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Holy Motors

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Dall'alba alla notte, alcune ore della vita di Mr. Oscar, un essere che viaggia passando da una vita all'altra. Grande imprenditore, assassino, mendicante, creatura mostruosa, padre di famiglia...Oscar sembra interpretare dei ruoli, immergendosi completamente in ognuno di loro - ma dove sono le cineprese? E' solo, accompagnato unicamente da Céline, una donna alta e bionda alla guida della gigantesca macchina che lo trasporta attraverso Parigi e i dintorni. Ma dove sono la sua casa, la sua famiglia, il suo riposo?

Regia: Leos Carax

Interpreti: Denis Lavant, Edith Scob, Eva Mendes, Kylie Minogue, Michel Piccoli, Elise Lhomeau

Fotografia: Yves Cape

Montaggio: Nelly Quettier

Durata: 1 ora e 50 minuti

 Biglietti esselunga Vieni al cinema alla domenica sera - a Casatenovo costa meno Prendi sei e paghi cinque - Tessere a scalare

cinematografo.it - Fondazione ente dello spettacolo ***** Riportare lo sguardo alla bellezza del "gesto cinematografico", dove l'azione è sacra. Il fragoroso ritorno di Leos Carax

Le sperimentazioni di Marey e Demeny (Homme nu, tirant sur une corde del 1892). Stacco. Pubblico in una sala buia. Rumori dallo schermo. Stacco. Una camera da letto: un uomo si sveglia, si alza, incomincia ad osservare il "mondo" intorno a sé, a tastare le pareti. Una porta sconosciuta, nascosta nel muro: l'uomo la oltrepassa e il corridoio lo conduce nella galleria di un cinema. Dall'alto, può osservare la platea, formata da spettatori immobili, con gli occhi chiusi. Un bambino corre in sala, poi un gigantesco molosso attraversa il passaggio.

Stacco.

Leos Carax (l'uomo del prologo, ispirato ad un racconto di Hoffmann) torna a dirigere un lungometraggio (a parte la parentesi del 2008 con l'episodio realizzato per Tokyo!) a tredici anni di distanza dallo sfortunato Pola X. E' un ritorno che porta indietro lo sguardo alla magia delle origini, del "gesto cinematografico" e che riflette - come da titolo - sulla "sacralità" dei "motori", dell'azione: Holy Motors è un'opera in questo senso debordante, apparentemente folle, guidata invece da una lucidità spaventosa. E' un film, questo di Carax, che risponde alla prima urgenza del cinema, ovvero porsi delle domande e contribuire in maniera significativa a far sì che il processo coinvolga anche lo spettatore. Non a caso "immortalato" in quel prologo come fosse cosa morta, addormentata. Holy Motors prova a rianimarlo, a scuoterne la capacità di osservazione e analisi: Denis Lavant - teatrante, circense, attore già diretto da Carax in Boy Meets Girl e Gli amanti del Pont-Neuf - è Monsieur Oscar. Importante banchiere, poi povera mendicante, poi attore su un set in motion capture, di seguito Monsieur Merde (stesso personaggio già visto in Tokyo!, qui alle prese con una modella-statua interpretata da Eva Mendes), padre di un'adolescente, suonatore di fisarmonica, killer e allo stesso tempo vittima di se stesso, anziano morente e, infine, marito e padre che fa ritorno nella propria (?) casa. Ogni "appuntamento" viene raggiunto a bordo di un'imponente limousine, guidata dalla fedele Céline (Edith Scob), camerino mobile in cui Lavant trasforma di volta in volta se stesso.

Alle prime suggestivo e spiazzante (la sequenza della danza e dell'amplesso simulato in "motion capture" è indimenticabile), ironico e volutamente inaccessibile, il film svela a poco a poco se stesso: Lavant continua a prodursi in questa esistenza per la "bellezza del gesto", attore di molteplici vite a loro volta recitate. La domanda che pone il protagonista al misterioso "committente" (Michel Piccoli) è legittima: "Dov'è la macchina da presa?". E quanto rimane, in ciascuno di noi, per dedicare del tempo al vero? Magari 30 minuti, gli stessi che gli concede una malinconica Kylie Minogue negli storici magazzini La Samaritaine di Parigi, dismessi per essere trasformati in un lussuoso hotel.
Un'opera debordante, che ragiona anche sugli eccessi e la finzione dei nostri tempi: per farlo, Carax ci sorprende ancora una volta, spostando definitivamente il centro dell'attenzione sull'assoluto protagonista del film, la limousine. Prima la fa scontrare ad un incrocio con un modello omologo, poi - a fine giornata - la conduce al garage per Holy Motors: macchine fuori dal tempo, simili - come sostiene lo stesso regista - ai vecchi giocattoli "futuristi" del passato, simbolo della fine di un'era. (Valerio Sammarco)

