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La bella e la bestia

La bella e la bestia

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La Bella e la Bestia è l'adattamento cinematografico di un grande classico della letteratura mondiale. 1810. Dopo il naufragio delle sue navi, un mercante caduto in disgrazia si rifugia in campagna con i suoi sei figli. Tra di loro c’è la più giovane Belle. Durante un faticoso viaggio, il mercante scopre il regno magico della Bestia, il quale lo condannerà a morte per avergli rubato una rosa, destinata proprio a Belle. Sentendosi responsabile della terribile sorte che si abbatte sulla sua famiglia, Belle decide si sacrificarsi al posto del padre. Al castello della Bestia, però, non è la morte che attende Belle, bensì una vita dolorosa, dove si uniscono momenti di magia, allegria e malinconia. Ogni sera, all’ora di cena, Belle e la Bestia s’incontrano. Imparano a conoscersi come due estranei diversi in tutto: mentre la Bestia deve respingere i suoi slanci amorosi, Belle tenta di svelare i suoi misteri e del suo regno. Una volta calata la notte, però, dei sogni le rivelano poco a poco il passato della Bestia. Una storia tragica, che le fa comprendere come questo feroce essere solitario fosse un tempo un maestoso principe. Armata del suo coraggio, lottando contro i pericoli e aprendo il suo cuore, Belle riuscirà a liberare la Bestia dalla maledizione, trovando, così, il vero amore.

Regia: Christophe Gans

Interpreti: Léa Seydoux, Vincent Cassel, André Dussollier, Eduardo Noriega, Myriam Charleins, Sara Giraudeau, Audrey Lamy, Jonathan Demurger, Yvonne Catterfeld

Sceneggiatura: Christophe Gans

Fotografia: Christophe Beaucarne

Montaggio: Sébastien Prangère

Musiche: Pierre Adenot

Durata: 1 ora e 50 minuti

 Biglietti esselunga Vieni al cinema alla domenica sera - a Casatenovo costa meno Prendi sei e paghi cinque - Tessere a scalare

Valutazione Pastorale (dal sito della CNVF della Conferenza Episcopale Italiana)

Giudizio: consigliabile, semplice

Tematiche: Avventura; Famiglia - genitori figli; Letteratura

"La bella e la bestia" è da tempo diventato quello che si definisce un "classico" della letteratura mondiale. Opere e racconti di varia forma hanno creato il successo letterario tra '700 e '800. Nel ventesimo secolo sono arrivate le versioni cinematografiche, quella firmata da Jean Cocteau (1946) e, soprattutto, il cartone animato col marchio Walt Disney nel 1991 (premio Oscar 1992 per la migliore canzone). Ecco ora una nuova produzione francese, la prima di questo Millennio, quasi a riprendere le fila di un discorso interrotto dal successo planetario del prodotto Disney. L'adattamento ha indubbi meriti sotto il profilo visivo e formale, costruisce bene luoghi e atmosfere, coinvolge per l'obiettivo di muoversi in quegli stretti spazi nei quali l'assenza di agganci storici trova un surrogato nell'idea della favola assoluta: è così, è tutto inventato, ciascuno metta un nome e un volto dietro la maschera della bestia, e il gioco è fatto. Meno riuscito è lo sviluppo narrativo. La regia di Gans, già autore del non memorabile "Il patto dei lupi", sceglie un montaggio che confonde le idee e toglie sentimentalismo. Restano una certa emozione e il piacere di partecipare ancora una volta alle disavventure di Bella. Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come consigliabile e nell'insieme semplice.

Utilizzazione: il film è da utilizzare in programmazione ordinaria e in successive occasioni come spettacolo ben fatto e di immediata fruizione per ragazzi e famiglie.

La bella e la bestia

cinematografo.it - Fondazione ente dello spettacolo ***** Vincent Cassel e Léa Seydoux in un adattamento della fiaba tanto sontuoso quanto inutile

Per salvare la vita al padre (André Dussollier), reo di aver colto una rosa nell'altrui giardino, una procace ragazza (Léa Seydoux) si offre al misterioso padrone di un castello (Vincent Cassel), metà uomo e metà mostro.

