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The lady - di Luc Besson

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Cinereferendum 2012

Il film racconta la straordinaria avventura umana e politica di Aung San Suu Kyi (l'attivista birmana Premio Nobel per la Pace nel 1991), costretta agli arresti domiciliari quasi ininterrottamente dal 1989 al 2007 e separata a forza dal marito e dai figli residenti in Inghilterra.

Film d'apertura del Festival di Roma 2011

Regia: Luc Besson

Interpreti: Michelle Yeoh, David Thewlis, William Hope, Sahajak Boonthanakit

Sceneggiatura: Rebecca Frayn

Fotografia: Thierry Arbogast

Montaggio: Julien Rey

Musiche: Eric Serra

Durata: 2 ore e 25 minuti

 Biglietti esselunga Vieni al cinema alla domenica sera - a Casatenovo costa meno Prendi sei e paghi cinque - Tessere a scalare

Valutazione Pastorale (dal sito della CNVF della Conferenza Episcopale Italiana)

Giudizio:  consigliabile, semplice, dibattiti

Tematiche: Donna; Famiglia; Libertà; Matrimonio - coppia; Politica-Società; Potere; Storia

"Un giorno - spiega Luc Besson- Michelle Yeoh mi ha portato una sceneggiatura avvincente su Aung San Suu Kyi, e mi ha detto che cercava un produttore. Ho letto il copione, mi sono commosso per la storia di questa donna, ho risposto a Michelle che volevo collaborare al progetto e che se non aveva ancora un regista, mi proponevo io (...). Raccontare la storia di un personaggio ancora vivente senza poterlo incontrare è sempre frustrante. C'è il timore di non essere fedeli alla realtà o, al contrario, di restare troppo legati ad essa (...)". Questo 'timore' espresso da Besson si è rivelato autentico e non facile da evitare. Lavorando su materiali molto abbondanti ma tutti preesistenti (i rapporti di Amnesty International, qualche libro su di lei...), il regista francese ha optato per una soluzione narrativa di taglio biografico (si comincia dall'uccisione del padre quando Aung ha tre anni) che arriva fino ad oggi, coprendo quindi quaranta anni di storia. Messo di fronte ad un copione fitto di pagine altamente drammatiche, Besson ha dato spazio alla propria inclinazione di cantore di vicende forti, guardate però con l'occhio affabulatore di sentimenti ed emozioni. La passione per la libertà, per la quale Aung sacrifica anche la famiglia, si diffonde attraverso scene di massa, rivolte, sofferenze, sacrifici, affetti ritrovati e persi. Lo sguardo avvicina più la convenzionalità del melò che l'asciuttezza della denuncia. Per questi motivi il film, dal punto di vista pastorale, è da valutare come consigliabile, e semplice per il modo immediato con cui ritrae una figura femminile autentica e importante.

Utilizzazione: il film è da utilizzare in programmazione ordinaria (durata: 127') e in successive occasioni per affrontare riflessioni sulla protagonista e sul rapporto cinema/storia.

cinematografo.it - Fondazione ente dello spettacolo ***** L'infelice paradosso di Luc Besson: il biopic è agiografico, ma il premio Nobel Aung San Suu Kyi non è una santa

Tutta la Nobel per la pace birmana Aung San Suu Kyi in un film. Queste, almeno, le intenzioni di Luc Besson: “Lo dovevo solo produrre, l’ho anche diretto, perché non volevo che qualche altro regista lo rovinasse”. Presunzione a parte, non è stata una buona decisione: transitato per Toronto e film inaugurale di Roma anno VI, The Lady è un biopic che molto vuole e poco stringe, perché questa illustre sconosciuta (causa libertà molto condizionata, Besson & Co. non ci hanno parlato) non esce bene dal biopic “al buio” a lei dedicato.

