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American Hustle - L'apparenza inganna

American Hustle - L'apparenza inganna

cinerefenrendum 2014

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Ambientato nel seducente mondo di uno dei più sbalorditivi scandali che hanno scosso gli Stati Uniti, American Hustle racconta la storia di un brillante impostore, Irving Rosenfeld (Christian Bale), che, insieme alla sua scaltra amante britannica Sydney Prosser (Amy Adams), viene obbligato a lavorare per un agente dell’FBI fuori controllo, Richie DiMaso (Bradley Cooper). DiMaso li catapulta in un mondo di faccendieri, intermediari del potere, mafiosi… un mondo tanto pericoloso quanto affascinante. Jeremy Renner è Carmine Polito, un volubile e influenzabile politico del New Jersey, stretto tra la morsa dei truffatori e dei federali, mentre l’imprevedibile moglie di Irving, Rosalyn (Jennifer Lawrence), potrebbe essere l’elemento che farà crollare il castello di finzioni.

Regia: David O. Russell

Interpreti: Bradley Cooper, Christian Bale, Jennifer Lawrence, Robert De Niro, Amy Adams, Jeremy Renner, Jack Huston, Louis C.K., Michael Peña, Alessandro Nivola, Dawn Olivieri, Colleen Camp, Anthony Zerbe, Erica McDermott, Adrian Martinez, Melissa McMeekin

Sceneggiatura: Eric Singer

Fotografia: Linus Sandgren

Durata: 2 ore e 18 minuti

 Biglietti esselunga Vieni al cinema alla domenica sera - a Casatenovo costa meno Prendi sei e paghi cinque - Tessere a scalare

La critica

"Completamente riabilitato nel mainstream dal successo critico e commerciale di 'Il lato positivo' ('Silver Linings Playbook'), David O. Russell torna felicemente nella dimensione più congeniale al suo cinema, un mondo sopra le righe, in bilico continuo su una vertiginosa voragine d'isteria. Depressa in 'Flirting With Disaster', quell'isteria era diventata quasi autistica in 'I Heart Huckabees'. É invece gioiosa in 'American Hustle' (...), un film che combina la passione per la truffa di David Mamet, il gusto pop per il pianeta del crimine di Scorsese e la commedia classica hollywoodiana alla Preston Sturges - il tutto in un delirio di pettinature bouffant, abiti di Diane Von Furstenberg e Alston, su 'greatest hits' di Elton John, Donna Summer e Bee Gees. Russell affida alla prima scena del film - Christian Bale venti chili più pesante che si incolla un orribile, elaboratissimo toupé sulla pelata vistosa - la sua dichiarazione di programma vivere è camouflage, una truffa continua. In realtà il verbo truffare non rende completa giustizia all'inglese 'to hustle', che arricchisce la pratica dell'imbroglio (oltre che di sfumature onomatopeiche che evocano un certo brivido del rischio) di una connotazione quasi esistenziale. Per Irvin Rosenfeld (Bale), in effetti, hustlingè uno stile di vita, con cui incrementa i proventi dalla sua catena di lavanderie suburbane. Per la moglie Jennifer (Jennifer Lawrence, fenomenale casalinga erotica e folle) l'unica tecnica di sopravvivenza. Sydney (Amy Adams) lo fa per amore. L'agente Fbi Richie DiMaso (Bradley Cooper, che si fa i riccioli con i bigodini rosa confetto) per manie di grandezza e il sindaco del New Jersey Carmine Polito (Jeremy Renner, con un ciuffo più alto di lui) a fin di bene. Il quadretto è assurdo almeno come il fatto reale che lo ha ispirato: una famosa inchiesta degli anni settanta in cui l'Fbi ricattò un piccolo furfante di Long Island costringendolo ad aiutarli a incastrare dei politici con l'aiuto di due finti sceicchi, impersonati da agenti del Federal Bureau, che millantavano di voler investire nei casinò di Atlantic City. (...) A confronto con il crimine 'white collar', quello operato a Wall Street, che sarebbe emerso (anche al cinema) negli anni ottanta per culminare ai nostri giorni con Bernie Madoff e le banche multinazionali, il microcosmo a delinquere di 'American Hustle' è non solo piacevolmente pittoresco, ma quasi rassicurante. Dotato anche dell'immancabile scena disco (Sydney che seduce il poliziotto come una Cyd Charisse di 'Saturday Night Live') siamo un incrocio tra la commedia criminale alla 'Married to the Mob' e un musical. Autore meno stilisticamente connotato di altri registi della sua generazione (per esempio gli Anderson, Paul Thomas e Wes), O. Russell è interessante per la sua profonda, reale, fascinazione verso le patologie estreme che affida ai suoi personaggi (il suo primo film, 'Spanking the Monkey', includeva un incesto tra madre e figlio). Come molta della produzione indipendente americana contemporanea, il suo è un cinema che privilegia gli attori - standogli quasi addosso con l'obbiettivo - rispetto alla forma. E, se 'American Hustle' ha un gusto per l'umanità e l'intrigo della commedia che ricorda quello di Sturges, gli/ci manca l'asciuttezza anche filosofica del regista di 'The Palm Beach Story'. Però questo è un film intelligente, generoso, sexy e molto divertente. Per dirla con Jennifer, irresistibile «come quei profumi in cui si sente anche una traccia di marcio»." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 12 dicembre 2013)

