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Marley - di Kevin Macdonald

Marley - di Kevin Macdonald

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A 30 anni dalla sua morte, il film documentario diretto da Kevin MacDonald racconta la vita e la musica del grande cantante e musicista giamaicano Bob Marley.

Regia: Kevin Macdonald

Interpreti: Bob Marley

Fotografia: Mike Eley, Alwin H. Kuchler, Wally Pfister

Montaggio: Dan Glendenning

Durata: 2 ore e 24 minuti

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cinematografo.it - Fondazione ente dello spettacolo ***** Kevin Macdonald sulle orme del mito Bob. Con un doc commovente, ma senza guizzi

Una delle più grandi leggende della musica contemporanea raccontata dai suoi amici e familiari in un ritratto-fiume. Bob Marley e la sua musica indimenticabile rivivono grazie all’enorme lavoro di Kevin Macdonald, regista noto per un paio di film apprezzabili come La morte sospesa e L’ultimo re di Scozia. La ricerca d’archivio e le numerosissime interviste hanno portato a un ritratto artistico e storico molto esaustivo, in cui la figura pubblica ben si bilancia con il lato privato. Tale gigantesco accumulo di materiale e di evidente entusiasmo per il progetto ha però portato il regista a non sapere sintetizzare il discorso, e le due ore e mezzo di durata alla fine pesano più di quanto avrebbero dovuto. Di bellissimo però c’è comunque lui, Bob Marley, con la sua sincerità, il suo carisma e soprattutto la sua straordinaria musica. Quando partono le note di No Woman No Cry o Redemption Song è praticamente impossibile non cantarle insieme a lui ancora una volta, e di conseguenza commuoversi.

A livello puramente cinematografico, Marley è un documentario ben organizzato nella progressione narrativa ma senza particolari guizzi che lo rendono degno di nota. A farlo svettare è il soggetto, un mito destinato a non conoscere fine. (Adriano Ercolani)

Marley - di Kevin Macdonald

La critica

Quella sera del 23 settembre 1980, a Pittsburgh, il sound-check durò più del concerto. Bob Marley sembrava non trovare mai il suono giusto e i Wailers, i suoi musicisti, non capivano il perché di quell'improvviso perfezionismo. Non era da lui. Ignoravano una cosa che solo lui sapeva: era il suo ultimo concerto. Il tumore che da tre anni lo divorava dal di dentro era arrivato quasi dovunque. Doveva affrontare cure molto invasive, che gli avrebbero impedito di suonare e di tenere concerti. Sarebbe morto sette mesi dopo, I'11 maggio del 1981.(...) In circa 150 cinema di tutto il paese si proietta 'Marley', lo splendido documentario biografico di Kevin MacDonald del quale la Lucky Red ha acquisito i diritti per l'Italia. L'idea è originale: anziché una normale tenitura, la Lucky Red punta all'evento: un solo giorno di programmazione, ma con una quantità di copie degna di un blockbuster. (...) Kevin MacDonald è un ottimo regista ("L'ultimo re di Scozia", "State of Play"), un nipote d'arte (suo nonno era Emeric Pressburger, autore assieme a Michael Powell di alcuni capolavori del cinema inglese, come "Scarpette rosse") e uno dei migliori documentaristi su piazza. Inoltre, Marley ha tutto ciò che serve per essere il film «definitivo» su questo musicista che era anche un grande personaggio, geniale e controverso. A differenza di altri lavori precedenti, qui c'è il totale sostegno della famiglia, della vedova Rita e del figlio Ziggy in primis. Quindi da un lato c'era il rischio di un documentario «embedded», di una biografia ampiamente autorizzata - per altro scongiurato, come vedremo. Dall'altro MacDonald ha potuto lavorare su una messe di materiali d'archivio imponente, che rendono il film un viaggio esaustivo nella vita di Bob e nella sua musica. Non si tratta, dicevamo, di un santino. Bob viene raccontato con tutti i suoi difetti, che non erano pochi né particolarmente gradevoli. (...) Alla fine, Marley sembra il ritratto (involontario?) di un genio suo malgrado, di un uomo molto irrazionale nella filosofia e nei comportamenti ma portatore di una rivoluzione musicale che ha avuto pochi eguali nella storia del Novecento. Chiunque sia stato ragazzo negli anni 70 ricorda cosa fosse, allora, il reggae. Senza i giamaicani di Londra - e senza Bob Marley e i suoi Wailers - non sarebbero esistiti i punk, i Clash, i Police, non ci sarebbe stata la svolta «latina» di Bob Dylan. Questo è l'aspetto noto della storia, mentre i momenti più sorprendenti del film riguardano le origini del mito (...)." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 26 giugno 2012)