Anzi, non esce proprio: il fulcro è sul dramma personale della “orchidea d’acciaio”, interpretata da Michelle Yeoh, che per non tradire la sua causa decennale al servizio del popolo birmano è costretta a mollare il marito inglese Michael Aris (David Thewlis) e i suoi due figli. Lei si prende il Nobel per la pace, lui il cancro, e senza un ultimo abbraccio: epilogo drammatico, ambiguo e controverso perfino, ma la resa sullo schermo è pastorizzata, se non inconsulta. Innanzitutto, perché, se non ci fossero i due pargoli a provare l’altrimenti, Aung e Michael potrebbero essere fratello e sorella: zero amore carnale, non resta loro che qualche svogliata carezza e un po' di tenerezza, e il risultato è gravoso.

Ferrea e virginale, Aung si avvicina pericolosamente a Giovanna d’Arco (non a caso, nel carnet di Besson, 1999), ma Michael non è Dio: la sua costanza è tanto eroica quanto stolida, mentre la sua distanziata mogliettina, ecco, viene fuori un po’ dura, per usare un roseo eufemismo. Non solo, se il fulcro confesso è proprio sulla donna e le sue relazioni sentimental-familiari, The Lady finisce davvero per “muoversi” su piedi d’argilla, senza peraltro che la lotta della Aung in nome della non violenza e dei diritti umani contro la dittatura militare ne benefici.

Se ci mettete stile ultraclassico, noia più che intermittente e confezione laccata, The Lady acuisce i suoi paradossi: agiografia a buon mercato, ma senza fare di Aung San Suu Kyi una santa. In altre parole, realista ma non lealista: chissà se con un altro regista e, soprattutto, un’altra sceneggiatura… Ps: sull'orchidea d'acciaio vi consigliamo Aung San Suu Kyi di Ugo Papi, dal 12 aprile in libreria con Editori Riuniti. (Federico Pontiggia)

La critica

"Gli incidenti non hanno turbato il successo del primo film, 'The Lady' di Luc Besson, sulla minuta signora birmana che da oltre 30 anni tiene testa al regime militare del suo Paese. Figura leggendaria, donna capace di scelte impossibili. Come si può lasciare i propri figli per vent'anni? Come lasciare il marito che ami e ti ama? A non andar da lui nemmeno quando sta morendo e sai che l'ultimo suo sogno sarebbe poterti abbracciare ancora una volta? Difficile capirla. Solo chi è votato a un ideale superiore può anteporre il suo Paese agli affetti più cari. Una monaca, una mistica, una rivoluzionaria. Aung San Suu Kyi è tutto questo. E altro ancora. Oggi, a 66 anni, un simbolo di resistenza, di lotta non violenta per i diritti umani, per la democrazia e la libertà. Di lei Besson sapeva ben poco. (...) Ad applaudire, registi e attori. (...) Con la stessa meticolosità si è lavorato a ricostruire gli ambienti, la casa di Rangoon identica all'originale, persino il cagnolino di Suu, persino la marca del pianoforte dove lei, la sera del Nobel, ascoltando da una radiolina gracchiante la diretta da Oslo, suona lo stesso motivo che eseguono in suo onore laggiù: il celebre Canone di Pachelbel. E tra le musiche c'è anche 'Walk on', composta da Bono per la Lady birmana." (Giuseppina Manin, 'Il Corriere della Sera', 28 ottobre 2011)

"A fare il 'monumento' ai miti della Storia, il minimo che può accadere è di restare prigionieri nella propria stessa rete. E Aung San Suu Kyi è un mito vivente, 'prigioniera' per oltre vent'anni del regime birmano ma decisa a non cedere di un centimetro nella lotta per la democrazia a Rangoon. Memore del fallimento artistico della sua 'Giovanna d'Arco' (era il 1999), Besson per questo film ha evitato ogni inutile 'belluria' stilistica, affidandosi all'intensità di Michelle Yeoh, che dà forza a una Suu Kyi di poche parole e ferrea determinazione. Al resto ci pensa la sceneggiatura di Rebecca Frayn, che punta molto sulla 'lato nascosto' del Nobel per la pace. Quelle private sono le parti più coinvolgenti perché gli arresti domiciliari di Suu Kyi sono sì drammatici ma deboli dal punto di vista spettacolare. E i film apologetici a volte finiscono per essere generosi ma poco avvincenti." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 28 ottobre 2011)