"Lasciato in inglese (pur con il sottotitolo 'L'apparenza inganna'), il titolo originale 'American Hustle' si potrebbe tradurre con «imbroglio all'americana» oppure «furbata all'americana» perché nell'espressione gergale sono presenti entrambi quei significati: di truffa ma anche di colpo d'ingegno. Mancherebbe, a rigor di logica, una terza sfumatura, quella del «senso della misura», del non voler fare il passo più lungo della propria gamba. Che forse per il protagonista del film è la regola più importante. (...) La storia è vera: è quella del «caso Abscom» che tra il 1978 e il 1981 smascherò un giro di mazzette e legami mafiosi grazie alla collaborazione del truffatore Melvin Weinberg. Ma, come dice una didascalia all'inizio del film solo, «qualcosa di tutto questo è accaduto veramente» e scoprirlo non è neanche la cosa più importante. Perché quello che interessa a David O. Russell (già regista dei notevoli 'Three Kings', 'The Fighter' e del sopravvalutato 'II lato positivo') non è la ricostruzione in chiave realistica (o poliziesca) di un fatto di cronaca quanto, piuttosto, la possibilità di giocare con uno dei sottogeneri più popolari della new Hollywood - il poliziesco con «infiltrazioni» mafiose - per metterne in ridicolo i pilastri portanti, come se una tipica storia da bravi ragazzi «scorsesiani» fosse declinata con i ritmi e le ironie della commedia. Ci mette subito sull'avviso la prima scena, con quel soffermarsi più del necessario sul parrucchino, così come la scelta di sottolineare l'inelegante epa di Rosenfeld: quello non è un «eroe del male» ma neanche il genio della «stangata», è piuttosto un povero cristo finito in un gioco più grande di lui, mentre il regista sembra divertirsi a intralciargli la strada con sempre nuovi problemi. Perché Di Maso non è un «semplice» agente dell'Fbi, ma un megalomane, convinto di essere una specie di super-eroe della Giustizia quando non è neanche capace di tener testa alla madre. Così come a un certo punto lo spettatore scopre che il protagonista ha una moglie (Jennifer Lawrence) che sembra la quintessenza dell'oca giuliva e che non smette un istante di rovinare i piani del marito. Per non parlare del vero colpo da maestro: l'entrata in campo di Robert De Niro nei panni di un boss occhialuto e calvo, cui il film regala una delle gag migliori. Il risultato (dopo una serie di colpi di scena che ribaltano continuamente la situazione, tra scenate di gelosia, tradimenti, minacce mafiose e sogni di carriera) è quello di un film che si reinventa continuamente mentre prova a riflettere su quell'intreccio tra voglia di successo e compiacimento narcisistico (Cooper con i bigodini in testa per arricciarsi i capelli strappa l'applauso) che forse è la chiave più vera per capire l'America che stava elaborando i traumi del Vietnam e del Watergate mentre iniziava a cedere alle chimere dell'«edonismo reaganiano». Il risultato però non sarebbe così riuscito senza la prova superlativa di tutto il cast: Bale calvo e ingrassato è uno spettacolo in sé, Bradley Cooper e Jeremy Renner sanno restituire con un mimetismo stupefacente quel misto di volgarità e ostentazione che è la cifra più nascosta di quel periodo (affascinante e inelegante come i vestiti che indossavano). Ma la mia palma personale va alle due interpreti femminili, una determinata, aggressiva (anche nelle scollature dei suoi vestiti) ma fragile nei suoi sentimenti, l'altra ingenua eppure spavalda nel rivendicare le proprie ragioni, entrambe straordinarie nell'interpretare due ruoli che avrebbero potuto cadere nella macchietta e che invece sanno reggere perfettamente per forza di ironia e di bravura." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 31 dicembre 2013)

