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La vita di Adele

 

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A 15 anni, Adele ha due certezze: è una ragazza, e una ragazza di solito esce con i ragazzi. Il giorno in cui intravede il blu dei capelli di Emma, sente che la sua vita sta per cambiare. Sola con i suoi dilemmi adolescenziali, cambia l'idea che ha di se stessa e sente trasformarsi il modo in cui gli altri la guardano.

Regia: Abdellatif Kechiche

Interpreti: Léa Seydoux, Adèle Exarchopoulos, Salim Kechiouche, Aurélien Recoing, Catherine Salée, Jérémie Laheurte

Sceneggiatura: Abdellatif Kechiche, Ghalya Lacroix

Montaggio: Camille Toubkis, Albertine Lastera, Jean-Marie Lengelle, Ghalya Lacroix

Durata: 2 ore e 59 minuti

 Biglietti esselunga Vieni al cinema alla domenica sera - a Casatenovo costa meno Prendi sei e paghi cinque - Tessere a scalare

Valutazione Pastorale (dal sito della CNVF della Conferenza Episcopale Italiana)

Giudizio: Complesso/scabroso

Tematiche: Donna; Famiglia - genitori figli; Giovani; Lavoro; Omosessualità; Psicologia

Con qualche coraggio e una certa sfrontatezza, dovremmo dire che si tratta di una storia d'amore. Del nostro secolo, anzi dei nostri giorni, dobbiamo aggiungere. Perché Kechiche si aggira negli spazi invisibili della vicenda sentimentale con acume, audacia e grande tensione psicologica. Crea una dimensione di forte dolore, visualizzando paure, indecisioni, carenze interiori con una carica introspettiva di spietato freddezza attraverso uno stile tutto in primo piano che non concede tregua. Poi c'è la parte dedicata al rapporto tra le due ragazze, non controllata e volutamente provocatoria. Rispetto a questa, a quelle sequenze, a quei passaggi va detto con chiarezza che esulano da una sia pur minima approvazione, non rientrano nei canoni di una necessità narrativa difficile da comprendere. Se il film, dal punto di vista pastorale, viene indicato come complesso è perché tale risulta la vicenda raccontata. perché molti giovani vivono con se, con gli altri un corporeità aspra e problematica, frutto anche di insufficienti rapporti con la famiglia, la scuola, la società. Ma il film non si indirizza ad un pubblico ampio e anzi a gruppi il più possibile ristretto e motivato.

Utilizzazione: in programmazione ordinaria, è bene essere il più avveduti possibile, avendo come primo obiettivo il rispetto per lo spettatore. Si tratta certo di un film d'autore (Palma d'oro all'ultimo festival di Cannes) e tuttavia impossibile da pensare per un pubblico indifferenziato.

cinematografo.it - Fondazione ente dello spettacolo ***** Il cinema fatto vita di Abdel Kechiche: triplice Palma d’Oro a Cannes, un capolavoro senza eguali

L’attimo fuggente, il tempo che rimane, il passato che non passa, la carnalità che non c’è un domani. Tre ore tre di gioia per gli occhi, piacere sensuale, natura senza naturalismo, verità senza verismo, vita catturata, senza allitterazioni, senza letteratura, senza arte a priori. La vita non è un film, questo film è la vita: un paradosso, ma solo per chi – vi rifarete, dovete – non l’ha visto. Il film è eccezionale, il palmares di Cannes 65 ha confermato: Palma d’Oro per tre, perché sono tutti e tre eccelsi, perché sono tutti e tre uno, inscindibile, unico, film. La vie d’Adèle (La vita di Adele), ovvero Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux, le due attrici, e il loro empatico condottiero, Abdel Kechiche. Non l’arte-vita, bensì, il cinema fatto vita. No, non il contrario: alla vita fatta cinema siamo già abituati, qui è la camera, il meccanismo, che non solo riprende la vita, ma si fa una nuova vita.

Come? Scomparendo, togliendosi di mezzo, rimanendo attaccato ad Adele e Lea, Adele ed Emma, senza farsi più vedere: la macchina da presa è la presa sul reale, la presa di vita, punto e stop. Via la macchina. Si va a piedi, nudi, per queste immagini, per questi battiti.

