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Come pietra paziente - Syngué Sabour

Come pietra paziente - Syngué Sabour

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Ai piedi delle montagne attorno a Kabul, una giovane moglie accudisce il marito, eroe di guerra, in coma. La guerra fratricida lacera la città, i combattenti sono alla loro porta. Costretta all'amore da un giovane soldato, contro ogni aspettativa la donna si apre, prende coscienza del suo corpo, libera la sua parola per confidare al marito ricordi e segreti inconfessabili. A poco a poco in un fiume liberatorio tutti i suoi pensieri diventano voce: incanta, prega, grida e infine ritrova se stessa. L'uomo privo di conoscenza al suo fianco diventa dunque, suo malgrado, la sua "syngué sabour", la sua pietra paziente, la pietra magica che poniamo davanti a noi stessi per sussurrarle tutti i nostri segreti, le nostre sofferenze... finché non va in frantumi.

Tratto dal romanzo "Pietra di Pazienza" di Atiq Rahimi (Premio Goncourt 2008), edito in Italia da Einaudi.

Regia:  coming soon

Interpreti: Golshifteh Farahani, Hamid Djavadan, Hassina Burgan, Massi Mrowat, Mohamed Al Maghraoui

Sceneggiatura: Jean-Claude Carrière

Fotografia: Thierry Arbogast

Montaggio: Hervé de Luze

Durata: 1 ora e 42 minuti

 Biglietti esselunga Vieni al cinema alla domenica sera - a Casatenovo costa meno Prendi sei e paghi cinque - Tessere a scalare

Valutazione Pastorale (dal sito della CNVF della Conferenza Episcopale Italiana)

Giudizio:  Consigliabile, problematico, dibattiti

Tematiche: Donna; Guerra; Matrimonio - coppia; Metafore del nostro tempo; Sessualità; Storia

cinematografo.it - Fondazione ente dello spettacolo ***** Donna, Afganistan: Atiq Rahimi firma un Kammerspiel di liberazione sessuale

Dintorni di Kabul, i combattimenti infuriano, una giovane donna (Golshifteh Farahani) accudisce il marito, eroe di guerra in coma. Esplosioni fuori casa e dentro l’anima, l’uomo privo di conoscenza e contro la sua volontà diventa la syngué sabour, la pietra paziente della donna, cui confidare i propri segreti, dolori, ansie e speranze: finché non va in mille pezzi...

Dal suo romanzo Pietra di pazienza (Einaudi), l’afgano trapiantato in Francia Atiq Rahimi firma l’opera seconda Come pietra paziente, un Kammerspiel che mette il dito nella piaga della condizione femminile nel suo paese natale, e non solo, parlando di corpo e prostituzione, liberazione sessuale e diritti civili, uomo e donna, Donna e Uomo. Un piccolo film dall’alto potenziale: permeabile alla noia, ma ancor più alla riflessione, con il monologo della protagonista da mettere in dialogo con le nostre coscienze.

Bandita dall’Iran per una foto di nudo, Golshifteh Farahani è brava e bella, ma difetta di empatia, finendo per concedere un po’ di “simpatia” al marito tanto assente quanto padrone: danno collaterale o estremo sacrificio? Allo spettatore la sentenza, ma il titolo è fedele: ci vuole pazienza, ma è una pietra (abbastanza) preziosa (Federico Pontiggia)

Come pietra paziente - Syngué Sabour

La critica

"Il titolo del romanzo (Einaudi) e del film che lo scrittore stesso - l'afghano naturalizzato parigino Atiq Rahimi - ne ha tratto, si riferisce a una sorta di pietra magica alla quale si usa confidare disgrazie e dolori per essere alleviati quando infine la pietra va in frantumi. La 'pietra paziente' cui si rivolge la protagonista (un'intensa Golshifteh Farahani) è suo marito, eroe di guerra che giace in coma gravemente ferito. Siamo nei sobborghi di Kabul, dove di continuo si aggirano pattuglie di uomini armati pronti a uccidere e a stuprare; ma la donna, dopo essersi rifugiata con le figliolette da una zia in una zona protetta, ogni giorno sfida il pericolo per recarsi al capezzale del coniuge, che non può né sentire né parlare, e raccontargli frustrazioni matrimoniali e inconfessabili segreti. Pur girato in gran parte nei luoghi veri, il film di Rahimi non è giocato su un registro realista: il soliloquio è imbastito con raffinatezza letteraria (la sceneggiatura porta anche la firma del grande Jean Claude Carrière) sulla linea di un percorso di emancipazione che, partendo da un preciso contesto culturale (l'integralismo islamico), finisce per assumere un valore emblematico, allusivo di qualsiasi condizione di oppressione sotto ogni cielo." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 4 aprile 2013)

"In una stanza spoglia un uomo è disteso a terra, nell'immobilità assente del coma, la giovane moglie inginocchiata accanto a lui amorevolmente lo assiste e sempre più crudelmente gli parla: fuori le cannonate, le macerie, la polvere, i carri armati, i morti, di Kabul. La meraviglia sconvolgente di 'Come pietra paziente', nasce da queste immagini dolenti e miserabili, dal lungo monologo angosciato e feroce della donna che raccontando se stessa racconta tutta la sofferenza, l'umiliazione, la ribellione di milioni di donne; dal viso di emozionante bellezza dell'attrice iraniana Goldhifeth Farahani, che l'impenetrabile burka cancella, ogni volta che con gesti antichi di rabbia e sottomissione lei ci si imprigiona. Il film diretto dall'afgano Atiq Rahimi, che vive in Francia da 30 anni (sceneggiato con Jean-Claude Carrière), è tratto dal suo romanzo 'Pietra di pazienza' vincitore del Goncourt nel 2008 (Einaudi), ed è una di quelle opere straordinarie che ogni tanto il cinema sa dare, incantandoci e costringendoci a pensare al dolore del mondo, e in questo caso all'oppressione delle donne cui tutto viene negato in società patriarcali, dominate dalla frustrazione sessuale e dalla tirannia religiosa." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 28 marzo 2013)

"Geniale traduzione di una riscossa diretta dall'afgano Atiq Rahimi e recitata con mille sfaccettature da Golshifteh Farahani. Una voce originale." (Maurzio Porro, 'Il Corriere della Sera', Maurizio Porro, 28 marzo 2013)

"Film intimista e ricco di suggestioni ad alto tasso metaforico, è tratto dal romanzo dello stesso regista afgano esule in Francia, qui alla sua opera seconda. Una visione 'diversa' dal solito mainstream, per uno spettatore curioso, attento e certamente paziente." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 28 marzo 2013)

"Parafrasando il titolo, un macigno anche per lo spettatore più paziente. Un encomio al marito della finzione, sommerso da un diluvio di chiacchiere. Chiunque sarebbe uscito dal coma per urlare: ma non taci mai?" (Massimo Bertarelli, 'Giornale', 28 marzo 2013)

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