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Il grande Gatsby

The Great Gatsby

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La storia di un aspirante scrittore, Nick Carraway che lasciato il Midwest Americano, arriva a New York nella primavera del 1922, un'epoca in cui regna la dubbia moralità, la musica jazz e la delinquenza. In cerca del suo personale Sogno Americano, Nick si ritrova vicino di casa di un misterioso milionario a cui piace organizzare feste, Jay Gatsby, ed a sua cugina Daisy che vive sulla sponda opposta della baia con il suo amorevole nonché nobile marito, Tom Buchanan. E' allora che Nick viene catapultato nell’accattivante mondo dei super-ricchi, le loro illusioni, amori ed inganni. Nick è quindi testimone, dentro e fuori del suo mondo, di racconti di amori impossibili, sogni incorruttibili e tragedie ad alto tasso di drammaticità.

Tratto dall'omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald.

The Great Gatsby

Regia: Baz Luhrmann

Interpreti: Leonardo Di Caprio, Carey Mulligan, Tobey Maguire, Isla Fisher, Joel Edgerton, Gemma Ward, Callan McAuliffe, Amitabh Bachchan, Jason Clarke, Daniel Newman, Jack Thompson, Jacek Koman

Sceneggiatura: Baz Luhrmann, Craig Pearce

Fotografia: Simon Duggan

Montaggio: Jason Ballantine

OscarOscar
Miglior scenografia a Catherine Martin e Beverley Dunn
Migliori costumi a Catherine Martin

The Great Gatsby

Valutazione Pastorale (dal sito della CNVF della Conferenza Episcopale Italiana)

Giudizio: Consigliabile/problematico

Tematiche: Cinema nel cinema; Denaro, avidità; Letteratura; Musica; Politica-Società; Storia

Il romanzo "Il grande Gatsby" è stato scritto da Francis Scott Fitgerald tra Long Island, New York e St. Raphael in Francia (a poca distanza da Cannes) tra il 1923 e il 1924, pubblicato nel 1925. Da quel momento è cominciato il successo del testo in tutto il mondo. L'ultimo esempio al cinema era quello del 1974, con Robert Refdord nel ruolo del titolo. Quasi quaranta anni dopo, il libro passa nelle mani di Baz Luhrmann, regista australiano impostosi all'attenzione internazionale con "Ballroom - Scuola di ballo" (1992), "Romeo & Giulietta" (1996), "Moulin Rouge" (2008), "Australia" (2008). Chi ha visto questi titoli ne ricorda certamente l'abbondanza della messa in scena, l'esagerazione nella costruzione di luoghi, ambienti, situazioni. E' un marchio espressivo dal quale Luhrmann non si allontana. La presenza della villa di Gatsby come luogo di divertimenti sfrenati e libertari, di eccessi incontrollabili è apparsa una ghiotta, irrinunciabile occasione. E' proprio lì infatti che la regia si produce nel meglio di una visionarietà spettacolare, e nel peggio di una meccanismo che inghiotte nell'estetismo tutte le opportunità per 'dire' qualcos'altro, di più profondo e coinvolgente. Il copione resta aderente ad un' esposizione magniloquente e sovrabbondante, supportata da una colonna sonora che contamina varie epoche (anche quella contemporanea) e insieme confonde alquanto il crearsi di una atmosfera compatta. Ne deriva un melodramma sontuoso e manierato, con poca verità e scarsa poesia. A meno che non sia proprio questa enfasi fintamente retrò e molto post moderna l'obiettivo autentico di Luhrmann, il suo modo di disegnare un universo malato, in preda ai cinismo e privo di etica. Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come consigliabile e nell'insieme problematico.