Non sarà difficile riconoscervi il plot de La bella e la bestia, la celebre fiaba di madame Leprince de Beaumont da cui Christophe Gans ha tratto un adattamento tanto sontuoso (oltre 25 milioni di euro di budget)quanto inutilmente fedele.

Nessuna traccia di ambiguità, l’allucinata poesia di Cocteau è lontana e persino la versione Disney era più erotica. D’altra parte il tenore dell’operazione è esplicito sin dall’incipit, in cui la Seydoux (caldeggiata dal padre produttore Jerome) legge la favola della de Beaumont a due bambini.

Cassel, che aveva già lavorato con Gans ne Il patto dei lupi, è migliore nei panni della bestia, un licantropo alla maniera del film tv di Cahn (1963).

Come per Silent Hill, più che la storia a Gans interessa la confezione visiva: il disegnatore François Baranger e il creatore degli effetti speciali Patrick Tatopoulos gli confezionano un mondo iperrealistico, sgargiante e gelido, come una specie di enorme concept art digitale. Appariscente e fondamentalmente distante. Come il film. (Gianluca Arnone)

La bella e la bestia

La critica

"(...) soave, invece, Léa Seydoux, ne 'La Bella e la Bestia' (...), kolossal francese di Christophe Gans, regista de 'Il patto dei lupi' (ispirato alla leggenda della bestia di Héraudon) e di 'Silent Hill'. Tocca a lei, irritata dal clamore suscitato dalla sua lesbica snob, ne 'La vita di Adele', domare Vincent Cassel, qui Bestia, dopo essere stato animale nel 'Patto dei lupi'. La fiaba fu stampata, per la prima volta, in Francia, nel 1756, ma all'origine c'è 'Amore e Psiche' di Apuleio, contenuta ne 'L'asino d'oro'. La versione moderna più nota è quella di Villeneuve e infatti qui siamo nel 1720, quando un mercante caduto in rovina, si trasferisce in campagna con i sei figli. Tra i quali, Belle, che gli chiede una rosa. Per quel fiore, la Bestia vorrà la vita della fanciulla. E saranno sogni e castelli per i due che, conoscendosi, si ameranno. Gans, fedele alla fiaba, si rifà alla magia di Miyazaki e a un film di Jean Cocteau del 1946. «I miei genitori non credevano alle fiabe e per questo mi hanno punito», dice Cassel. Guardandolo, mentre fa la bestia pelosa, sappiamo che opporsi alle fiabe non fa bene." (Cinzia Romani, 'Il Giornale', 10 febbraio 2014)

La bella e la bestia

"Cassel e Seydoux. Il bello per eccellenza (...) e la ragazza più amata di Francia sono stati chiamati a fare l'impresa: rinverdire un mito da sempre presente nell'immaginario collettivo. L'idea che la bruttezza estrema e persino la mostruosità possano divenire motivo di fascino è nel nostro inconscio, specie se, come si conviene in quello della bella e della bestia, la trasformazione gioca un ruolo essenziale. Della fiaba esistono infinite versioni (anche Perrault ne scrisse una) letterarie e numerose anche cinematografiche, a cominciare dalla più nobile e nota, quella di Cocteau, 1945, dove la bestia era un Jean Marais certamente più sensuale di Vincent Cassel. La ricchezza del budget, gli studi Babelsberg (Cinecittà addio!), l'ambientazione in pieno Impero e l'inclinazione al fantastico del regista Christophe Gans (...) sono gli ingredienti di una versione della fiaba roboante, declamatoria, in cui si strizza l'occhio alla moda (vestiti e colori) si usano effetti speciali a ripetizione, si esalta la prossimità del mondo vegetale e animale a quello umano. Insomma 'La Bella e la Bestia', presentato (...) fuori Concorso al Festival di Berlino, realizzato con furbizia, con sprezzo del kitsch, ma anche con indubbia capacità spettacolare è un film popolare che conquisterà facilmente il pubblico senza troppo scalfire il mito. I due interpreti, a cui si aggiunge Dussolier, a suo agio nella parte del padre capofamiglia, calzano i ruoli e si integrano, nel loro puro narcisismo, nell'universo fiabesco dove architetture gotiche (il castello richiama quello di Dracula) convivono con giganti del bosco, numi tutelati della Natura e difensori dell'amore irregolare, messo a repentaglio dall'avidità dei fratelli di Bella. Certo ogni inquadratura è una fotografia in puro stile pubblicitario e l'idea che il sublime possa nascondessi nell'orrido (motivo cocteauiano) è da dimenticare; tanto che il trucco della Bestia lascia al povero mostro una signorilità animale disneyana sottolineata dalla svolazzante coda felina." (Andrea Martini, 'Nazione - Carlino - Giorno', 15 febbraio 2014)