Siamo a Lille, le compagne di scuola incalzano, la 15enne Adèle (Exarchopoulos) prova a farsi il ragazzo, che è pure carino e sensibile, ma non va. Non può andare. Adèle vuole altro, Adèle non vuole dirsi le bugie, vuole dire se stessa: le basta incrociare lo sguardo per strada, e trovare un flash blu. I capelli blu di Emma (Seidoux), sopra gli occhi blu di Emma, sulla testa d’artista di Emma. Emma è arte, Adèle naiveté, entrambe umane, umanissime. Si trovano, Adèle cresce, insegna a scuola e impara a vivere: una passione totalizzante, lei e Emma sono ovunque, sono sopra tutto. Sono amore fatto carne, e viceversa. Fanno sesso, esplicito come Kechiche inquadra, esplicitamente amoroso come vita vorrebbe: incontro di amorosi sensi, sensi fatti amore. Senza tempo: sì, un domani non c’è. Purtroppo, non c’è davvero: Emma ha amici intellettuali e un’amica speciale, Adèle non regge: l’inferiorità tradisce, Adèle tradisce, perdendosi, perdendo Emma.

Eppure (la graphic novel che ha ispirato) Il blu è un colore caldo, e Kechiche ha un cinema bollente: oltre l’educazione sentimentale e il Bildungsroman, oltre la Vie de Marianne di Marivaux, oltre il dissidio sartriano tra essenza ed esistenza, questa succulenta, illetterata, umida e umanissima tranche de vie era destinata alla Palma, soprattutto, è destinata a rimanere. Le vite passano, questa rimarrà. E non solo al cinema: sentirsene parte, sentire la propria vita parte di quel che vediamo, e viceversa, non è la solita, talvolta stolida, immedesimazione. Ma condivisione: siamo vivi, ergo, questa vita è per noi. Anzi, di noi. (Federico Pontiggia)

La critica

 "(...) il «metodo Kechiche», il suo modo di fare cinema sembra nascere proprio dall'ossessiva osservazione delle cose, da una macchina da presa (che spesso diventano due o tre o quattro) capace di scavare letteralmente nelle azioni e nelle espressioni delle persone per trovare quelle scintille di verità che sole possono dare vita alla storia raccontata. Succedeva in 'Cous cous' (ricordate l'interminabile danza del ventre finale della protagonista?), tornava con esiti molto più discutibili in 'Venere nera' (dove assumeva una valenza «politica»: lo sguardo concupiscente dell'Occidente sul corpo innocente dell'Africa) e si ritrova in questa 'La vita di Adele (...). È una scelta che sembra andare di pari passo con un certo rigore d'autore e che si nota, per esempio, anche in Haneke o nei Dardenne, ma che in Kechiche assume un valore «programmatico», come quello di una specie di manifesto estetico e ideologico insieme: contro la facile spettacolarità di un cinema basato sulla velocità del montaggio e la superficialità della narrazione, Kechiche rivendica il diritto/dovere di costringere l'occhio dello spettatore a non distrarsi. A guardare davvero. E naturalmente a lungo. E cosa ci mostra? Solo apparentemente la scoperta della sessualità nella giovane Adele (...), piuttosto ci racconta la solitudine a cui sembriamo condannati (vedi l'ultimissima inquadratura) e l'egoismo da cui non riusciamo a liberarci. Praticamente un quadro delle nostre «quotidiane» difficoltà o paure o piccole miserie, raccontate però attraverso l'incontro tra Adele ed Emma. (...) Questa storia (...) si regge soprattutto sulla straordinaria prova delle due protagoniste, Adèle Exarchopoulos (è Adele) e Léa Seydoux (è Emma) non a caso citate esplicitamente nell'attribuzione della Palma d'oro a Cannes. Epperò rischia anche di lasciare un po' di insoddisfazione nello spettatore che non vorrebbe solo accontentarsi della grandissima maestria direttoriale (di scrittura e direzione d'attori) ma auspicherebbe che tutta quella materia incandescente finisse per innalzarsi sopra le sue contingenze narrative e aiutasse ad avere uno sguardo meno «particulare» sul mondo e i suoi abitanti." (Paolo Mereghetti, "Corriere della Sera", 22 ottobre 2013)