Utilizzazione: il film è da utilizzare in programmazione ordinaria come proposta di ampia spettacolarità. Certamente molta attenzione è da tenere per minori e piccoli anche in successive occasioni, in vista di passaggi televisivi o di uso di dvd e di altri strumenti tecnici.

cinematografo.it - Fondazione ente dello spettacolo ***** Luhrmann rilegge Fitzgerald: riflessione sfarzosa e disperata sull'impossibilità di ripetere il passato, Fuori Concorso a Cannes

"Ero dentro e anche fuori. Incantato e respinto dall'inesauribile varietà della vita". Nick Carraway (Tobey Maguire), l'aspirante scrittore utilizzato da F. Scott Fitzgerald per "raccontarci" Il grande Gatsby diventa nelle mani di Baz Luhrmann l'occhio e la voce attraverso cui svelare, poco a poco, le sfuggenti e mutevoli verità di un uomo-personaggio-simbolo spartiacque nella storia della letteratura americana, e mondiale.
"Non si può ripetere il passato" - "Certo che si può": è in questo botta e risposta tra Nick e Gatsby (un ottimo Di Caprio) il senso esplicito dell'operazione Luhrmann, demiurgo di un cinema da sempre orientato a mescolare classico e moderno (Romeo + Juliet), mélo e barocchismi (Moulin Rouge). L'ambizione più estrema, dopo il fallimento Australia, rimaneva allora proprio questa: partire dalla pietra angolare della letteratura e dell'immaginario Usa dell'ultimo secolo e riscriverne la fruizione, mantenendo però pressoché inalterato il racconto. Ecco spiegato allora il 3D e un approccio estetico più vicino agli ultimi Harry Potter piuttosto che al rigore formale del precedente adattamento diretto da Jack Clayton nel '74, per non parlare dell'abituale lavoro sulla colonna sonora, concepita insieme a Jay Z per tradurre l'era jazz degli anni '20 nell'equivalente musicale dei nostri tempi e che ha visto coinvolti, tra gli altri, Lana Del Rey, Beyoncé, Florence + The Machine e Bryan Ferry: la "luce verde" del sogno di Gatsby, per Baz Luhrmann (anche produttore) è quella di poter parlare ad un pubblico insieme mainstream e hipster (aggiornando così il contrasto tra conformismo e anticonformismo presente anche nel romanzo di Fitzgerald), che possa alimentare nuovamente il mito di un'icona, Gatsby, sintesi del sogno americano e della sua distruzione. Capace di ricrearsi dal nulla e arricchirsi smisuratamente, anche in maniera illecita, ma incapace di salvaguardare se stesso dall'unica ossessione, Daisy (Carey Mulligan), che ne ha sempre ricambiato l'amore ma che non riesce, non può cancellare gli ultimi 5 anni. Quelli che Gatsby ha impiegato per costruire il regno dove potersi rinchiudere finalmente con lei, gli stessi che la donna ha trascorso al fianco del marito fedifrago, Tom (Joel Edgerton), e dal quale poco coraggiosamente riesce ad allontanarsi.

"Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato": Il grande Gatsby di Luhrmann, in fondo, è proprio questo, una riflessione sfarzosa - a tratti kitsch - sulla fragilità del desiderio e sull'impossibilità di ripetere il passato, pur rimanendone insabbiati. Cerebralmente convincente, emotivamente adolescente ( Valerio Sammarco)