"Tra le immagini che si sono depositate nel mio bagaglio cinematografico d'adolescente, quando la forza della visione veniva prima di qualsiasi valutazione critica, c'era - fortissima - l'inquadratura di un braccio che, uscendo da un muro, sostiene un candelabro. Immagine misteriosa, affascinante e magica che mi si era stampata nella memoria durante una vacanza studio in Francia, quando la conoscenza della cultura passava anche attraverso il cinema. Perché il braccio candelabro era uno dei tanti che popolavano un film insolito e meraviglioso e che ogni volta che rivedo continua ad affascinarmi: 'La bella e la bestia' di Jean Cocteau, del 1946. Così, quando ho scoperto che Christophe Gans era tornato a ispirarsi alla favola di Madame Leprince de Beaumont l'attesa si era intrecciata alla paura: la voglia di rivedere la favola che mi aveva affascinato da giovane (e che la versione disneyana a cartoni animati aveva solo in parte soddisfatto, nonostante l'invenzione del ballo tra i due protagonisti, per altro ripresa anche in questa nuova versione) andava in parallelo con il dubbio che lo strano equilibrio tra poesia e ingenuità che faceva la principale qualità del film di Cocteau potesse sparire di fronte al realismo dei trucchi digitali. (...) Diciamo subito che il risultato finale, se non delude nemmeno convince fino in fondo, proprio perché - marketing oblige - il «bisogno» di ammodernare la storia finisce, nella seconda parte per favorire una rilettura fantastica che un po' stona con la prima parte, per me più convincente. Faccio infatti fatica a dimenticare che la storia della bella e della bestia è una favola e vorrei che tutto il tono fosse tenuto sulle corde di una lettura più immaginifica e meno realistica. Una sensazione che deve aver provato anche il regista se il film comincia con una mamma che racconta ai suoi figli una storia che ogni tanto utilizza le pagine disegnate di un libro per sottolinearne l'origine libresca. Certo, non è l'incipit di Cocteau, con quella sua dichiarazione d'intenti sull'ingenuità infantile e sulla richiesta allo spettatore di adattarvisi, ma sono anche passati quasi settant'anni da quella versione e qualche concessione ai «nostri tempi» bisognerà pur farla. (...) La favola probabilmente è troppo celebre per richiedere ulteriori informazioni. Più interessante raccontare come Gans (...) risolva il problema della visibilità del suo protagonista maschile, Vincent Cassel, che essendo costretto fino alla fine del film a nascondersi dietro il pesante trucco della belva rischiava di deludere quella parte di pubblico disposta a comprare il biglietto per lui. Era un problema che già Cocteau si era posto con Jean Marais (...). Qui invece Gans decide di svelare quasi subito le ragioni per cui il principe sarà trasformato in un mostro, alternando la storia di Belle e del suo offrirsi in ostaggio alla Bestia con quella della precedente vita del nobile cacciatore, incapace di mantenere la promessa fatta alla bella moglie. In questo modo offrendo al pubblico femminile abbondanti primi piani di Cassel senza gli ispidi peli leonini che lo rendono irriconoscibile nei panni della Bestia. In questo modo però, si perde una parte del mistero e del fascino della favola, ma soprattutto il film finisce per negarsi quella che avrebbe potuto essere la sua chiave interpretativa più interessante, e cioè una più decisa sottolineatura della componente psicoanalitica (ed erotica) che la favola di madame Leprince de Beaumont contiene e che il cinema aveva già altre volte sfruttato, a cominciare da 'King Kong'." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 25 febbraio 2014)