La critica

"Come in 'Cosmopolis' di Don DeLilllo e Cronenberg anche il protagonista di 'Holy Motors' - extravaganza notturna del redivivo Léos Carax, quello degli 'Amanti del Pont-Neuf' che torna a 13 anni da 'Pola X' - viaggia su una limousine bianca dove, come in un camerino, cambia psicologie, trucchi, unghie e connotati per vivere diverse vite randagie ed eccentriche, accudito da una segretaria. Folgorante inizio in una sala di spettatori narcolettici dove l'uomo si fa largo e spacca la parete, va «oltre» come nel finale di «Truman Show». Questo incubo gode a non essere chiaro ma in realtà è un doloroso addio al cinema che giace ormai tutto fuori dal set, il piano reale e virtuale coincidono. Infatti Denis Lavant, alter ego del regista, si agghinda in stile horror per essere nove volte mostruoso (...). Vestito per uccidere, Oscar è l'uomo dai cento volti (Lon Chaney) in disuso, che vuole disorientare e contraddire ogni logica di spazio-tempo: non è importante capire, questo è un film che dovrebbe restare a cuccia nell'inconscio a turbare sonni futuri magari anche per irridere sugli eccessi francesi dei reduci post Nouvelle Vague con finale stile Pixar con le limousine che prima di far la nanna nel garage parlottano tra loro. Il senso? Chissà: visionarietà, mistero della vita, tentare la carta di un David Lynch francese con un gentile cenno di gratitudine ai multipli in cerca d'autore di Pirandello. Quello che manca è un poco d'ordine nel giocare di continuo carte mostruose in un mondo vuoto, dove nessuno ci bada se cambi inconscio a ogni incrocio, senza pigiare mai l'acceleratore, lasciandosi superare dai molti film fast and furious che non hanno un grammo della confusa genialità di Carax che crea cinema anche negandolo." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 6 giugno 2013)

"Grandi ritorni. Dopo 14 anni di esilio riappare Léos Carax, l'ex-ragazzo prodigio di 'Rosso sangue' e 'Gli amanti del Pont-Neuf'. Un anno fa il suo 'Holy Motors' ('Sacri motori', un Ufo fin dal titolo) spaccò in due Cannes. Di qua gli entusiasti, di là gli indifferenti. Fra cui, purtroppo, la giuria guidata da Nanni Moretti che lo ignorò. Anche se c'è più cinema in 'Holy Motors' di quanto ce ne sia nelle intere carriere di registi assai più celebrati. Si comincia in un vecchio cinema dove si aggira ectoplasmatico proprio Carax. È un risveglio, in senso biologico e poetico, ma è soprattutto il prologo di un film-trip cucito addosso alle metamorfosi del protagonista Denis Lavant. (...) il cinema (l'arte, il mondo, l'industria: il laboratorio della motion capture somiglia ironicamente alle fabbriche dell'800) cambia forma di continuo, il passato coesiste col futuro, il materiale con l'immateriale. (...) Ma forse nel mondo di Carax, ormai ci sono solo attori, effetti, simulazioni, e gli unici esseri «veri» sono animali o macchine. Come quelle limousine che scopriremo dotate di vita propria, in una scena da non raccontare. Folle e lucidissimo, discontinuo e geniale, oscuro e smaccato, trapunto di cine-citazioni ma proiettato oltre il cinema e il '900, in un divenire (delle immagini, dei corpi, delle macchine) nel quale è difficile non ritrovarsi. Carax: «Non racconto una storia, ma una vita. L'esperienza di essere in vita». Da vedere e rivedere, per esplorare le mille diverse interpretazioni che suggerisce. Senza che nessuna lo possa esaurire." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 6 giugno 2013)