American Hustle - L'apparenza inganna

"Finalmente un film come si deve. Dirige David O. Russell, l'autore di 'Il lato positivo', quindi uno che sa il fatto suo, che ha scritto, in comproprietà, anche la scintillante sceneggiatura. Mescolando abilmente suspense, azione e (blando) erotismo, il tutto ispirato a una storia vera, ovviamente con qualche svolazzo romanzesco supplementare. A cercare il pelo nell'uovo, i dialoghi potevano essere più stringati, ma ce n'è abbastanza per due ore e passa emozionanti. Dunque, siamo nella New York nel 1978. Con una scena d'apertura da cineteca: il quasi irriconoscibile Christian Bale (ingrassato di una ventina chili, dopo che, poveraccio, ne1 2003 gliene avevano tolti altrettanti per 'L'uomo senza sonno') si piazza sulla crapa pelata un terrificante parrucchino. Ed eccolo pronto per fare il suo vero mestiere: il truffatore in guanti bianchi; la catena di lavanderie è solo una copertura. Anche nella vita privata fa il doppio gioco, tra la moglie, la depressa casalinga Jennifer Lawrence, e l'amante, nonché socia, la vistosa Amy Adams, con scollature e spacchi da infarto. Un tipo così è l'uomo giusto per l'agente dell'Fbi Bradley Cooper, impagabile quando si fa i riccioli con i bigodini, che la arruola, con signora bis, per incastrare un manipolo di irraggiungibili politicanti bricconi. Al quartetto di formidabili protagonisti, s'aggrega il meno noto, ma non meno bravo, Jeremy Renner, inconsapevole caricatura di Little Tony, nei panni di un corruttibile sindaco dall'osceno ciuffo cotonato. Sarà un caso, ma tutti e tre i protagonisti maschili hanno qualche problema con la capigliatura. Di più non si può dire per non rovinare le continue sorprese a un pubblico cui si consiglia di tenere occhi e orecchi spalancati, altrimenti rischierà di perdere l'aggrovigliato filo. Impeccabili costumi d'epoca, intonatala colonna sonora, perfetto il quintetto d'attori in scena." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 31 dicembre 2013)

"A prima vista verrebbe da dire che 'American Hustle' (cioè truffa) è una specie di 'Stangata' meno allegra e spensierata. I due film hanno in comune gli anni Settanta, ma lì originavano il punto di vista, lo spirito del film; mentre qui sono il tempo dell'azione, visto da oggi e cioè da un punto di vista più cupo, certo assai meno spensierato. (...) La regia, del David O'Russell di 'll lato positivo' e di 'The Fighter', è curata, brillante, anche sorprendente. Egli ha raccolto un bel cast, in buona parte composto dagli stessi giovani interpreti emergenti già presenti negli altri suoi film (Bale e Adams in 'The Fighter', Lawrence e Cooper nel 'Lato positivo'), che esprimono una grande tensione emotiva (e mettono in campo sensualità e tensione erotica) per corrispondere a un disegno di regia che accomuna tutti i loro personaggi sotto la stessa stella. Quella - molto tipica della narrazione americana di sempre, dalla Grande Depressione alla New Hollywood, dal gangster movie classico alle sue rivisitazioni, passando per ogni sfumatura del Noir, dal più aggressivo al più crepuscolare - del giocarsi tutto alla ricerca di un posto nella vita che riscatti, non importa come: basta che si tratti di un colpo grosso e risolutivo, miserie e fragilità. Diciamo però che si lasciano apprezzare o anche ammirare più le singole componenti che il tutto di un risultato complessivo non rotondo come si sperava." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 2 gennaio 2014)