"La scelta di aprire la sesta edizione del Festival internazionale del film di Roma con una pellicola impegnata, 'The Lady' di Luc Besson, che racconta la storia della leader dell'opposizione birmana e premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, è sicuramente da apprezzare: anche questo è un modo per tenere alta l'attenzione sul delicato e attualissimo tema dei diritti umani. E se la pellicola - che nella serata di giovedì 27 ottobre ha dato il via ufficiale alla kermesse dopo essere stata presentata in prima mondiale al festival di Toronto - non colpisce dal punto di vista prettamente cinematografico, l'auspicio è che comunque abbia successo in sala a prescindere dalle sue qualità. E le premesse non mancano, visti gli applausi calorosi che l'hanno accolta, più tiepidi quelli mattutini della critica, calorosi quelli del pubblico, toccato dalla vicenda di questa donna all'apparenza fragile ma in realtà coraggiosa e determinata nella sua lotta pacifica contro il regime militare al potere dal 1988 in Myanmar, l'allora Birmania. Messe da parte le iperboli che avevano contraddistinto, con poco successo per la verità, la sua 'Giovanna d'Arco', Besson sceglie stavolta di raccontare la storia di questa moderna eroina in modo più convenzionale, scegliendo il punto di vista familiare: il rapporto di Aung San Suu Kyi (interpretata da Michelle Yeoh) con il marito inglese Michael Aris (David Thewlis), inglese, docente a Oxford, con i due figli. Un taglio interessante, ma esplicitato in modo fin troppo oleografico per un regista tanto visionario e amante dell'azione. (...) Il film (...) mostra taluni cedimenti stilistici. Come il ricorso a immagini rallentate in alcuni momenti, già evidentemente salienti, che non avrebbero avuto alcun bisogno di superflue sottolineature. Nell'intento di celebrare l'audacia della protagonista, Besson non evita alcune trappole del racconto agiografico. La brava Michelle Yeoh prova a dare spessore umano a un personaggio pensato monoliticamente come un'icona. E lo stesso fa il compassato Thewlis nei panni del marito devoto ed eroicamente acquiescente (...). Il risultato è un film comunque godibile, puntuale nel raccontare i fatti, ma rinunciatario dal punto di vista dell'esplorazione psicologica dei personaggi. L'eccezionalità già riconosciuta di Aung San Suu Kyi - i cui arresti domiciliari, ventidue anni complessivi, sono stati revocati l'ultima volta solo nel novembre del 2010 - avrebbe richiesto uno sforzo creativo che andasse al di là del semplice racconto biografico. Resta tuttavia il significativo contributo che il cinema offre con questo lavoro alla conoscenza di un personaggio importante del nostro tempo e della sua alta testimonianza civile. Testimonianza che lo stesso premio Nobel non ha voluto far mancare al festival. «Non si possono accantonare come obsoleti - ha infatti scritto Aung San Suu Kyi in in messaggio letto alla premiére - concetti quali verità, giustizia e solidarietà, quando questi sono spesso gli unici baluardi che si ergono contro la brutalità del potere. (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 29 ottobre 2011)