"Le qualità visive, il cinema. Il blu presente in ogni inquadratura (all'origine c'è una graphic novel di Julie Maroh intitolata 'Il blu è un colore caldo') è un vezzo. Notevole la visualizzazione del sogno di Adele ancora incosciente e alla vigilia di tutto. Più interessante è la forza di cui sono portatrici le due interpreti (che a posteriori si sono risentite con il regista prevaricatore, riproponendo in piccolo la dolorosa polemica Schneider-Bertolucci) sobbarcandosi un compito che per un verso o per l'altro contiene qualcosa di sgradevole. Emma (un po' mostro) nella spaventosa scenata di gelosia a tolleranza zero verso il tradimento con un maschio. E soprattutto Adele (un po' piattola) incapace di dominare, sia pur con un velo di vergogna e di sdoppiamento di sé, un istinto onnivoro che si celebra nel sesso ma anche nel piacere del cibo. Ma alla fine lo zoccolo duro del film risiede nel suo valore di costume, di per sé non artisticamente duraturo, tipo il primo seno scoperto di Hedy Lamarr. Quello di una prima volta. Prima rappresentazione ravvicinata di un tipo di sessualità rimasta cinematograficamente tabù, primo mostrare senza ellissi un incontro d'amore tra donne. Non uno ma quattro (più il sogno), tempo reale. Per un'irragionevole durata di tre ore. 'Da vedere' perché vincitore del più importante festival del mondo. Ma con tanti dubbi." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 24 ottobre 2013)

"Una storia d'amore. Senza aggettivi. Il film che ha conquistato Cannes dura tre ore e racconta la cosa più bella e terribile del mondo. Un amore che nasce, cresce, trionfa, si consuma, si spezza. Uno di quegli amori che potrebbe durare una vita e invece sbatte contro ostacoli eterni e insormontabili. Le differenze di classe e cultura, le mentalità che separano mentre i corpi si attraggono, i diversi modi di stare al mondo che finiscono per allontanare anche gli amanti più appassionati. Anzi le amanti, perché le protagoniste di 'La vita di Adèle', che comincia un po' dove finiva 'La classe' di Cantet, sono due ragazze, Adèle e Emma appunto. (...) in tre ore di film passano diversi anni e Kechiche osserva le sue due eroine da vicino, molto da vicino, anche quando mangiano e quando fanno l'amore, in lunghe scene più che esplicite. Ma riprese con uno sguardo caldo e pittorico che annulla ogni voyeurismo e sembra confondersi con quello dei personaggi stessi. Rendendo ancora più doloroso il lento lavorio della società contro di loro. Il gruppo delle compagne di scuola - micidiali - che orienta, controlla, giudica Adèle. Il giro artistico degli amici di Emma, così colti, brillanti, educati ma non meno letali. E in mezzo loro due. Ma soprattutto Adèle. Vulnerabile, appassionata, disarmante. Ci voleva un tunisino naturalizzato francese, già autore dei memorabili 'L'esquive', 'Cous cous', 'Vénus noire', per rendere con tanto calore e tanta crudezza l'incanto dei corpi e la crudeltà dell'esclusione sociale che si annida anche nello sguardo sapiente ma dominatore di un'artista. Che è Emma ma anche un po' Kechiche. Artista ma anche e sempre immigrato. E deciso a non farcene dimenticare." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 24 ottobre 2013)

"È interessante raffrontare 'La vita di Adele', Palma d'oro allo scorso festival di Cannes, con la graphic novel 'Il blu è un colore caldo' di Julie Maroh (Rizzoli Lizard) cui si ispira: perché, pur in spirito di sostanziale fedeltà, appare evidente con quanta autorevolezza (e autorialità) il regista Abdellatif Kechiche abbia trasformato l'opaco materiale della pagina in cinema palpitante di vita. Con quello stile fenomenologico, «en plein air» anche quando realizzato in interni, che è il marchio del cinema francese da Renoir alla Nouvelle Vague fino agli attuali epigoni. Com'è noto, il film racconta l'iniziazione sentimentale di Adele, una liceale di Lille che scopre la sua femminilità fra le braccia di una ragazza dai capelli tinti di blu. (...) ai fini della storia c'era bisogno di sequenze di sesso tanto insistite e dettagliate? A noi pare che uno stile più sorvegliato e qualche taglio avrebbero giovato, però Kechiche è così, prendere o lasciare. Impegnato a cogliere la vita nel suo fluire, in modo da far dimenticare l'artificio narrativo e senza badare alla durata (175 minuti), se ne resta con l'obiettivo incollato addosso alle sue protagoniste incalzandole in un susseguirsi di primi piani mentre nel trascorrere degli anni fra sguardi, carezze, lacrime e respiri, il loro amore entra in crisi. Sullo schermo la rottura è legata a una differenza di classe e cultura: a casa di Emma si mangiano le ostriche, nella famiglia piccolo borghese di Adele gli spaghetti; Emma è una pittrice chic-bohemien, Adele ama insegnare ai bambini; Emma è viziata ed egocentrica, Adele emana calore e generosità. È un sottotesto alluso con finezza, e tuttavia il bello (e, volendo, il limite) del film resta quello della sua impressionistica, naturalistica pregnanza formale." (Alessandra Levantesi Kezich, 'la Stampa', 24 ottobre 2013)

