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Gravity - George Clooney e Sandra Bullock

Gravity

cinerefenrendum 2014

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La dottoressa Ryan affronta il suo primo viaggio spaziale a bordo di uno Shuttle pilotato da Matt che, al contrario, di esperienza di volo ne ha maturata fin troppa ed è al suo ultimo viaggio prima di ritirarsi. Una missione di routine che si trasforma ben presto in un disastro: i due protagonisti, infatti, si ritrovano a fluttuare nello spazio e isolati dalla Terra, con scarse possibilità di essere recuperati, poco ossigeno e tempo in calo per riuscire a trovare un modo per salvarsi.

Regia: Alfonso Cuarón

Interpreti: George Clooney, Sandra Bullock

Sceneggiatura: Alfonso Cuarón, Jonás Cuarón, Rodrigo Garcia

Fotografia: Emmanuel Lubezki

Montaggio:  Alfonso Cuarón

OscarOscarOscarOscarOscarOscarOscar

Miglior regista a Alfonso Cuarón
Miglior fotografia a Emmanuel Lubezki
Miglior montaggio a Alfonso Cuarón e Mark Sanger
Migliori effetti speciali a Tim Webber, Chris Lawrence, David Shirk, Neil Corbould e Nikki Penny
Miglior sonoro a Skip Lievsay, Christopher Benstead, Niv Adiri e Chris Munro
Miglior montaggio sonoro a Glenn Freemantle
Miglior colonna sonora a Steven Price

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cinematografo.it - Fondazione ente dello spettacolo ***** Cuaron apre la Mostra: sci-fi rivoluzionario nella forma, tradizionale nei contenuti. Ottimo compromesso, Fuori concorso

L'attesa attorno al nuovo lavoro di Alfonso Cuaron era enorme. Dopo sette anni di silenzio (I figli degli uomini era stato presentato sempre qui alla Mostra nel 2006, in concorso), il regista messicano tornava a battere un colpo con quella che era stata annunciata come un'autentica impresa cinematografica.

Tre anni di lavorazione (final cut rinviato più volte) per realizzare uno dei film di fantascienza più audaci e sperimentali degli ultimi anni. Tanto che gli esegeti della prima ora avevano già scomodato nomi importanti, Kubrick su tutti.

Diciamolo subito, dal punto di vista tecnico, Gravity non tradisce le attese. Non si ricorda a memoria di cinema, un'esperienza di visione così immersiva e coinvolgente, capace di abbattere la barriera dello schermo e di trascinare "fisicamente" lo spettatore nell'azione.

Sandra Bullock e George Clooney - lodevoli entrambi per la performance atletica prima ancora che drammatica (recitare in assenza di gravità non deve essere stata una passeggiata) - sono due astronauti in balìa del vuoto oceano cosmico, dopo che una pioggia di detriti ha distrutto la loro stazione spaziale: la loro terrificante deriva però è anche la nostra. Fluttuiamo via, verso il nulla siderale, cercando una corda, un pezzo di lamiera, qualunque appiglio che ci tenga in rada, vicini alla terra.

Visione in apnea, amplificata dall'assordante rintocco di respiri dei due naufraghi. Visione in soggettiva, faccia a faccia con le fauci nere dell'universo, pronte ad assorbirci, inghiottirci, e poi nulla. Visione in sospensione, perturbante, perché disancorata dalle coordinate dello spazio e del tempo.

Gravity lancia una sfida allo sguardo, invitandolo a decentrarsi, farsi da parte. E allo spettatore impone di slacciare le cinture e cancellare l'asse cartesiano del proprio dominio prospettico. Siamo privi di bussola, sospinti da una parte e dall'altra, presi nella vertigine di un movimento che non è più dettato dalla traiettoria dell'occhio, ma impresso da forze ineffabili, soggiogato e portato là dove non si può più pre-vedere quel che accade. La condizione di noi spettatori avverte uno smottamento, una perdita di aderenza, che parte dall'occhio e finisce per trascinare l'intero corpo.

Cuaron realizza un altro, impressionante tour-de-force stilistico, apponendovi qui e lì anche la firma (le goccioline di pianto e di sangue che vanno a spiaccicarsi sull'obiettivo, come ne I figli degli uomini). Ma trova fertile collaborazione nel direttore della fotografia, Emmanuel Lubezki, capace di dare un nitore mai visto a immagini in stereoscopia, e di incidere, sezionare, ritmare (più dell'assordante musica), con la pura forza della luce, un'avventura che si sviluppa in continuità (solo 156 inquadrature utilizzate per il film, con piani sequenza lunghissimi).

Il tempo si dilata, diventa epifania, mentre lo spazio (quello tra due punti, abitualmente misurato dall'uomo) si comprime fino - paradossalmente - ad annullarsi.