"Il popolo di Minimei lo ha reso buono, per questo non si può imputare davvero a Luc Besson l'intenzione di raccontare la storia di Aung San Suu Kyi, icona dei diritti umani, come un western globale con i cattivi degni di un B movie italiano dei bei tempi e i buoni aureolati come eroi della Hollywood anni Trenta. I buoni sono uniti in una lobby mondiale, che si incrocia per i corridoi dell'Onu, vince Nobel e combatte contro i regimi. I generali birmani sono brutti, superstiziosi e ignoranti come capre (che non è falso). La rappresentazione in 'The Lady' è così netta da parere un film di genere. La biografia della leader birmana, che da casalinga si ritrova a rappresentare la democrazia, è girata come uno scontro tra bene e male, con tanto di metaforici saloon, duelli e casa dello sceriffo. Besson non lo ha fatto 'apposta': è il suo linguaggio istintivo a fare di 'The Lady' un film tanto netto e quasi sublime per stilizzazione. Se volete invece dargli meno 'auto-rialità', basta dire che è una fiction semplice semplice, che ci fa sentir più buoni e saper qualcosa in più sulla vita della Suu Kyi." (Elsa Battistini, 'Il Fatto Quotidiano', 22 marzo 2012)

"Il nuovo film di Besson, nobile ed elegantemente retrò, è la storia di Aung San Suu Kyi, leader birmana Nobel per la pace nel '91, liberata nel 2010, e delle offese subite nella patria che vuol liberare dalla tirannia mentre il marito in Inghilterra muore di cancro. Ma l'eroina si nasconde dietro un eccesso di privacy che permette a David Thewlis un contributo straordinario, maggiore di quello di Michelle Yeoh, con tanto di alone di glamour che non combina con la politica, di cui si parla ben poco." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 23 marzo 2012)

"Cosa si va a vedere stasera? Se prediligete le «vere storie» dei personaggi che si sono opposti o ancora si oppongono ai governi liberticidi e siete lodevolmente attenti alle campagne di Amnesty International e Human Rights Watch, 'The Lady' di Besson è il titolo che fa per voi. Il regista e produttore francese, per la verità, è noto per una filmografia di tutt'altro segno (da 'Nikita' a 'Léon') e la sua ultima vocazione sembrava quella del fantastico-fumettistico a caratura infantile (dalla saga dei Minimei ad 'Adele e l'enigma del faraone'). Colpito al cuore dallo straordinario itinerario di Aung San Suu Kyi travasato nella sceneggiatura di Rebecca Frayn, ha però gettato alle ortiche il marchio di cineasta francese più hollywoodiano - nel senso di evasivo e spettacolare - e confezionato un biopic zeppo di tutti gli ingredienti che ne compongono la basica formula. Assistiamo, così, alla virtuosistica trasformazione dell'attrice malesiana MichelleYeoh ('La tigre e il dragone', 'Memorie di una geisha') nella paladina del movimento democratico birmano, fondatrice della Lega per la democrazia e insignita nel 1991 del premio Nobel per la pace. Non è che Besson si sia sprecato nel conferire peculiari sfumature alla trama, ragion per cui il cammino del film procede sulla scia di pathos telefonati, psicologie all'ingrosso e stereotipi a iosa patendo, forse, la scelta drammaturgica di concentrare gli avvenimenti nello spazio claustrofobico della casa in cui la ieratica e non-violenta leader ha trascorso circa vent'anni agli arresti domiciliari." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 23 marzo 2012)

"Da 'Nikita' a 'Giovanna d'Arco', Luc Besson ha sempre dimostrato attrazione per le figure femminili forti; e ormai da tempo, sia come regista che produttore, ha scelto di imboccare la strada di un cinema di genere, popolare e possibilmente remunerativo. Che con 'The Lady' abbia firmato un classico biopic non deve quindi stupire, piuttosto la domanda pertinente è se sia riuscito a rendere vivo e appassionante sullo schermo il personaggio vero del Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. (...) 'The Lady' la racconta da una parte coprendo i fatti che attengono alla Storia, dall'altra focalizzandosi sul complice rapporto fra Suu Kyi e il consorte Michael. Michelle Yeoh e David Thewlis li incarnano in maniera straordinaria e toccante, ma si trovano a fare i conti con la sceneggiatura inerte di Rebecca Frayn, che pure è figlia del noto drammaturgo Michael ('Rumori fuori scena', 'Copenhagen'). I personaggi restano di superficie e nulla aiuta lo spettatore a sintonizzarsi emotivamente su una vicenda d'amore, tutta vissuta (a partire dall'88) a migliaia di chilometri di distanza; e a comprendere dal di dentro le motivazioni di una coppia disposta stoicamente a sacrificare la propria intimità sull'altare di valori ideali. Girato in Thailandia (con l'apporto di qualche immagine «rubata» in Birmania) e ben ambientato, il film ha comunque una fattura professionale e, guardato nello spirito di una miniserie tv, si fa vedere." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 23 marzo 2012)