La critica

"Oso? Ma sì, oso: 'Il grande Gatsby' di Baz Luhrmann è noioso! E lo dico non per «lesa maestà» nei confronti di Scott Fitzgerald (ognuno è libero di tradire i capolavori come meglio gli aggrada, anche facendo del personaggio narrante un romanziere in cura da uno psichiatra), ma proprio in confronto agli altri film di Luhrmann. Specie 'Moulin Rouge!'. Non c'è più il piacere trascinante di quel film, l'entusiasmo e la voglia di originalità che riscattavano (quasi) tutto, a partire dal kitsch. Oggi mescolare jazz e hip hop non fa ritrovare la forza libertaria del rock, capace ieri di vivificare la storia d'amore di Satine e Christian. E il kitsch si svela per quello che è veramente: solo cattivo gusto! Ma soprattutto infastidisce di questo film, sceneggiato dal regista con il solito Craig Pearce, l'inutile e costante sottolineatura di ogni situazione, di ogni battuta. Come se il pubblico non fosse più capace di «capire» quello che sta avvenendo sullo schermo e avesse bisogno di spiegazioni di ogni tipo. Che nel film si trasformano in dialoghi senza verità, in scene senza mistero. E questo è forse il tradimento più grande verso Fitzgerald, che proprio dell'essenzialità e del sottinteso aveva fatto la sua chiave espressiva. No, Jay Gatsby non è il misterioso avventuriero su cui si accavallano le ipotesi: lo vediamo trattare con ogni tipo di banditi, occuparsi direttamente dei suoi interessi nel contrabbando di alcol, approfittare del suo potere di ricatto su politici e poliziotti. E anche il suo imbarazzo nei confronti dell'amata Daisy, che non vede da cinque anni e che lo ha bellamente tradito per accasarsi con un ricco e debosciato milionario, anche quelle titubanze finiscono per apparire parodiate (e non sofferte) da una recitazione troppo sottolineata, troppo marcata. Non se ne fa una colpa specifica a Leonardo DiCaprio: è chiaro che sta ubbidendo alle indicazioni del regista ma sullo schermo fatica a trovare quella compostezza e quel sottotono che facevano la forza di Redford nella versione dello stesso romanzo firmata da Jack Clayton. E il paragone è ancor più impietoso tra la Daisy di Carey Mulligan (una bambina mai cresciuta) e di Mia Farrow (perfetta nel suo essere fatua e superficiale ma insieme attratta). Alla fine resta solo lo sfarzo pacchiano di una ricchezza eccessivamente ostentata, effetti digitali totalmente gratuiti e un 3D di cui francamente sfugge la necessità. Dal festival di Cannes ci aspettavamo qualcosa di meglio." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 16 maggio 2013)

"Due ore e venti di cinema in 3D, una colonna sonora martellante e anacronistica stile 'Moulin Rouge', un cast da sogno, i costumi più fastosi, le scenografie più sgargianti, le feste più orgiastiche mai viste su uno schermo, e poi cantanti, ballerine, gaudenti generici che accorrono nella villa-castello di Gatsby come cavallette sulle loro decappottabili, un jazzista che suona l'organo, un jazz club clandestino zeppo di politici e poliziotti corrotti, una Rolls gialla e rombante che corre come il destino fra opulenze e miserie, un gangster ebreo dai modi soavi che porta un molare umano come fermacravatta (Amithab Bachchan, leggenda di Bollywood, una di quelle presenze che da sole spaccano lo schermo). Il tutto potenziato, pantografato, sparato in orbita da una colonna sonora ribaldamente hip hop (con tanti saluti ai meravigliosi ritmi anni Venti) e da una débauche di trucchi e di effetti ottici che sono ormai il marchio di fabbrica di Baz Luhrmann, mentre la macchina da presa vola sopra i grattacieli di Manhattan, accarezza i tramonti di Long Island, si tuffa nelle viscere di Wall Street per ricordarci che siamo alle porte della Grande Crisi e tutta quella brama di vivere finirà in tragedia... Eppure alla fine la sala stampa di Cannes si svuota mesta e silenziosa come se non avesse visto una follia da 127 milioni di dollari, ma un film d'autore ovvio e un poco punitivo. (...) 'Il grande Gatsby' non ci lascia con un «bang» ma con un sussurro. La parabola dell'uomo venuto dal nulla che credeva di poter comprare il passato, scivola via lasciando un senso di stordimento e di sazietà più che di commozione e stupore. (...) emozioni forti ma effimere, senza peso, senza vera sostanza. Come se lo stile fiammeggiante e arcinoto del regista australiano, così emozionante in 'Romeo+Juliet' (e già molto meno in 'Moulin Rouge'), non si fondesse mai davvero con lo straordinario materiale narrativo del romanzo di Scott Fitzgerald, ma gli impedisse ogni profondità, costringendolo a una sovreccitazione perenne. Variety, perfido, ha sentenziato che Luhrmann sembra identificarsi con lo stesso Gatsby più che con Scott Fizgerald. Il film riflette questa scelta correndo a precipizio verso una strada senza ritorno che rischia di essere quella di molto cinema contemporaneo. Forse il suo maggior merito sta proprio qui." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 16 maggio 2013)