Là dove Gravity mantiene poco quel che promette è dal punto di vista contenutistico. Ci si aspettava una sterzata più decisa verso la fantascienza metafisica, visti i riferimenti a Kubrick di cui sopra (che lo stesso Alfonso Cuaron ha del resto sollecitato) e l'esile struttura drammaturgica dell'intreccio (due soli personaggi al cospetto dell'infinito). Invece il film sposa una narrazione più classica, hollywoodiana (del resto il progetto è targato Warner), una storia di rinascita (innumerevoli i rimandi visivi al tema del parto), esaltata dall'intensità recitativa della Bullock, con Clooney ridotto al ruolo di (ottima) di spalla.

Ma è indubbiamente la parte meno interessante di un'operazione che, più che dire, doveva mostrare. Tutto il resto è compromesso. Un ottimo compromesso (Gianluca Arnone)

Gravity 

La critica

"Per inaugurare (fuori concorso) la settantesima edizione della Mostra, Barbera ha scelto un film a suo modo «rischioso»: 'Gravity' di Alfonso Cuarón è interpretato da due soli attori, ben presto abbandonati nello spazio alla ricerca disperata di una strada per sopravvivere. I due protagonisti sono il veterano spaziale Matt Kowalsky e la novellina Ryan Stone, cioè George Clooney e Sandra Bullock (...). Una storia che abbiamo già visto mille volte al cinema, l'ultima fuori concorso a Cannes, con Redford alla deriva nell'oceano, in 'All Is Lost'. Hollywood ha costruito buona parte della sua mitologia sull'uomo che fa tesoro delle debolezze per superare i propri limiti, però bisogna dire che Cuarón, che ha firmato la sceneggiatura con il figlio Jonas, sa trarre il meglio dall'incalzare della storia e da un'ambientazione decisamente inedita. (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 29 agosto 2013)

"A testa in giù, con le gambe all'aria, roteanti come pale di un mulino, leggeri come foglie al vento, uniti da un cavo che si tende e si aggroviglia sbatacchiandoli senza pietà, il corpo che si contrae lottando contro l'assenza di peso, di controllo, di direzione. Non si erano mai visti due divi come George Clooney e Sandra Bullock strapazzati come in 'Gravity'. Quasi invisibili, nascosti da tute e caschi spaziali per buona parte del film (Clooney ha una sola scena a volto scoperto), calati dentro due personaggi che sono una somma di archetipi senza precedenti e insieme una metafora flessibile e potente. (...) Il tutto esaltato da un 3D che per una volta non ha nulla di decorativo. Naturalmente si pensa alla fantascienza filosofica di Kubrick, il nome più citato uscendo dal film del messicano Alfonso Cuarón, regista anomalo e sempre spiazzante (...). Ma è in parte una falsa pista. Anzi per certi versi 'Gravity' è l'opposto di '2001'. Non solo per la coloritura ironica dei dialoghi, ma perché è l'orizzonte stesso del film a essere diverso. Kubrick girava nel 1968, all'alba dell'era informatica, e partiva dal divenire umano delle macchine, ovvero dalla possibilità di simulare il cervello (Hal 9000). Cuarón ribalta la prospettiva. Non parte dalla mente ma dal corpo: che ne è del nostro corpo - gambe, braccia, sensi, riflessi - oggi che le macchine sono parte integrante della nostra vita? Che cosa ci succede se a forza di delegare, smaterializzare, implementare, non distinguiamo più alto e basso, vicino e lontano, reale e virtuale? 2001 coglieva nella nascita della tecnica (l'osso che diventava astronave) il punto di non ritorno della specie umana. 'Gravity' è figlio di Google Earth, della finta onnipotenza e della profonda malinconia dei nostri anni. La corsa allo spazio è finita da un pezzo. Oggi è lo spazio (virtuale) che entra in noi, svuotandoci, non viceversa. Siamo noi i pianeti da (ri)conquistare. Anche se «l'alba sul Gange», come dice Clooney, vista da lassù è meravigliosa." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 9 agosto 2013)