"Grande film. Con riserve. Prima annoia un po', poi divaga e cesella, infine sorprende e colpisce. Sarà protagonista della prossima notte degli Oscar, questo è certo (l'intero cast, soprattutto, è piazzato in pole position per le statuette). Insomma non è facile parlare di 'American Hustle', se non premettendo un'elementare chiave critica: certi film si ammirano molto, anche se non li si riesce ad amare facilmente. In sostanza sullo schermo tutto appare di altissimo livello, eppure sembra che manchi l'investimento emotivo: l'ambientazione è dettagliata meticolosamente e gli eventi si concatenano credibili e coerenti, ma sembra che l'antipatia dei personaggi si riverberi sugli spettatori anziché sulla 'verità' della storia e i significati annessi. Tanto che quando emergeranno vincitori e vinti, di essi c'importa poco o niente. Russell conferma d'essere il regista del momento perché, abbandonate le variabili d'inizio carriera ('Amori & disastri', 'Three Kings'), piazza da tre anni un esplosivo sulla strada maestra del mercato: dopo 'The Fighter' e 'Il lato positivo' si è dedicato, non senza coraggio, a una sceneggiatura di Eric Warren Singer rimasta per molti anni nel limbo per la sua intrinseca difficoltà compositiva. «Alcuni di questi fatti sono realmente accaduti» recita una scritta nell'incipit di 'American Hustle' perché l'intrigo è ispirato al famigerato scandalo corruttivo Abscam, in seguito al quale tra i Settanta e gli Ottanta un senatore, sei membri della Camera dei rappresentanti e numerosi politici locali finirono in galera non senza avere gettato ombre sull'efficacia dell'operazione portata a termine dall'Fbi. Lo scrupoloso congegno del regista, peraltro, si applica alle corrispondenze sottili e maliziose istituite tra le gesta dei protagonisti, il loro modo di parlare, vestire o pettinarsi, le auto, i telefoni, i gadget che usano, gli edifici, le stanze e persino gli arredamenti entro cui si muovono e agiscono, mentre una colonna sonora strepitosa adatta ogni singolo pezzo del medley d'epoca allo svariante prisma di mosse e contromosse di truffatori, poliziotti, politici e mafiosi. I dettagli sono dunque preminenti e, quando sfociano nelle scene madri, alzano la caratura del film lasciando al camaleonte Bale, alla sexy-caricaturale Lawrence, all'anoressica in nude look Adams, al poliziotto litigioso e cafone Cooper e al sindaco babbeo Renner campo libero per cannibalizzare il film con una gamma virtuosistica che ricorda le performance dei De Niro e Pacino degli esordi. 129 minuti (forse troppi) che assomigliano a una jam session audiovisiva intersecata di flashback e voci fuori campo e orientata su ritmi incalzanti solo nel finale, evocante una 'Stangata' aggiornata al caos morale di quegli anni. Con il bonus di uno sberleffo tipicamente russelliano, inteso a rendere i corrotti più lodevoli dell'Fbi perché arraffano danaro non solo per se stessi, ma per promuovere posti di lavoro per i cittadini del New Jersey." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 2 gennaio 2014)

