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Miracolo a le Havre

Miracolo a le Havre

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Marcel Marx, un ex scrittore rinomato e bohemien, volontariamente si trasferisce in esilio nella città portuale di Le Havre, dove la sua professione onorevole, ma non redditizia, di lustrascarpe, gli dona la sensazione di essere più vicino alla gente. Mantiene viva la sua ambizione letteraria e conduce una vita soddisfacente nel triangolo formato dal pub dell'angolo, il suo lavoro e sua moglie Arletty, quando il destino mette improvvisamente nella sua vita un bambino immigrato proveniente dall'Africa nera.

In concorso al Festival di Cannes 2011.

Regia: Aki Kaurismäki

Interpreti: André Wilms, Kati Outinen, Jean-Pierre Darroussin, Elina Salo, Evelyne Didi, Quoc Dung Nguyen

Sceneggiatura: Aki Kaurismäki

Fotografia: Timo Salminen

Montaggio: Timo Linnasalo

Durata: 1 ora 1 33 minuti

 Biglietti esselunga Vieni al cinema alla domenica sera - a Casatenovo costa meno Prendi sei e paghi cinque - Tessere a scalare

cinematografo.it - Fondazione ente dello spettacolo ***** Kaurismaki in Concorso con una favola zavattiniana che rovescia il mondo a colpi di ironia e paradossi: e il Miracolo riesce

Miracolo a Milano. Pardon, a Le Havre, città portuaria che dà il titolo al nuovo film - in concorso - di Aki Kaurismaki, mai così zavattiniano.

Il regista finlandese intona a modo suo le beatitudini agli ultimi della terra, un lustrascarpe e un clandestino, che la vita unisce con i vincoli del caso, e la provvidenza salva secondo i meriti del cuore. E dire che al lustrascarpe i problemi non mancano: la sopravvivenza è di routine, la moglie - gravemente ammalata - capita in aggiunta, mentre la polizia lo bracca, tutta tesa ad arrestare la fraterna ed eversiva umanità.

Contrattempi che nulla possono, se la squadra è quella buona - giocano dalla parte del protagonista una panettiera, un ortolano e un tenente di polizia dall'animo nobile - e la causa la più giusta. Perchè quello di Kaurismaki è il tempo delle favole, scandito col metronomo dell'ironia e del paradosso, dei sogni che si avverano e delle regole che si ribaltano. Senza forzature drammaturgiche, ma con la schietta semplicità di chi ha imparato a guardare l'uomo dal basso: qui addirittura dai suoi piedi (insistemente inquadrati), quelli di cui generalmente non ci si interessa, loro che invece fanno camminare il mondo.

Se la metafora è limpida e la morale cristallina, il discorso è frutto di una lunga decantazione, al punto che l'elaborato linguaggio del regista finlandese si eclissa dietro una messa in scena assolutamente trasparente: disadorna e demodè, quasi astratta, tenuta in piedi dai clichè e dagli stereotipi che, esasperati per stilizzazione, sprigionano effetti comici involontari.

L'icasticità dei volti - letteralmente parlano quelli di André Wilms, Jean-Pierre Darroussin e Kati Outinen - l'occhio del sarto nel taglia e cuci del montaggio e nell'utilizzo degli elementi scenici, la logica rovesciata dei dialoghi, concorrono a fare di Le Havre un autentico gioiellino nella filmografia di Kaurismaki e un autorevole candidato alla Palma. Per vincerla - De Sica e Zavattini insegnano - non servirà un miracolo. (Gianluca Arnone)