Gravity

"'Gravity' funziona, è angosciante e al tempo stesso divertente, e i cascami filosofici che Cuarón e il co-sceneggiatore (suo figlio Jonas) vi hanno disseminato non danno fastidio. George e Sandra sono soli, nel film: più soli di chiunque altro. (...) Terribilmente autentica la sensazione di ciò che (forse...) davvero si prova, in assenza di gravità, in un ambiente dove non c'è più il sopra o il sotto, la destra e la sinistra, ma solo il fuori: un fuori gigantesco e buio, dove perdersi è questione di attimi. Cuarón e Cuarón jr. hanno voluto dare al personaggio di Ryan Stone un passato (...) che dà vita a dialoghi spesso ingombranti. Ma il regista messicano è riuscito a capovolgere il film, a sconvolgere anche drammaturgicamente le nozioni di sopra e sotto, prima e dopo. Invece di usare il genere per approfondire le psicologie dei personaggi - operazione pre-freudiana, alla base di tanto cinema parolaio e noioso - ha usato le psicologie, estremamente basiche, per caricare il genere di adrenalina. Il fatto che Stone e Kowalski siano simpatici, e interpretati da due divi, serve ad acchiappare lo spettatore per la collottola nel momento in cui i due sono assaliti da un pericolo indicibile, assai più pericoloso di qualunque alieno: l'ossigeno che sta per finire, lo spazio nero tutt'intorno, l'impossibilità di smettere di fluttuare, il non veder nulla... che c'è di più spaventoso? 'Gravity' comunica questo pericolo: non è per agorafobi, né per chi soffre di vertigini. Fa stare veramente male. Clooney e Bullock l'hanno girato all'interno di una «light boxe», una scatola di luci che simulava l'assenza di gravità e li costringeva a recitare appesi nel nulla." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 29 agosto 2013)

"'Huston, ho un brutto presentimento': la frase chiave di 'Gravity', il film di Alfonso Cuarón che ha inaugurato fuori concorso la 70ma edizione della Mostra di Venezia, ci fa capire fin dalle prime scene che non si tratterà solo di usare del nastro adesivo per riparare pannelli di controllo in avaria. Il set non è più l'area protetta di un veicolo spaziale, ma è lo spazio profondo, dove non c'è forza di gravità e in quella enorme discarica che è diventato il cosmo si potranno trovare basi spaziali in disarmo e componenti di shuttle distrutte, lanciate in orbita alla velocità di migliaia di chilometri all'ora. (...) Pur con tutte le resistenze al 3D è impossibile non restare affascinati dalla situazione di crescente pericolo quando un bolide in corsa annienta l'astronave e i due si trovano scaraventati nel nulla agganciati solo da quello che sempre più appare come un cordone ombelicale, prolunga che permette la comunicazione, in uno scenario difficile da immaginare, con soluzioni che il pubblico non ha la capacità di suggerire, dove tutto è perduto. (...) Mentre lo sguardo è catturato dai colpi di scena imprevedibili e sempre più incessanti (che dire dei comandi sui pulsanti in cinese?), si fa largo, senza prendere il sopravvento sulla pura avventura, il racconto morale che rimane sotto il controllo dell'ironia e della suspense. La sfida supertecnologica degli apparecchi utilizzati per simulare la mancanza di gravità («la scatola» la chiama Cuarón) grazie al quale è stato ottenuto anche il piano sequenza iniziale di diciassette minuti è decisamente vincente e perfino la minuscola lacrima che diventa una goccia rotonda che si fa strada verso il pubblico in sala perde la sua connotazione di disperazione per diventare sorpresa Al pubblico anche se non ha familiarità con i misteri del cosmo, il film suggerisce che quando le avversità si susseguono e tutto sembra perduto, si possono chiudere gli occhi e abbandonare tutto oppure tenerli ben aperti, continuare a lottare e trovare una soluzione. L'importante è che poi avrai un'altra storia pazzesca da raccontare." (Silvana Silvestri, 'Il Manifesto', 29 agosto 2013)

Gravity

"Lo spazio profondo dice molto della Terra: Russia meglio degli Stati Uniti, Cina meglio della Russia. Considerazioni geopolitiche, catena alimentare stretta sul marketing, perché l'Estremo Oriente è il futuro di Hollywood. Dunque, non è così strano che a decretare questa scaletta umiliante per lo zio Sam sia un film americano, 'Gravity 3D', che ha aperto Fuori concorso la 70esima Mostra del Cinema di Venezia. Lassù è più facile oltrepassare i paletti e pacificare lo scacchiere internazionale in nome della comune umanità e, ben inteso, alla sfiga non si comanda: «Houston we have a problem», e la salvezza non conosce bandiere. Eppure, torna in mente 'Apollo 13': le stelle & strisce vanno in fiamme, mentre il made in China barcolla ma non molla. E i russi? Sparano e innescano un catastrofico domino, manco la Guerra fosse ancora Fredda e lo Scudo Spaziale realtà. Tutto il resto è deriva spaziale, 'dramedy' esistenziale, compromesso tra studio-system (Warner Bros) e autorialità, perché dietro la macchina da presa c'è il virtuoso messicano Alfonso Cuarón ('I figli degli uomini'). A perdersi nel vuoto i divi Sandra Bullock e George Clooney, i prossimi Oscar sono già nel mirino e sacrosanti, almeno per fotografia (Emmanuel Lubezki) ed effetti visivi. (...)questo, crediamo, fosse il film che Cuarón voleva, e ha avuto, seppur con un tot di zavorra: qualche guasconeria di troppo del buon vecchio George, un finale 'for dummies' - leggi, Hollywood - e una storia che elaborando lutto, solitudine e rinascita concede qualcosa all'edificante ed esclude analogie filosofico-kubrickiane. (...)Venezia ha avuto l'apertura che si meritava per i 70 anni: una fantascientifica sinergia tra uomo (regista-autore) e macchina (il sistema cinema americano) da mettere in Mostra. Saranno gli Oscar a dire l'ultima parola, e sinceri auguri alla Bullock, che sfata qualche pregiudizio di troppo. Non tutti: non è più quella di 'Speed' ma non ancora Meryl Streep, e quando si mette ad abbaiare tra le stelle compare lo spettro di 'Boris'. Carolina Crescentini sa di che parliamo: e non solo lei, vero?" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 29 agosto 2013)