"Chi è Léos Carax, vero nome Alex Christoph Dupont? Forse una ripasso giova, perché è un autore di cui non si parlava da tempo. Nel 1984, a soli ventiquattro anni, l'opera prima 'Boy Meets Girl' lo aveva imposto nel giudizio della cinefilia internazionale come il nuovo profeta di una rinata Nouvelle Vague, e il successivo 'Rosso sangue' (1986) aveva confermato tanta aspettativa. Ma nel 1991 'Gli amanti del Pont-Neuf', costato una cifra enorme, si era rivelato un insuccesso di critica e di botteghino; e, a un esilio di nove anni, era seguita una ricomparsa assai amara con 'Pola X'. Poi praticamente nulla fino all'attuale 'Holy Motors', presentato con buon riscontro a Cannes 2012. Chi è dunque Léos Carax (anagramma di Alex e Oscar, in omaggio alla mitica statuetta): una promessa mancata o un talento, in ogni senso, raro? 'Holy Motors' potrebbe definirsi una surreale fantasia sul tema delle multiple identità dell'artista, in quanto facitore di forme e sogni nei quali ogni volta corre il rischio di annullarsi. Monsieur Oscar (è Denis Lavant, attore feticcio di Carax sulle cui spalle poggia l'intera storia) attraversa Parigi a bordo di una limousine guidata dalla fidata e matura Celine (la veterana Edith Scob). All'interno l'auto è attrezzata come un camerino in cui l'uomo si cambia di abiti e trucco per recarsi ai suoi appuntamenti in vari luoghi della città, dove ogni volta si comporta secondo un copione scritto (o da lui improvvisato?) su misura per il personaggio di turno: banchiere, donna mendicante, lurido mostro, vecchio morente, vittima, assassino. Oscar potrebbe essere un attore costretto a rimbalzare da un set all'altro, però non ci sono macchine da presa in giro: cosicché la sua personalità resta fantasmatica quanto il film, che si svolge come un gioco di scatole cinesi fino a una conclusione, forse non più reale di quanto la precede. In qualche modo è come se lo schermo fosse al contempo l'impenetrabile rifugio dell'autore e il riflesso dei suoi sogni; e d'altronde anche Oscar girovaga da un'esperienza di vita all'altra (il cinema non fa questo?) nascosto dietro i vetri opachi della sua spettacolare limousine, la quale fa parte integrante del viaggio, di qui la sua 'santità'. Giocato su un registro grottesco intriso di malinconia, 'Holy Motors', a seconda dell'inclinazione dello spettatore, può risultare irritante o affascinante, ma senz'altro possiede un'ossessiva coerenza poetica." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 6 giugno 2013)

"Se un film, passato a Cannes, esce in Italia dopo più di un anno dalla presentazione festivaliera, e se il film è di quelli che hanno fatto parlare e discutere, un film d'autore complesso e misterioso, un film atteso da cinefili e cine-figli (come amava definire Daney, se stesso e la sua compagnia di giro), qualcosa potrebbe essersi perso, se non altro la gioia stessa dell'attesa, diventata tormento e frustrazione. Il film di cui parliamo è l'ormai mitico 'Holy Motors' dell'altrettanto mitico - per i suoi sostenitori - regista francese Léos Carax, che non faceva film da anni, dopo la crisi conseguita da 'Pola X'. Carax lo si ama o lo si odia, ma non si può rimanere certo indifferenti innanzi alle sue visioni e ai suoi sconfinamenti. Esordisce con 'Boy Meets Girl' a solo 24 anni, per poi scandire il tempo del suo cinema con poche opere potenti e disperse, compreso 'Les amants du Pont-Neuf'. A Cannes dell'anno scorso arriva con 'Holy Motors', clamoroso sconfinamento del cinema nel cinema, permeato dal gesto biografico di un autore rimasto nel suo sarcofago per molto tempo. Dalla «tomba» (Carax stesso apre il film in un prologo che dichiara) escono i vampiri del suo cinema. (...) Luoghi, tempi e personaggi del cinema, attraversati e impersonati da un attore cangiante che scende e sale dalla macchina reinventando il mito del cinema." (Dario Zonta, 'L'Unità', 6 giugno 2013)