La critica

"Lo stile è quello di sempre, la regia e la direzione degli attori anche, così come non cambia la voglia di scegliere i suoi protagonisti tra i reietti e i perdenti. Ma per una volta non sono la disperazione e lo sconforto a vincere bensì il sogno e la speranza, con il cinema che per una volta offre i suoi 'poteri' per cambiare la realtà in meglio, per piegarla ai desideri più belli. Succede così in 'Le Havre', l'ultimo film di Aki Kaurismäki, ambientato in questa città di moli e container ma anche di vecchi bar, piccole case di periferia e negozietti sfuggiti alla globalizzazione. (...) Miracolo è la parola giusta da usare, per sintetizzare lo straordinario equilibrio tra intenzioni e realizzazioni, tra semplicità della messa in scena e poesia della recitazione e dei dialoghi. Ma se a questo 'miracolo artistico' potevamo essere già preparati con Kaurismäki, quello che stupisce è proprio il ricorso a un miracolo vero e proprio per invertire la marcia della realtà. Il regista non chiude gli occhi di fronte al dolore dei mondo: parla di povertà, di immigrazione clandestina, di repressione, di malattia. Ma poi chiede al cinema di cambiare le carte in tavola, alla ricerca di quell'happy ending che una volta era visto come la prova provata del cinema oppio dei popoli." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 18 maggio 2011)

"Dopo il pessimismo e la malinconia di 'Le luci della sera', il maestro finlandese torna ai toni più leggeri e all'humour geniale con 'Le Havre', uno dei film più belli in concorso. Riso e commozione sono da sempre colori presenti nella tavolozza di questo magnifico pittore di cinema, ma di rado capita di vederli così ben distribuiti sulla tela dello schermo. (...) Qui si assiste a una trasformazione al cui confronto lo 'Spider Man' di Hollywood fa pena. (...) Parte dalla semplice constatazione che qualsiasi stato, ordinamento, autorità, legge, necessità politica, arrivi a vietare il ricongiungimento di un bambino con la madre, diventa per ciò stesso spregevole, disumana, criminale. E' una legge che un uomo, se è tale, può soltanto disobbedire. L'aspetto triste è che il film di Kaurismäki sia stato accolto a Cannes come un pura favola sull'immigrazione, la nostalgia di un artista sensibile per una solidarietà che si può vedere soltanto al cinema e non nella vita." (Curzio Maltese, 'La Repubblica', 18 maggio 2011)

"Che meraviglia vivere nel mondo di Aki Kaurismäki, nella stradina quieta di una città di mare dove i vicini di casa si aiutano l'uno con l'altro, dove un giovane clandestino africano trova riparo e protezione, dove ci si ammala gravemente e si guarisce perché sarebbe giusto che ad ogni buona azione corrispondesse un premio. Ieri mattina 'Le Havre' ha ricevuto tanti applausi felici e soddisfatti. (...) Ogni tanto, in mezzo agli orrori e alle ingiustizie, qualcosa che provi a riconciliare con la parte buona dell'umanità, ci deve pur essere. Le Havre è nato da questa disposizione d'animo, dalla scelta di affrontare un tema serio e grave come l'immigrazione, con la doppia lente della favola ironica e della passione cinefila. Da una parte le figure tipiche del mondo dell'autore, con le loro facce più vere del vero, dall'altra i rimandi alle atmosfere dei film di Bresson, Melville, Tati, Carné. Anche i nomi dei personaggi non sono scelti a caso, ognuno ha il suo rimando cinematografico, ognuno ricorda qualcosa e qualcuno." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 18 maggio 2011)

"La crisi della migrazione africana secondo il Chaplin finlandese Aki Kaurismäki è una storia che si ripete nel suo universo di colori tenui, cinema classico e personaggi perduti, ma non perdenti, nella composta e taciturna solidarietà sulla frontiera permanente tra la malinconia degli onesti e l'aggressività degli altri. E' un mondo a parte, quello di Kaurismäki, l'unico grande 'stilista' del cinema europeo, un microcosmo perfetto per accogliere la peripezia di Idrissa, ragazzino magrebino in fuga per ricongiungersi con la madre a Londra, di passaggio e braccato dalla polizia nella imperturbabile Le Havre. (...) 'Le Havre' non è un omaggio al cinema di Carné, Arletty, Ophüls o della poesia di Prevert, ma l'incarnazione di un possibile nuovo soffio di quella sensibilità artistica e umana." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 18 maggio 2011)