"Fillm perfetto per l'inaugurazione (naturalmente fuori concorso) di un grande erudito festival mondialpopolare, soprattutto in tempi di crisi non solo cinematografica, ecco finalmente materializzarsi e quindi umanizzarsi, la quarta ma non certo ultima cineversione di 'Il grande Gatsby'. Già metabolizzata da mezzo mondo per la minacciosa invasione pubblicitaria iniziata mesi fa, 50 milioni di incassi in America nel primo fine settimana, mantiene a suo modo quello che promette, cioè dirompente opulenza, attori celebri belli e bravi, regista temerario quindi chic, schermo immenso e inutile 3D, sonoro fracassone e contemporaneo, un accumulo di ogni tipo di effetto cinematografico, tutto ciò che si è già visto o immaginato di lussuoso, folle, depravato e criminale dell'età del jazz al suo culmine e già avviata verso il precipizio del proibizionismo e della grande depressione. (...) con il talento orgiastico del regista australiano Buz Luhrmann, il pallore perlaceo, la vocina proveniente da laggiù dell'attrice inglese Carey Mulligan e soprattutto gli occhi blu di Leonardo DiCaprio, sulle cui paffute guance ogni tanto scivola una lacrima di dolente e folle passione, saranno milioni a riconoscere l'autore nella figura del narratore Nick (Tobey Maguire, occhioni sempre stupefatti). Il povero Scotty, morto a 44 anni nel 1940, umiliato e dimenticato, forse non approverebbe l'ardire di Luhrmann, solo quando colloca il narratore, cioè lui, in un istituto psichiatrico (dove invece fu rinchiusa e morì in un incendio la sua vedova Zelda) alle prese con una psicoterapia che gli impone di scrivere i suoi ricordi, cioè 'Il grande Gatsby'. Che, precipitando nella mente fantasmagorica di Luhrmann e nei 200 milioni di dollari a sua disposizione, diventa un amabile e lussureggiante casino lungo 150 minuti di rutilante melodramma d'amore e di separazioni sodali, all'ombra del sogno americano." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 16 maggio 2013)

"Si capisce che non era facile tradurre questa materia sullo schermo, e purtroppo Luhrmann non ci è riuscito. Non tanto per la sontuosità amplificata dal 3D della macchina spettacolare, in certo modo il romanzo la giustifica; non tanto per gli anacronismi musicali (Jay Z accanto a Gershwin) e non solo; quanto per il fatto che la geometria della vicenda, nel libro impeccabilmente strutturata, sullo schermo rimane confusa. E, nonostante Leonardo DiCaprio sia perfetto per impersonare Gatsby, il personaggio rimane sfocato: di lui, della sua personalità, non emerge con l'incantevole poesia della pagina la segreta natura di eroe romantico fatto della stoffa del sogno che ossessivamente persegue: riavere Daisy, deliziosa fanciulla (una intonata Carey Mulligan) di cui è caduto innamorato cinque anni prima - quando era un soldato (povero, ma l'uniforme è una livella) in partenza per l'Europa in guerra - e ora sposata al protervo rampollo di una delle più potenti famiglie americane. Fitzgerald, che riuscì a sposare l'adorata Zelda solo dopo il successo del suo primo romanzo, da una parte è Nick (l'innocente Tobey McGuire), dall'altra è Gatsby: simbolo della Lost Generation, della rampante Jazz Age, della nostalgia del passato, cartina di tornasole della decadenza di una società in pieno boom che corre frenetica e incosciente verso il tracollo del 1929. Nel film, che nel primo week end Usa ha incassato ben 50 milioni di dollari, qualcosa di questo lo intuiamo, ma solo grazie a DiCaprio." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 16 maggio 2013)