"Arriva finalmente nelle nostre sale 'Holy Motors' di Léos Carax, presentato allo scorso festival di Cannes è stato subito il colpo di fulmine per tutta la critica sulla Croisette, e la Palma d'oro del cuore, anche se il «verdetto» finale lo ha ignorato (scelta che ha tolto molti punti negli indici di gradimento al presidente Nanni Moretti). Tredici anni dopo 'Pola X' il ragazzo impossibile del cinema francese, che allora aveva promesso di non fare più cinema, ritorna. E pure se nel mezzo c'è stato il cortometraggio 'Merde' - nel film collettivo 'Tokyo!', il cui personaggio, il Signor Merda torna anche qui - ha mantenuto la sua promessa. Perché questo film, una variazione sismica nel sistema delle immagini, è una dichiarazione magnifica e commuovente di addio a un certo modo di fare-cinema a cominciare dal suo, l'infinito visionario di 'Les amants du Pont-Neuf' (91) salvato dall'intervento del governo francese, oggi totalmente impensabile tra rete di formati, logiche della coproduzione, letture obbligate del mondo che governano il sistema cinematografico. Monsieur Oscar, (...) è Denis Lavant, attore di performance totale, e compagno di avventura di Carax dai primi film (...) e nella città Lumière attraversa tutti i generi cinematografici e dell'immaginario. (...) La malinconia è uno sguardo noir (...). Nel grande magazzino parigino sono rimasti solo moncherini di manichini e stucchi che cadono dal soffitto. Pont Neuf è un punto lontano, un salto nel vuoto senza ritorno. La sequenza è emozionante fino alle lacrime: azione e vita, le tracce di un'autobiografia dolorosa, di una reciprocità necessaria. I grandi cineasti non sono tali perché sanno filmare: lo sono soprattutto perché sanno che le cose semplici sono sempre le più belle. Ed ecco dunque il piacere sublime del trucco di Oscar, mostrato nei dettagli all'interno della limousine, la preparazione dell'attore e il suo sfinimento attraverso la fisicità scolpita di Lavant. E intanto è tempo per un'altra storia, un altro film, action movie in stile Hong Kong o mélo sussurrato in un hotel di lusso, si può tutto al cinema no? 'Boy meets girl', c'è sempre un solo inizio, è sempre la stessa storia, infinita e sempre diversa. (...) Un film sul cinema? No, piuttosto «dentro» al cinema, e nella vita. Dalla prima sequenza, con lo stesso Carax sullo schermo che si risveglia e dietro alla porta della sua stanza scopre una sala cinematografica: ci specchiamo nel pubblico con Io sguardo fisso nel vuoto, insensibile a qualsiasi sollecitazione. Dormienti, forse già morti. (...) La nostalgia però non è la materia di Carax, anche se questo film parla della fine del cinema, e dei suoi mezzi, la macchina da presa e il 35 millimetri risucchiati nell'era del digitale, quella «bellezza dello sguardo» che rischia di scomparire o si è già perduta (Michel Piccoli con una voglia di vino in volto). Se fosse solo questo sarebbe solo retorica, un passo falso di adesione a quel sistema. Nella sua meditazione funebre, che unisce l'uomo e la macchina, 'Holy Motors' è invece uno schiaffo ai riti contemporanei, il «fare-cinema», naturalmente, il suo funzionamento e i suoi discorsi. Spostando un po' più in là il limite alle mode culturali, delle superfici lisce e compiacenti, la grandezza di Carax è trasformare la provocazione in pensiero. Nel suo viaggio nella notte - l'autista si chiama Céline, la fantastica Edith Scob - Carax fa esplodere quella libertà dello sguardo negata che è un gesto poetico e politico, il solo possibile (forse) per risvegliare una consapevolezza collettiva. Con tenerezza, umorismo, amore, senso primario di un'estetica che riveli ancora tracce di umano. Si ride molto guardando 'Holy Motor's, e si piange anche, ci si stupisce sentendosi catapultati nell'universo di «vecchi» trucchi in carne e ossa, senza effetti speciali, con la fiducia nell'invenzione. Non è questione di tecnologia non solo almeno, le grosse limousine come le vecchie macchine da presa che saranno sorpassate dai formati digitali. Qualunque mezzo raffinatissimo non vale nulla senza la potenza di un Denis Lavant, e senza il trasformismo della sensibilità e dell'invenzione. Carax non si mette in cattedra, ci conduce in questa sua storia del cinema, dalle origini al digitale, tra fantasmi e passioni con paradossi fantasy, il gusto dell'assurdo che aveva già sperimentato nel corto 'Merde', un sentimento ludico e, soprattutto, il gusto della libertà. Narrativa, di messinscena, visuale, resa possibile anche dal supporto di produttori come Martine Marignac e Maurice Tanchant. Digitale e pellicola a questo punto sono solo l'ennesimo pretesto a cui delegare la fine dell'indipendenza dello sguardo e del cuore, della resistenza alle convenzioni. Si può correggere tutto con la tecnologia, ma l'efficacia di un trucco non fa il cinema, la sua potenza, il campo delle invenzioni che contiene. 'Boy meets girl'. E tutto può essere ancora possibile." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 6 giugno 2013)

"Impossibile fare peggio. Dirige il francese Léos Carax, al settimo film dal 1984. Sempre troppi." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 6 giugno 2013)

I film della stagione 2013 / 2014


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