"Delicato, con dei dialoghi brillanti, qualche ironica strizzata d'occhio ai capolavori del passato ('Casablanca', per esempio) 'Le Havre' si avvale di un accompagnamento musicale molto francese, con un po' di jazz e di rock, quest'ultimo affidato a Little Bob, Robertino, al secolo Roberto Piazza, la risposta di periferia al mito parigino di Johnny Halliday. L'insieme è una curiosa fiaba urbana, dove i cattivi sono facilmente riconoscibili (un cameo di Jean-Paul Léaud), i poliziotti hanno un cuore, l'anonimato non esiste, si può essere felici anche con poco, la gentilezza, la cavalleria, il gusto semplice per le cose belle (un mazzo di fiori, un tramonto, una passeggiata) ripaga delle difficoltà della vita. André Wilms, attore caro al regista, come del resto Kati Outinen (Arletty), presta al suo Marcel il proprio fisico elegante e stropicciato; Jean Pierre Darroussin, volto noto in Francia e insieme nuovo acquisto, si inserisce nel cast con tranquilla autorevolezza." (Stenio Solinas, 'Il Giornale', 18 maggio 2011)

"Aki Kaurismäki (...) torna, con questo film, a girare in Francia dove aveva già ambientato, vent'anni fa, il suo 'Vita da Bohème'. (...) Un autore che si conferma, dietro il suo umorismo nero e perfino il cinismo, «un regista profondamente umanista, la cui opera è attraversata dal tema della dignità». L'uomo kaurismakiano è di preferenza povero di mezzi materiali (perfino il cibo), ma quei pochi li cede o li divide volentieri con chi ha meno di lui. Silenziosi e spesso malinconici (come il suo autore) i suoi personaggi possiedono però un'innata dote di solidarietà verso i più deboli e i bisognosi: danno senza chiedere niente in cambio: perché così è giusto che sia fatto. Laconico, melanconico, quasi dimesso ma acceso dai lampi di umorismo cui accennavamo, 'Le Havre' contiene più di uno spunto di riflessione sulla nostra società di quanto posa apparire o di quanto l'autore abbia mascherato sotto la patina del passato e, ancora una volta, è la musica rock-blues a costituire un punto importante di svolta narrativa. Conosciuta come la città del rock e del blues, Le Havre ha il suo Elvis (o il suo Johnny Halliday, se volete) in Little Bob (al secolo Roberto Piazza), una sorta di Little Tony locale. Sarà lui, con la sua simpatica verve da vecchio rockettaro sempre sulla breccia, a risolvere la situazione. Kaurismäki, cinema, rock: l'indistruttibile trinomio." (Andrea Frambrosi, 'L'Eco di Bergamo', 18 maggio 2011)

"L'uomo bianco dialoga col bimbo nero. Appena incontrati, sembra si conoscano da sempre, che intimamente sanno di essere uguali, fratelli, l'uno 'albino dell'altro'. E odiano buonismo, catechismi e retoriche, perché escono dallo sguardo Aki Kaurismäki, il genio degli universi capovolti. Che se da anni ci ha abituato a cine-miracoli, questa volta ci offre forse il suo più bello, summa di uno stile maturato nella migliore delle direzioni: il senso di verità. Una fiaba potente dentro a un film perfetto. 'Le Havre', primo di una trilogia 'portuale' in fieri, è lo sfondo di anti-eroi mescolati tra cittadini e migranti, dove anche le suole usurate hanno una dignità, negli echi mai celati di uno sciuscià contemporaneo. Con splendidi rimandi al cinema che Aki omaggia più di cuore che di testa, come i polverosi bordi di certa Francia marginale. Il trittico d'attori restituisce al meglio il taglio netto sull'ironia dei dialoghi secchi e vitali insieme. 'lo non ho soluzioni per la crisi mondiale, faccio solo film'. Ci permettiamo una correzione: le sue sono 'opere d'arte'." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 24 novembre 2011)