"E' evidente fin dai titoli di testa che 'Il grande Gatsby' è un sogno. Il vecchio logo della Warner Bros. si trasforma nelle iniziali di Jay Gatsby, il protagonista del film e del romanzo di Francis Scott Fitzgerald. Tutto diventa in rilievo, il 3D - molto bello, e per una volta funzionale - trascina l'occhio dello spettatore dentro una voragine nera dalla quale emerge, lontano e ancora indistinto, il faro verde che congiunge le due rive della baia di Long Island. (...) Per 'Il grande Gatsby' vale un po' il discorso fatto l'anno scorso da Cannes per 'On the Road' di Kerouac, fatto salvo che la qualità letteraria è infinitamente maggiore: sembra cinematografico, ma non lo è. Il fatto stesso che sia narrato da Nick Carraway, e che la sua attendibilità di narratore/ testimone sia tutta da verificare (verifica che spetta al lettore, stimolato da Fitzgerald con incredibile sapienza), lo rende incompatibile con la flagrante oggettività di ciò che appare sullo schermo. Luhrmann e il suo sceneggiatore, Craig Pearce, assumono invece la voce narrante di Nick e affidano a Tobey Maguire, l'attore che lo interpreta, il compito di interloquire con lo spettatore. Come viene risolto l'impasse? Con una scelta, a ben vedere, molto astuta: trasformando tutto in un sogno, in un lungo flash-back che Carraway, anziano e alcolizzato, rievoca inizialmente per venire incontro alle richieste dello psichiatra che lo ha in cura. (...) Il 3D e il digitale rendono tutto amabilmente finto e, per paradosso, squisitamente «vintage». La New York anni 20 ricreata al computer sfuma armoniosamente nelle lussuosissime dimore di Long Island, ricostruite in Australia. Le scene delle feste sono mirabolanti, e confermano come Luhrmann, prima ancora che un regista, sia un abilissimo confezionatore di giocattoli e un delirante scenografo. Il film è barocco, eccessivo, troppo lungo, qua e là un po' noioso. Di Caprio sembra nato per fare Gatsby, gli altri attori - a cominciare da Carey Mulligan, che per rendere Daisy credibile dovrebbe avere assai più fascino - sono poco più che corretti." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 16 maggio 2013)

"La sfida, effettivamente, era delle più ambiziose: portare sullo schermo ancora una volta uno dei più grandi romanzi americani, 'Il grande Gatsby' di Scott Fitzgerald che, ambientato nella New York del 1922, con qualche anno di anticipo (il libro, spedito all'editore proprio dalla Costa Azzurra, uscì nel 1925) presagì il crollo dell'impero americano, la fine di un'era alla deriva, corrotta e decadente, di un sogno destinato a essere travolto dalla crisi economica del 1929. Baz Luhrmann, il visionario regista australiano che Cannes scoprì 21 anni fa con 'Ballroom' e che poi ha diretto film di culto come 'Romeo+Juliet' e 'Moulin Rouge', ha messo le mani su uno dei classici della letteratura d'Oltreoceano e ne ha fatto un'opera pop, colorata e in 3D, che, interpretata da Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan, Tobey Maguire, ha incassato oltre 50 milioni di dollari nel primo weekend, riguadagnando già la metà di quello che è costato, ma ha deluso molti dei critici Usa, che lo hanno giudicato noioso e di cattivo gusto, e ha lasciato sostanzialmente indifferenti quelli che ieri lo hanno visto qui a Cannes.(...) Meno pirotecnico di 'Moulin Rouge', nonostante l'inutile 3D che stende su ogni immagine una patina di 'finto', il film alterna momenti di grande e iperbolica bellezza scenografica (il 'decorè' un elemento essenziale nel film di Luhrmann) a scene che dovrebbero suscitare forti emozioni e invece non lo fanno, lasciando lo spettatore piuttosto freddo davanti alla tristezza di un amore impossibile. Obiettivo del regista è quello di introdurre in questo mélo di quasi un secolo fa elementi di contemporaneità, e lo fa mandando dall'analista Carraway, che disgustato dalla decadenza di New York, invece di tornare ai valori della tradizione americana come accadeva in una precedente versione cinematografica, quella con Robert Redford, cade in depressione. E poi accostando Gershwin e il jazz all'hip hop di Jay Z, alle canzoni di Beyoncé e U2, come suggerito dalla 'Maria Antonietta' di Sofia Coppola." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 16 maggio 2013)