La bella e la bestia

"'La bella e la bestia' è una fiaba le cui innumerevoli interpretazioni (...) si intersecano con altri stereotipi. Dal 'Barbablu' di Perrault ai licantropi della narrativa gotica e del cinema pauroso, dal 'Fantasma dell'Opera' a 'King Kong' al Victor Hugo di 'Nôtre-Dame de Paris'. Tra le tante versioni si segnala, meglio di questa, quella della Disney. (...) Lèa Seydoux trascorre dai panni contemporanei di amante lesbica della 'Vita di Adele' agli abiti Impero dell'eroina da fiaba con pari inespressività, Vincent Cassel è una Bestia palestrata, volante, ruggente, con l'aiutino di imponenti effetti." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 27 febbraio 2014)

"Se ne fa addirittura risalire l'origine ad 'Amore e Psiche' di Apuleio, in ogni caso la fiaba 'La bella e la bestia' circola in Europa da secoli: narrata davanti al fuoco, poi trascritta da Straparola e da Perrault prima che nel 1754 la dama Jeanne-Marie Leprince de Beaumont le desse la forma in cui è più nota. (...) Più volte a questa storia hanno attinto teatranti e cineasti, ciascuno variando qui e là come ha fatto ora il regista Christophe Gans con un film male accolto a Berlino: dove sono fioccati paragoni in negativo sia rispetto all'esercizio allegorico/letterario firmato da Cocteau nel 1946, sia rispetto al delizioso cartone animato Disney. Una reazione eccessiva, come capita nei festival, e tuttavia in parte giustificata. Siamo infatti di fronte a un fantasy sontuoso, girato a costi assai elevati per gli standard europei (circa 35 milioni di euro), che non è chiaro a chi sia destinato: si direbbe agli adulti, ma allora era necessario un affondo più deciso. In chiave di lettura simbolica, 'La bella e la Bestia' si può interpretare in diversi modi: come un'affermazione della supremazia dello spirito sulla materia; o meglio, come un percorso di crescita femminile dove il rapporto con il maschio - all'inizio ritenuto «bestiale» in quanto sostitutivo del rapporto «puro» con il padre - trasforma una fanciulla in donna. Avendo a disposizione due attori dotati di fascino quale il tenebroso Vincent Cassel e la luminosa Léa Seydoux, Gans avrebbe dovuto puntare maggiormente sui fattori gioco di attrazione e risveglio dei sensi, piuttosto che infarcire la vicenda di personaggi di scarso interesse e di effetti speciali a uso del pubblico dei ragazzini. Così del film si apprezzano gli scenari di ispirazione romantico-germanica e certi momenti suggestivi, per esempio l'inseguimento fra la Bestia e Bella su un lago ghiacciato; ha giusto risalto la figura paterna affidata ad André Dussolier; è condivisibile la trovata dei flashback per mostrare più del volto di Cassel senza il trucco peloso; e a noi non dispiace neppure la cornice intimista del finale «e vissero felici e contenti». Ma resta aperta la domanda: con le parole magiche «C'era una volta», Gans intendeva rivolgersi ai grandi o ai piccini?" (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 27 febbraio 2014)

La bella e la bestia

"La storia è da grandi classici della fiaba, per la firma di Madame de Villeneuve. L'eredità altrettanto, ma del grande cinema firmato Jean Cocteau. Christophe Gans vi approda da 'Il patto dei lupi' (2001) dal cui set ritrova Vincent Cassel ma stavolta travestito da Bestia. Al suo fianco la Bella Léa Seydoux, protagonista designata da nonno Jérôme, patròn della major Pathè che il film ha finanziato. Peccato che alla perfezione dell'operazione produttiva/distributiva non corrisponda la sostanza di un'opera su cui pesano memorie e immaginari indelebili." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 27 febbraio 2014)

