriva per lo più in forme superficiali e sensazionalistiche. Come nel film precedente, dal luogo vengono isolati alcuni personaggi e le loro storie, orchestrate poi nel consueto montaggio alternato (di Jacopo Quadri).Tra tutti spicca Samuele (...). Intorno a lui ruotano lo zio, la nonna, e sull'isola altre figure (...). E soprattutto il medico del pronto soccorso (...). La sua confessione davanti alla macchina da presa, ripreso di sbieco davanti al monitor, è un momento altissimo del film, privo di ogni retorica. In una Lampedusa senza sole seguiamo i personaggi, le loro attività, i momenti di pausa, lo scorrere di un tempo quasi da fiaba. Su questo sfondo irrompe la drammaticità degli sbarchi, con le stive piene di corpi, le persone disidratate, i morti. Alla logica sensazionalistica, Rosi contrappone l'affetto minuto per i personaggi. Uno dei vantaggi che il cinema ha sul giornalismo è in effetti quello della vicinanza diretta, del prendersi il proprio tempo e il proprio spazio, andando oltre il reportage. Regista di grande onestà e attenzione, innamorato delle persone e delle loro storie, Rosi pecca semmai di troppo pudore. Il suo racconto, che evita ogni scorciatoia e ogni enfasi, sembra mancare dell'energia decisiva, non trova un'alternativa estetica all'altezza della tragedia che sfiora, uno sguardo nuovo. Ma forse era chiedergli troppo." (Emiliano Morreale, 'L'Espresso', 25 febbraio 2016)

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