"Accolto con freddezza alla proiezione per la critica, il film ha avuto così la sua riscossa con il pubblico, confermando l'ottimo esordio americano, dove in due weekend è quasi andato alla pari con il folle budget, 105 milioni di dollari necessari a garantire lo sfarzo dei costumi e del décor. Quanto al 3D scelto «per accentuare il realismo», sembra scaturire l'effetto opposto sui personaggi, ridotti a figurette ritagliate, mentre funziona su sfondi e paesaggi. Il palazzo di Gatsby simile a un castello di Disneyland, il bosco in cui sembra di poter inoltrarsi, le acque del lago che divide Gatsby e Daisy. E il bagliore verde che lampeggia nel buio calamitando gli occhi di Gatsby. Che dall'altra sponda tende le braccia verso quella luce. Perché li sta Daisy, il miraggio d'amore che appare e scompare come quel lampo. Ma la notte non è tenera per gli eroi belli e dannati di Fitzgerald." (Giuseppina Manin, 'Il Corriere della Sera', 16 maggio 2013)

"Il gelo della critica, gli applausi del pubblico. 'Il grande Gatsby' di Baz Luhrmann non convince gli addetti ai lavori, ma è facile prevedere che sarà un successo ai botteghini. Mette insieme un cast di tutto rispetto (Leonardo DiCaprio,Tobey Maguire, Carey Mulligan, Joel Edgerton, Isla Fisher, Jason Clarke), non bada a spese quanto a scene, costumi, movimenti di massa, effetti speciali grazie all'uso del 3D, ma l'insieme è come un gigantesco soufflé che continua a lievitare ma non trova mai consistenza. Se c'era una cosa che il romanzo di Fitzgerald aveva, era la capacità di alludere, il far percepire ciò che restava nascosto: qui è l'esatto contrario, e quando il kitsch prende il sopravvento sulla magia data dall'illusione, si confondono i piani e non resta che rimpiangere un'occasione perduta. Romanzo di amore e di morte, decadenza e possesso, sogno scambiato pervicacemente per realtà, 'Il grande Gatsby' è anche lo straordinario affresco di un'epoca, quella degli anni Venti, quando New York sembrava essere il centro del mondo (...). Quel decennio si chiuderà con il crollo di Wall Street e l'inizio di quella Grande depressione da cui gli Stati Uniti usciranno solo con la Seconda guerra mondiale. Tutto ciò Luhrmann prova a raccontarlo con un occhio anche al presente, accentuato dalla scelta di una colonna sonora hip hop, cavalcando insomma una lettura moderna pur nel suo volere restare fedele all'originale. E' come se la cornice si mangiasse lo spazio del dipinto e ci vuole una buona mezz'ora prima che si entri nel vivo della storia, e altri 100 minuti perché si arrivi al suo epilogo. Troppo, un po' troppo di tutto. Una delle chiavi di lettura di questo eccesso può essere data dal fatto che il primo incontro con la storia narrata da Fitzgerlad, il regista l'ha avuto sullo schermo, non sulla pagina. Nel 1974, appena dodicenne, vide infatti nel cinema gestito dal padre il film che aveva Robert Redford come protagonista. E' quello il Gatsby più celebre dei tre che furono tratti dal romanzo, e forse, se avesse guardato anche quello interpretato con malinconica dignità da Alan Ladd, avrebbe evitato a DiCaprio il rischio, sempre in agguato e non sempre evitato, di essere un clone di chi l'aveva preceduto." (Stenio Solinas, 'Il Giornale', 16 maggio 2013)