"I belli e la bestia. Truffaut, Godard, Rivette, Rohmer e Chabrol sono notissimi registi francesi provenienti dalla critica cinematografica militante. Christophe Gans è il loro doppio 'mostruoso'. Discontinuo (quattro film in 19 anni di attività) alfiere del fantastico, proviene dalla critica horror della mitica rivista 'Starfix' da lui fondata nel 1983. Ironico ma significativo che sia proprio lui a riportare sullo schermo una favola francese di culto come 'La bella e la bestia' (la prima versione nota è di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve nel 1740) a 68 anni dalla versione dal vivo di Cocteau del 1946 e a 23 dal cartone animato prodotto dalla Disney. Il film non è niente male. (...) Cocteau era interessato al tema dell'infanzia del mostro. Gans molto di più al contrasto tra mondo femmineo (paziente e saggio) e maschile (violento e irresponsabile) grazie a una bellissima variante della maledizione che ha colpito la Bestia (non rispettò la promessa fatta a una ninfa), incapace quando era un essere umano di frenare la pulsione omicida. Seydoux e Cassel divini. Lei conferma dopo 'La vita di Adele' di essere in grado di passare dalla solarità alla carnalità più estrema con un battito di ciglia (e Gans è bravo a riprendere il suo corpo cangiante), mentre Cassel è sempre perfetto nei ruoli di maschio ferino, sexy e pericoloso. Peccato per dei comprimari inutili (il padre di Belle; un gruppo di criminali petulanti: i cagnolini mostriciattoli della Bestia stile Gremlins) perché gli effetti speciali sono prodigiosi (il volto leonino della Bestia è interamente digitale) e il duo di protagonisti fa scintille. È un film molto per adolescenti. Età eccitante e bestiale." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 27 febbraio 2014)

La bella e la bestia

"Ennesimo rifacimento cinematografico di un classico che, questa volta, prova a dare una spiegazione sul perché la Bestia sia diventata tale. Così, il film viaggia su due binari temporali, trastullandosi fra qualche buon effetto speciale e un vago senso di noia. Il limite, infatti, è quello di non appassionare mai, con una Belle che si innamora un po' troppo rapidamente del suo carceriere. Una pellicola ambiziosa sui sentimenti, ma senza un'anima. Occasione sprecata." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 27 febbraio 2014)

"Piacerà a un numero non indifferente di spettatori. Quelli che han sempre amato la fiaba. Quelli (sempre più numerosi) che stanno imparando ad amare Léa Seydoux (dopo 'Midnight in Paris' e 'La vita di Adele'). E certo quelli che s'appagano la vista coi bei costumi, le belle scene le preziose rievocazioni storiche. Ma questo assemblaggio di (probabili) consensi non ci impedisce di rilevare che si tratta di cinema masturbato, senza valide invenzioni, un remake non proprio necessario della 'Bella' di Cocteau uno dei film più onanisti di tutti i tempo." (Giorgio Carbone, 'Libero', 27 febbraio 2014)

La bella e la bestia

"Torna al cinema 'La Bella e la Bestia' in un adattamento cinematografico di un grande classico della letteratura mondiale. (...) Il regista Christophe Gans si ispira alla versione settecentesca, quella della famosa fiaba europea, diffusasi in molteplici varianti, le cui origini potrebbero essere riscontrate in una storia di Apuleio, contenuta ne 'L'asino d'oro' (conosciuto anche come 'Le metamorfosi') e intitolata 'Amore e Psiche'. La prima versione edita fu quella di Madame Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve, pubblicata in 'La jeune américaine, et les contes marins' nel 1740. Altre fonti, invece, attribuiscono la ricreazione del racconto originale a Giovanni Francesco Straparola nel 1550. La versione più popolare e quella a cui si ispira Gans è, tuttavia, una riduzione dell'opera di Madame Villeneuve pubblicata nel 1756 da Jeanne-Marie Leprince de Beaumont in 'Magasin des enfants, ou dialogues entre une sage gouvernante et plusieurs de ses élèves'. Nel film, Gans però omette le parti più meschine dei personaggi e aggiunge un villain riuscito male per arrivare alle scene d'azione nel finale, che si rifanno ai videogiochi 'God of War'. Il romanticismo certo non manca, anzi abbonda, almeno nella prima parte e tutto ruota attorno alla Bella, Léa Seydoux, molto più protagonista della Bestia, Vincent Cassel. Emergono le fattezze del suo corpo, delle sue espressioni, oltre ai suoi corsetti stretti, ai molti abiti principeschi e alle capigliature ricce e molto romantiche." (Dina d'Isa, 'Il Tempo - Roma', 27 febbraio 2014)

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