"(...) Triplice Palma d'Oro a Cannes (presidente di giuria Steven Spielberg), 'La vita di Adele' di Kechiche non è solo un capolavoro, ma un punto di rottura nella storia della settima arte: cinema fatto vita, non il contrario, con il dispositivo che scompare, portando in questa le nostre vite, e viceversa. Tre ore di gioia per gli occhi, senza filtro, senza mediazione né compromessi: sesso esplicito, e il cuore pure, non c'è alcuna letterarietà (nonostante le premesse da Marivaux) e il dissidio sartriano tra essenza ed esistenza annega tra nasi che colano, pantaloni che cadono e spaghetti succhiati avidamente. Con 'Faust' di Sokurov il meglio film del XXI secolo." (Federico Pontiggia, 'il Fatto Quotidiano', 24 ottobre 2013)

"(...) Quello che vuole raccontare cinematograficamente Kechiche è una storia d'amore, dall'attimo in cui gli sguardi si incrociano e le ragazze entrano una nell'altra, e c'è la voglia di scoprirsi, di toccarsi, la tensione sospesa fino al primo bacio, al sesso, la scena d'amore filmata nel tempo prolungato che scandisce il cinema del regista francese, tirando la sua immagine allo sfinimento (ricordate la corsa del vecchio nel finale di 'Cous Cous'?). (...) Ecco, è questa mancanza d'amore per i suoi personaggi che trovo sgradevole in Kechiche, e che trasforma il suo filmare in un virtuosismo fine a sé stesso. Perché incollarsi ai corpi, come fa con quello di Adele, senza compassione o complicità? Seguendo l'ossessione di possederli, quasi fino alla penetrazione, svuotata però di desiderio tanto che anche la scena di sesso «scandalo» (le lacrime sono molto più pornografiche nel film) tra le due donne, nell'esecuzione «magistrale» mette da parte la magia del corpo. C'è sempre un che di giudicante in Kechiche, qui ancora di più, come si fa a giudicare le storie d'amore, e con la griglia delle convenzioni sociali in più. Certo ogni relazione implica anche un gioco di «potere» ma è il rischio (e la bellezza), paura e desiderio. (...) Basterebbe lasciar libero il respiro che la macchina da presa dichiara a ogni fotogramma, trasformato invece in una sorta di gabbia, nella quale i personaggi appaiono inchiodati a una sola possibilità." (Cristina Piccino, 'il manifesto', 24 ottobre 2013)