"Spring Break forever! I roaring twenties di Baz Luhrmann si presentano con la stessa estasi pulsante/demente dei festini sulle spiagge di Miami nel film di Harmony Korine. Centinaia di corpi giovanissimi, semi-perfetti, che vibrano all'unisono alimentati da inesauribili, fiumi dorati - per Korine era birraccia, qui Moët & Chandon - sulla note di un abile pastiche sonoro - invece di Cliff Martinez e del sound electro di Shrillex, in onore di Fitzgerald, Jay Z shakera jazz, hip hop e Gershwin. Il regista australiano di 'Strictly Ballroom', 'Romeo and Juliet' e 'Moulin Rouge' (serata d'apertura a Cannes 2001) in 'Il grande Gatsby' insegue l'adattamento totale di un testo rimasto inespugnabile a molteplici «assalti» (incluso quello piuttosto insipido con Robert Redford, nel 1974). Di tante trasposizioni tentate negli anni, infatti, l'unica decretata come «riuscita» è stata 'Gatz', della Elevator Repair Company, una lettura integrale del testo (lo spettacolo durava più di otto ore) che, nel 2012, ha spopolato sul palcoscenico di New York. Fan dichiarato di 'Gatz', Luhrmann «attacca» il grandissimo piccolo romanzo dell'autore di St. Paul, armato di CGI tridimensionale, a cavallo di cineprese multiple, in continuo movimento e con una fastidiosa predilezione per le riprese dall'alto (ispirate pare a una precisa frase del romanzo), ma anche con devozione letterale - le parole dal libro (80mila copie vendute solo l'anno scorso. Scribner's ne aveva pubblicate 23mila nel 1925, quasi tutte rimasero invendute), si scompongono infatti in caratteri galleggianti verso il pubblico, cortesia del 3D. L'acerbo cugino dal Midwest Nick Carraway (Tobey Maguire) rimane il narratore della storia, anche se per qualche disgraziata ragione, Luhrmann e il suo sceneggiatore di sempre Craig Pearce, scelgono di fame un alcolizzato di mezz'età, che rivisita quella famosa estate a Long Island, con Gatsby e Daisy, divisi tra West e East Egg; e da una barriera insormontabile tra dna («siamo nati diversi. E nel sangue», dirà Tom Buchanan) scrivendola su ordine del suo medico curante. Letterale anche l'uso di dettagli precisi del libro, come la scena (su schermo, va detto, piuttosto ridicola) in cui Gatsby tende la mano come per toccare la luce verde che brilla sul molo di Daisy, al di-là della baia. Ma il successo di un adattamento non sta nella sua adesione totale al testo, quanto nella possibilità di coglierne un'essenza. In quel senso, il verdetto sul film di Luhrmann è medio basso. Si tratta di un oggetto facilissimo da odiare (come hanno fatto tanti critici americani o alcuni colleghi all'uscita della proiezione di Cannes), ma che non si merita l'indignazione che ha suscitato. Leonardo Di Caprio è un Gatsby molto più riuscito, complesso, di quanto non furono i suoi Edgar J. Hoover e Howard Hughes. E' un Gatsby più dolorosamente ftzgeraldiano, internamente diviso, di quello timidamente introspettivo di Redford. In lui fa capolino Orson Welles - il mistero del self made man Charles Foster Kane, ma anche il trasformista Mr Arkadin, con i suoi megaparties. Le scene in cui ha spazio sono infatti le migliori - il suo primo incontro con Daisy (Carey Mulligan, troppo inerte, esistenzializzata, per la ragazza la cui voce «aveva il suono del denaro»), o il celebre dialogo con Nick sul passato che ritorna. Curiosamente trattandosi di un film di Luhrmann, le scene più fastose e piene di personaggi - le grosse feste alla casa di Gatsby (turrita come il castello di Disneyland), popolata da senatori, gangster, stelle del cinema e cantanti che sembrano a Cab Calloway risultano le più meccaniche, le meno ispirate. Visivamente in esse non c'è nulla che non avesse già fatto (meglio probabilmente) in 'Moulin Rouge'. Il 3D non aiuta. Anzi, è difficile non pensare che «I folli anni venti» sarebbero stati molto più folli in due dimensioni, magari in bianco e nero (il libro è noto per la sua brevità, 180 pagine). 'Il Grande Gatsby' (due ore e 23 minuti) è film «tanto» che però si sente poco. (...) Luhrman cita diligentemente Fitzgerald ma gli sfugge la radicalità tranchant, la limpidezza di visione del romanzo e, cosa principale, la sua tragica, meravigliosa «americanità»." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 16 maggio 2013)