"La prima inquadratura indugia sulla pancia debordante di Christian Bale, l'attore che meno di dieci anni fasi trasformò in uno scheletro ambulante per interpretare 'L'uomo senza sonno'. Subito dopo, Bale - nei panni dell'imbroglione Irving Rosenfeld - si aggiusta un osceno parrucchino per 'correggere' un riporto imbarazzante, ed entra in scena: assieme ai complici Richard DiMaso (Bradley Cooper con i riccetti ottenuti a forza di bigodini) e Sidney Prosser (Amy Adams, finta gentildonna inglese) deve incastrare un sindaco del New Jersey, Carmine Polito (Jeremy Renner con il ciuffo alla Little Tony) facendogli accettare una mazzetta da un immaginario sceicco che vorrebbe investire nei casinò di Atlantic City. La 'stangata' va a rotoli perché DiMaso la recita da cani. Era ovvio: lui, a differenza di Irving e Sidney, non è un truffatore, ma un agente dell'Fbi. (...) Tellegio è Robert De Niro, in un cammeo molto divertente e non citato nei titoli per motivi contrattuali: una delle tante chicche di un film scoppiettante, magnificamente scritto e recitato. 'American Hustle' significa alla lettera 'truffa americana', e racconta in modo romanzato una storia vera. Anche per questo, vedendolo, si pensa molto ad 'Argo', altra truffa orchestrata a fin di bene dalle forze dell'ordine. Due film, entrambi assai belli, che tracciano una linea nascosta nel cinema americano contemporaneo: un ritorno, per stile e atmosfere, agli anni '70 ('American Hustle' si svolge nel '78 e in colonna sonora dispensa un'orgia di musiche del tempo, da Elton John alla disco-music - ed è quasi commovente che la prima canzone che si ascolta, sulla scena del travestimento di Bale, sia 'Horse With No Name' degli America). Russell è regista eclettico, capace di passare da film tosti come 'Three Kings' e 'The Fighter' a un delicato melodramma come 'Il lato positivo'. In questo caso la coralità della storia e il gioco degli attori fa pensare a Robert Altman, ma il nome che si impone alla memoria è quello di George Roy Hill - e non a caso abbiamo parlato, poco fa, di «stangata». Quel magnifico film con Paul Newman e Robert Redford è il termine di paragone più immediato, e bisogna dire che Russell & soci reggono il gioco con classe. È ottima la tensione delle truffe che si nascondono l'una dentro l'altra, è efficace il modo in cui il thriller sfocia nel grottesco, e soprattutto è magnifico il modo in cui gli attori si mettono al servizio dei personaggi a costo di mascherarsi, deturparsi e rendersi - consapevolmente - ridicoli. Il gallese Bale, che aveva esordito a 13 anni nell''Impero del sole' di Spielberg e aveva incontrato qualche ostacolo lungo il difficile affrancamento dall'immagine di divo/bambino, è ormai da anni uno degli attori anglofoni più versatili. Cooper, Adams e Renner sono perfetti, ma la migliore in campo è Jennifer Lawrence, la guerriera di 'Hunger Games' avviata a diventare la nuova, vera, grande diva della Hollywood del XXI secolo." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 2 gennaio 2014)