"I palmares dei festival cinematografici hanno, a volte, una logica paradossale. Prendiamo 'La vita di Adele', vincitore dell'ultimo festival di Cannes. Non era assolutamente il miglior film del concorso cannense: lo superavano, per bellezza ed equilibrio narrativo, 'Nebraska' di Alexander Payne, 'Inside Llewyn Davis' dei fratelli Coen e 'Il passato' di Asghar Farhadi. E siamo pronti a beccarci accuse di lesa cinefilia affermando che non si tratta di un capolavoro, e che Abdellatif Kechiche è un regista abbondantemente sopravvalutato (in primis da se stesso). Detto questo 'La vita di Adele' è stato, nel contesto di Cannes 2013, la Palma d'oro giusta e necessaria. Giusta per l'emozione che questa storia d'amore omossessuale ha suscitato nei giurati e nel pubblico, in coincidenza con eventi di cronaca (in Francia e altrove) che la rendevano «il film del momento». Necessaria per gli equilibri anche politica cinematografica che il festival esprimeva, con un'alleanza anche produttiva sempre più forte tra Usa e Francia che il presidente della giuria Steven Spielberg ha brillantemente interpretato. Palma d'oro ok, quindi, e film da vedere pur senza aspettarsi l'opera che ti cambia la vita. (...) È un vero romanzo di formazione, quello che porta Adele a rivedere tutto di se stessa: lei è una studentessa, di famiglia «normale», con un'estrazione «normale»... e gusti sessuali «normali». Kechiche la pedina come pedinava la famiglia maghrebina di 'Cous Cous', con un gusto quasi entomologico dell'immagine ma senza mai abbandonarsi a scrupoli «politici» o sociologici. L'aspetto forse più affascinante di 'La vita di Adele' è il suo essere una storia d'amore in cui l'aspetto lesbico è solo mostrato, mai sottolineato: quando Emma irrompe nella vita di Adele, l'amore ha le stesse dinamiche che si verificherebbero se una delle due fosse un ragazzo. (...) 'La vita di Adele' ha la forza e la discontinuità della vita vera. La scritta iniziale («capitolo 1 e 2») potrebbe far pensare a un seguito che Kechiche, per ora, non conferma e non smentisce." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 24 ottobre 2013)

"Sfibrante dramma francese, ovvia Palma d'oro a Cannes, che in tre ore racconta una sofferta (specie per lo spettatore) passione saffica. Dieci minuti se ne vanno in kamasutra lesbici con mugolii, una ventina in lacrimoni con moccio al naso. Chissà se alla fine la brava protagonista avrà ricevuto il fazzoletto negatole per tutto il film." (Massimo Bertarelli, 'il Giornale', 24 ottobre 2013)

"Piacerà a giudicare dall'accoglienza al festival di Cannes (Palma d'oro e lunghissimi applausi) a un pubblico numericamente molto sostenuto, colto (o con ambizioni culturali) dimorante nelle grandi città. Anche i maschietti con radicati pregiudizi provinciali rimarranno intrigati. Se non dalle vicende delle due ragazze, dal respiro di grande narratore del franco arabo Adbellatif Kechiche (all'opera terza)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 24 ottobre 2013)

"Cronaca di una solitudine non annunciata. Per favore, non lasciate che 'La vita di Adele' (...) sia avvolto soltanto dal chiacchiericcio, più o meno, morboso, sulle scene lesbo, più o meno, esplicite. Lasciamo da parte, magari una volta per tutte, la tendenza a inseguire lo scandalo per lo scandalo (...). Il melò di Adbellatif Kechiche, Palma d'oro a Cannes 2013, ha ben altre dimensioni programmatiche ed estetiche. (...) Kechiche è uno dei rari esempi di cinema d'autore duro e puro che non soffre di narcisismo, ermeticità ma, prendendosi il tempo, anche estenuante, che gli occorre, dipana un realismo poetico che ha le sue radici in un naturalismo letterario molto forte. Ma è sempre lo sguardo a dettare la narrazione come quando insegue, con la macchina a mano, corpi, volti e sentimenti che esplodono e implodono. Le scene erotiche sono di una esemplare e splendida plasticità, nascondono il minimo ma non sfiorano neppure per un secondo la volgarità che sono la prerogativa di ben diverse derive. Kechiche filma il destino e l'amore, la conflittualità dei due caratteri e dell'appartenenza sociale secondo un flusso quasi inesorabile che tracima nelle lacrime di chi si sente irrimediabilmente sola. L'esercizio di stile è di alto profilo, pure se alcune insistenze rischiano di sottolineare e spiegare quanto non sarebbe necessario. Ma è solo un peccato veniale in un'opera che non può esorcizzare il vuoto in agguato, come il maschio che prima disgusta e poi provoca il dissolvimento di un legame. La prova recitativa di Léa Seydoux e Adèle Exarchopulos lascia incantati e sedotti, come è capitato a Steven Spielberg, presidente della giuria sulla Croisette, che ha voluto accomunarle al regista nella assegnazione della Palma. Forse troppo, ma non stoppia." (Natalino Bruzzone, 'Il Secolo XIX', 24 ottobre 2013)

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