"Cannes 2013 è partito. Alla grande. Grande cinema hollywoodiano. Grandi divi (Di Caprio, McGuire, Mulligan). Grande allure culturale (la trasposizione del più famoso romanzo di Scott Fitzgerald). Magari gran rottura per qualche spettatore. Perché prima che la storia arrivi al sodo (cioè all'incontro fra Gatsby e Daisy) passa quasi metà film. Occupata da una fastosa rutilante, giocata a ritmi nevrotici, rievocazione dei ruggenti Anni Venti. Intendiamoci, una rievocazione che manderà in sollucchero molti fitzgeraldiani e moltissimi amanti delle bellurie visive. Ma intrigherà poco chi reclama la tragica storia d'amore (la più romantica di tutti i tempi, secondo Fernanda Pivano, che ne curò un'edizione italiana). La trama comunque è rimasta quella del libro (identica alle cine versioni del 1949 con Alan Ladd e del 1973 con Robert Redford). (...) Sinceramente, ci siamo accostati al nuovo Gatsby con qualche titubanza. Per via del regista, l'australiano Baz Luhrmann, geniale autore d'immagini, però tanto tanto compiaciuto (...).Vuoi vedere pensavamo che ha fatto una full immersion nell'America dei tempi di Rodolfo Valentino, è annegato nel charleston e nei lustrini e s'è dimenticato Fitzgerald strada facendo? No, fortunatamente no. Anzi, per certe cose è stato più realista del re, cioè più fitzgeraldiano di Francis Scott, infilandoci alcolismo e neuro-deliri che nel romanzo non c'erano (ma nella vita di Scott imperversarono eccome). Certo, il meglio, Baz lo dà nelle scene d'insieme, nel ritratto di un paese che 'sembrava d'aver trovato la formula della felicità' (secondo le parole di una vecchia canzone) e invece non sapeva di ballare sulla tolda del Titanic (pochi anni dopo sarebbe arrivato il crollo di Wall Street che avrebbe polverizzato tante ricchezze apparentemente senza fondo). Molti presagi di Wall Street e un po' meno Gatsby del previsto. Quella che molti critici letterari hanno definito negli ultimi novant'anni 'la più tragica storia d'amore mai raccontata dopo quella di Tristano e Isotta'. Né Di Caprio né Carey Mulligan assumono statura scespiriana. Il bravo Leo ha certo il fisico della parte (Fitzgerald immaginò Gatsby come un suo alter ego, un biondo angelo caduto) ma non riesce a far trasparire il lato oscuro di Jay, un assassino che se provocato potrebbe uccidere ancora (il povero, dimenticato Alan Ladd era molto più plausibile nel ruolo). E Carey Mulligan non convince come impossibile oggetto di desiderio. D'accordo, anche nel romanzo risultava alla fine una mezza calzetta, ma qui lo è chiaramente fin dalla prima apparizione (era il caso che Jay scendesse all'inferno per amor suo? Aggiungeteci un Tobey McGuire fuori parte (chi può scambiarlo per un intellettuale?) e concluderete che il nuovo Gatsby è impiombato mica male da un casting infelice. Dei sei personaggi principali solo due hanno interpreti ad hoc: la garagista (una splendida sboccata, Isla Fisher) e il marito di Daisy (Joel Edgerton suggerisce la protervia e la stupidità di un'opulenta borghesia destinata a essere spazzata via pochi anni più tardi)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 16 maggio 2013)

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