"E' il primo documentario sulla leggenda del santo fumatore autorizzato dalla famiglia, che per l' occasione ha aperto i suoi preziosi archivi a Kevin MacDonald, già regista de 'I discorsi del re', oltre che premio Oscar per 'Un giorno a settembre'. Ma 'Marley', già lanciato con grande risalto in Inghilterra come in America e in Italia nelle sale del circuito Uci soltanto oggi prima di mirare al mercato del dvd, tutto è tranne che un'agiografia. Tra sequenze di repertorio e interviste inedite scorre davvero il film della vita del re del re del reggae, su cui credevamo di sapere già tutto. (...) Macdonald non dipinge un santino, ha a disposizione scene di concerto da sballo (è il caso di dirlo) e chicche come la versione gospel di «No woman no cry» con Peter T'osh al pianoforte. Mostra l'ascesa artistica con la formazione del credo di Marley, tra dreadlocks e la fede in Haile Selassie. Solo che invece di raccontare la favola del ragazzo povero che ce l'ha fatta, del ribelle senza pausa che ha messo insieme sul palco i due storici rivali della politica giamaicana (...) scongiurando una ormai inesorabile guerra civile, che ha festeggiato l'indipendenza del Mozambico senza scendere dalla scena nemmeno quando fu invasa dai lacrimogeni, tinge improvvisamente di nero il racconto." (Federico Vacalebre, 'Il Mattino', 26 giugno 2012)

"Non è (...) né un'agiografia né un film concerto, anzi i frammenti musicali usati sono abbastanza pochi rispetto all'indagine sull'uomo Bob Marley (...) e sulla sua formazione, dalla discriminazione per il colore della sua pelle (non era né bianco né nero ma di razza mista poiché figlio di un ufficiale britannico e una donna giamaicana) alla sua presa di coscienza del rastafarianesimo, con la centralità della tradizione africana (la scena iniziale del film è proprio sulle coste del Ghana, nel luogo dove venivano organizzate le navi degli schiavi) e la battaglia pacifica per il cambiamento. (...) Uno dei momenti più emozionanti, il suo grande ritorno a casa da superstar mondiale. (...) Particolarmente timido e riservato, con uno stile di vita abbastanza severo (tanto esercizio fisico, niente alcol e parecchia marijuana) Marley ha avuto 11 figli da 7 donne diverse (...). Il suo grande cruccio, però, rimase quello di non essere stato in grado di mobilitare la popolazione afroamericana e neppure di sfondare sul mercato discografico Usa. Ci riuscirà, solo otto mesi prima di morire, con un'esibizione diventata poi leggendaria al Madison Square Garden di New York nel settembre 1980, quando accetterà di fare da gruppo di spalla, di aprire le serate del tour dei Commodores, di cantare le parole di 'War': «Ciò che mi ha insegnato la vita/Vorrei dividerlo con/quelli che vogliono imparare/che finché i più elementari diritti umani/non verranno garantiti a tutti in egual misura/ci sarà guerra ovunque»." (Flaviano De Luca, 'Il Manifesto', 22 giugno 2012)

"Martin Scorsese da tempo voleva girare un film su Bob Marley, tanto che aveva già iniziato uno studio preliminare. Poi la palla è passata a Jonathan Demme, che avrebbe iniziato l'impresa anche se non si sa a che punto sia arrivato. Allo scorso festival di Berlino però il regista Kevin MacDonald (quello de 'L'ultimo re di Scozia') ha presentato il suo documentario sul grande artista giamaicano, intitolato semplicemente 'Marley'. (...) L'uomo Marley resta un mistero inafferrabile che l'affascinante montaggio di vecchie foto, spezzoni di concerti e interviste riesce a restituire a quell'alone di mito che il musicista si porta appresso sin da quando diventa protagonista della sua stessa avventura umana e artistica. D'altronde la persistenza della notorietà di Bob Marley nel mondo non è paragonabile a quella di un semplice fenomeno di musica pop e forse si comprende meglio alla luce della forza spirituale che l'uomo e l'artista hanno alimentato con assoluta dedizione. Grazie a un archivio vastissimo, messo a disposizione della famiglia, l'evoluzione di Marley, da quando è ragazzino emarginato a quando diventa l'artista più carismatico dell'internazionale reggae, è raccontata con dovizia di immagini e informazioni. Il regista da una parte ricorda quanto le canzoni e la stessa figura di Marley siano entrate nell'immaginario collettivo del nostro tempo." (Ugo Bacci, 'L'Eco di Bergamo', 25 giugno 2012)

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