"Basterebbero poche righe per liquidare 'The Lady' come un film cartolinesco e Luc Besson come il regista più superficiale sul mercato. Ma non è sufficiente. 'The Lady' è un film-monito, la dimostrazione di come il politicamente corretto sia un morbo letale che può obnubilare giudizi e coscienze. Come tale va analizzato. Direte: è possibile, e persino lecito, parlar male di un film su Aung San Suu Kyi, leader birmana, campionessa dei diritti civili, premio Nobel per la pace nel 1991? Una donna sicuramente straordinaria che anche in Italia è stata giustamente esaltata perla sua resistenza non violenta al regime di Rangoon? È possibile, e lecito, se il film è falso e sdolcinato come 'The Lady', opera in cui per altro nessuno degli interpreti principali è birmano e molti blog hanno ferocemente schernito la protagonista Michelle Yeoh (cinese nata in Malesia e cresciuta in Inghilterra) per il suo improbabilissimo accento. Quando abbiamo visto 'The Lady' al festival di Roma, l'effetto è stato paradossale: entrati in sala come convinti sostenitori della vera Aung, siamo usciti avendo maturato una profonda antipatia per il suo alter-ego cinematografico. (...) Curiosa l'assonanza, fin dai titoli, fra 'The Lady' e 'The Iron Lady': sia Aung San Suu Kyi sia Margaret Thatcher, almeno nei film, martirizzano quei derelitti dei rispettivi mariti, e la morale buttata là da Luc Besson e Meryl Streep sembra essere «non sposate una leader politica, farete una vita d'inferno». Sorvoliamo sulla confezione del film, che sembra girato dal PR di un'agenzia di viaggi. Sorvoliamo su tutto. Andate a vedere un altro film, questo weekend." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 23 marzo 2012)

"Le eroine sono sempre state la passione di Luc Besson. La conferma arriva dal suo ritratto di Aung San Suu Kyi in 'The Lady' (fuori competizione all'ultimo Festival di Roma) che ripercorre la lotta della leader birmana contro il regime militare di Saw Maung. Besson racconta le lotte della protagonista per affermare i principi della democrazia mettendo in scena tumultuosi comizi e silenziose resistenze, ma si sofferma in particolar modo sul dolore privato di questa signora gentile e determinata che accetta di sacrificare gli affetti familiari per aiutare la propria gente." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 23 marzo 2012)

"Piacerà a chi apprezza le storie di eroismo, almeno quando sono raccontate da chi lo fa come si deve. Luc Besson già autore di una «Giovanna d'Arco» con Mila Jovovich, rievoca un'altra Giovanna (stavolta asiatica) ma senza cadere nelle trappole mistiche del biopic sulla Pulzella d'Orleans. La sua Aung è un'eroina per forza anche se rinforzata dal carisma di MichelleYeoh." (Giorgio Carbone, 'Libero', 23 marzo 2012)

Luc Besson

The Family - di Luc Besson - Poster The lady - di Luc Bresson - Locandina Giovanna d'Arco Arthur e il popolo dei Minimei Lucy - Poster

Cinereferendum 2012 - I film della stagione 2011 / 2012


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