"Una drammatica odissea alla deriva nello spazio profondo per raccontare il viaggio della vita di ogni uomo alle prese con pericoli e avversità. 'Gravity' di Alfonso Cuarón inaugura fuori concorso, tra gli applausi della stampa e del pubblico, la 70esima Mostra del Cinema di Venezia spedendo in missione stellare Sandra Bullock e George Clooney, che ieri al Lido sono apparsi in splendida forma." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 29 agosto 2013)

Gravity

"È toccato a un thriller mozzafiato, a un thriller fantascientifico dare il via alla settantesima Mostra del cinema di Venezia, ieri sera. È toccato a 'Gravity' del regista messicano Alfonso Cuarón interpretato dai Premi Oscar George Clooney e Sandra Bullock. Un thriller mozzafiato che trascina gli spettatori nello spazio profondo insieme ai due protagonisti. «Nello spazio la vita è impossibile» ci spiega una didascalia iniziale: e già questo non promette niente di buono. E invece la pellicola inizia quasi in modo scanzonato. (...) una serie di incredibili colpi di scena (tra cui uno geniale che, come si diceva una volta, vale da solo il prezzo del biglietto) che terranno gli spettatori con il fiato letteralmente sospeso." (Andrea Frambosi, 'L'Eco di Bergamo', 29 agosto 2013)

"C'era un'immagine in '2001 Odissea nello spazio' di Stanley Kubrick. Il momento in cui un astronauta si perde nello spazio. Tagliato il cavo di collegamento con l'astronave, è una tuta bianca che fluttua nello spazio nero. E tu, spettatore, sai che per lui è finita. Lanciato nello spazio nero, in via o eterno nell'infinito. Ecco, il film di Alfonso Cuaròn che ha aperto la Mostra del cinema di Venezia, 'Gravity', con George Clooney e Sandra Bullock, parte da lì. Espande quella sensazione per tutto il film. Un film che è un trionfo visuale, non sempre sostenuto da una narrazione originale o imprevedibile. Ma che tuttavia, insieme al suo grande fascino spettacolare, mantiene anche un valore metaforico. Diventa una riflessione sul nostro stare al mondo. E su come affrontare quel fluttuare senza ritorno nello spazio che inevitabilmente, prima o poi, ci è destinato. Tra le altre cose, è il primo film in 3D ad aprire una «Mostra d'arte cinematografica» di Venezia. Qualcosa sta cambiando. Le prime immagini sono di una bellezza ipnotica e astratta: pochissimi tagli di montaggio, mentre vediamo i due astronauti fluttuare nello spazio, in quello che sembra un rallenti eterno. Cuarón fa buon uso del 3D, mostrando o : etti che sfuggono alla loro presa e volano senza controllo, nell'aria, verso di noi. Il direttore della fotografia, lo stesso degli ultimi film di Terrence Malick, sa il fatto suo. (...) Il film (...)rischia di diventare meccanico, una specie di lista di ciò che di peggio ti può accadere se sei nello spazio, da solo, e senza telefono/casa. Sandra Bullock appena riesce a rientrare nell'astronave si mette in shorts, a mostrare il fisico elastico e asciutto, e quando trova un'astronave sovietica o cinese sembra che abbia trovato la Panda prestata dall'amica: si mette a guidarle leggendo il libretto delle istruzioni. Ma il film - a parte questi aspetti vagamente fumettistici - è una riflessione seria, su come affrontare quello che Franco Battiato chiama «lo spavento supremo». E ci dice che, in fondo, dovessimo morire oggi o tra cent'anni, l'unica cosa che possiamo fare è rimboccarci le maniche - o lo scafandro - e provare, comunque sia, a sopravvivere. E, magari, persino a vivere." (Luca Vinci, 'Libero', 29 agosto 2013)

George Clooney

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