"Di fatto siamo di fronte a un film che con disinvoltura è in grado tanto di appassionare un vasto pubblico trasversale quanto di soddisfare i palati dei cinefili più raffinati, sfidati sul ritmo incessante di una sceneggiatura pressoché perfetta diretta su un cast stellare in cui ciascuno dà il meglio di sé. La mente creativa di tanta magnificenza action-spy-thriller-comedy ambientata nei variopinti Anni 70 americani risponde a David O. Russell, il mago del già cult 'Il lato positivo', un titolo talmente recente (è uscito da noi lo scorso marzo) che sembra impossibile possa godere a sì breve distanza temporale di un 'fratello' altrettanto se non ancor più valido. D'altra parte la fratellanza tra le due opere nasce da esplicita dichiarazione del regista, che vede in 'American Hustle' il compimento di una trilogia, iniziata con 'The Fighter' (2010), continuata appunto con 'll lato positivo' (2012) e finita con il titolo oggi in uscita italiana. «Questi tre film riguardano individui diversamente 'spiazzati' dalla vita che a un certo punto cercano e trovano un riscatto, riguadagnando per se stessi un'identità che forse non immaginavano. La trilogia, però, segna anche la mia seconda vita cinematografica, inaugurata a diversi anni da 'I Heart Huckabees' (2004)» spiega Russell, visibilmente commosso davanti alla platea di giornalisti italiani in occasione della conferenza stampa di presentazione del film. E la sua commozione non è casuale: l'interregno tra le due fasi creative è stato segnato da sofferenze tanto profonde «da avermi cambiato completamente». La separazione dalla moglie, la bancarotta ma soprattutto la nascita di un figlio affetto da sindrome bipolare, non a caso nucleo tematico de 'll lato positivo', «i mio film più personale, quelle della catarsi interiore». Insomma, un vero 'fighter' le cui motivazioni esistenziali hanno trovato corrispondenza in un cinema pregno di senso e di estetica mirabilmente compiute. 'American Hustle' - cioè 'Caos americano' - in realtà è un coro intonato di voci perfettamente sintoniche e che di 'caotico' ha ben poco. (...) Laddove 'l'apparenza inganna' (sottotitolo dato al film dal distributore italiano Eagle Pictures) si manifesta la verità, perché veramente in 'American Hustle' il gioco a incastro che unisce le vite degli individui assomiglia a un puzzle per menti impazzite. (...) E in questo senso la 'casuale' collaborazione del fuorilegge Irving, della sua amante Sydney Prosser (Amy Adams) e della di lui moglie Rosalyn (una spettacolare Jennifer Lawrence) con l'agente federale italo-americano Richie DiMaso (Bradley Cooper sopra le righe e con tanto di bigodini notturni a mantenimento della chioma ricciuta...) a caccia dei politici mafiosi del Jersey completa un teorema di logica assoluta. Tutto torna, insomma, anche e soprattutto nello spiazzamento di scene da cerchio rosso come il bacio rubato tra la Adams e la Lawrence o il cameo non accreditato di Bob De Niro, 'improvvisatosi' mafioso fuori stereotipo che per non farsi fregare conosce l'arabo a perfezione. Permettendo al meta-inganno di compiere il suo ennesimo triplice salto mortale. Russell e i suoi attori approdano nel Belpaese già carichi di premi e di nomination (ben 7) agli imminenti Golden Globe: chi scommetterà su qualche Oscar può considerarsi già vincitore. Perché la qualità non inganna." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 2 gennaio 2014)

"Piacerà a tanti buongustai di cinema che sono stati fortemente penalizzati nelle scorse settimane. Buongustai si piccano certo di essere quelli della giuria del Golden Globe che nelle nomination hanno messo 'American Hustle' in pole position (miglior film, sceneggiatura, i quattro attori principali). E mentre scriviamo apprendiamo che il film sta andando in pole anche nella corsa agli Oscar. Certo, per i pregi di fattura, è il classico film da Academy Award. David O. Russell fa addirittura un passettino più avanti rispetto alla sua (grossa) regia di 'Il lato positivo'. La sceneggiatura di Singer è da mettere come testo sacro in tutte le scuole di scrittura cinematografica. E gli attori sono straordinari. Nessuno di loro è (ancora) un mostro sacro (Christian Bale, Bradley Cooper, Amy Adams, Jennifer Lawrence). Ma qui mostruosi lo sono diventati (alla De Niro, alla Streep). La palma va data alla Lawrence che finora ('Hunger Games') era stata più che altro «presenza» cinematografica grintosa e affascinante. Ma qui è travolgente. I casini maggiori (gli 'hustle') vengon tutti da lei. Ogni operazione (inclusa la Abscam) diventa a rischio con Rosalyn Rosenfeld tra i piedi. Ma il consiglio è anche: non accontentatevi della più che brillante messinscena. 'American Hustle' è suscettibile di una stuzzicante seconda lettura. La chiave la dà quel sottotitolo 'L'apparenza inganna'. Nessuno dei personaggi è quello che sembra. Anzi nessuno è quello che vorrebbe essere. L'agente Di Maso sotto sotto ambirebbe a essere geniale e inventivo come il suo riluttante compagno di strada. Rosenfeld assurdamente vorrebbe la grinta e la determinazione della sua compagna Sydney. E la moglie, Roselyn vagheggerebbe di essere tutti gli altri messi insieme." (Giorgio Carbone, 'Libero', 2 gennaio 2014)

Bradley Cooper

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