"Contro «chi guarda ma non vede», Aki Kaurismäki esercita il suo occhio allo stupore, popola il suo cinema di figurine pietrificate di fronte a un mondo capovolto. Non fa il poeta che orchestra una sinfonia irreale, semplicemente indica l'essenza delle cose, l'incanto dei dettagli. Inquadrature limpide, fermo-immagine sul 'nulla'. Un po' Marcel Carné nel 'Porto delle nebbie', ed è proprio a Le Havre che sbarca il regista finlandese con il suo ultimo capolavoro, omaggio al maestro. (...) Kaurismäki disegna il suo presepe laico - il miracolo è tutto umano - e dà il via a un thriller emozionante, gioco di equivoci e tranelli, 'realismo poetico' con humour. Questo si che è un 'cinepanettone', degno di Frank Capra. Gli angeli però sono il ciabattino e il fornaio, la signora della porta accanto, il portuale, e perfino l'ispettore Monet, sedotto da un dono inaspettato, un sontuoso ananas, che lo farà sciogliere di commozione. (...) Il film lievita nell'esilarante tocco di chi ha inventato i 'Leningrad Cowboys' e non ama i simboli (...) ma le persone." (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 25 novembre 2011)

"Tra i tanti grandi autori 'abbonati' al Festival di Cannes, uno dei pochi ancora misteriosamente mai premiati con la Palma d'oro è Aki Kaurismäki. Eppure il grande finlandese di 'Nuvole in viaggio', 'L'uomo senza passato', 'Le luci della sera', è uno di quei registi che fanno sempre lo stesso film ma ogni volta ci incanta. Non è ancora un aggettivo perché il nome non si presta. E non sarà mai popolare come merita perché si ostina (per fortuna) a fare l'elogio della povertà attraverso dropout, barboni, operai, lavoratori dai gesti lenti e dalla lingua curata. Filmati con tutto l'amore, la fantasia e l'umorismo a miccia lenta con cui riprende i muri scrostati, le insegne scolorite, i bar di quartiere dove la gente ancora si parla e magari si dà una mano. Perché da nemico della modernità (dei suoi costi, della sua estetica) Kaurismäki sa che la solidarietà è sorella della penuria; e che solo dove manca quasi tutto si trova ancora l'essenziale. (...) Altro che ottimismo della volontà. Qui siamo al potere taumaturgico della bontà, che sconfina nella fede - fede nel cinema - ed esige spettatori devoti. Anche se Kaurismäki 'predica' attraverso oggetti desueti quanto carichi di sentimento come vecchi juke box, lunghe chiacchierate, bicchierini di calvados; e gesti invisibili che spostano le montagne. Gli scettici alzeranno le spalle, ma è un problema loro." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 25 novembre 2011)

"Aki Kaurismäki non è soltanto uno degli autori più interessanti del cinema finlandese, ma ha acquisito anche una fama europea in virtù dei suoi spostamenti in altri Paesi. Com'è il caso del film di oggi realizzato in Francia anche se sempre con coproduzioni finlandesi e scandinave. La storia che, come di consueto Kaurismäki si è scritta, riguarda un tema oggi molto visitato anche dal cinema, quello dell'immigrazione clandestina attualissimo non solo da noi ('Il villaggio di cartone', 'Terraferma'), ma anche in Francia. (...) È quasi un coro, dalle molte facce nitidamente espresse, con un arco narrativo e un limpido stile di regia che evitano le trappole del sentimentalismo facile. Anche nel secondo finale, dopo il bambino in salvo, quello della moglie guarita. Certo, pur con echi precisi di cronaca, siamo in una favola, ma Kaurismäki riesce a suscitarvi in mezzo l'autentico. Aiutato anche dai suoi interpreti, Andrè Wilms, il protagonista, e Jean-Pierre Durroussin, il poliziotto. Due maschere segnate e forti." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo cronaca di Roma', 25 novembre 2011)

"Va bene che manca poco a Natale, però anche De Amicis buonanima avrebbe da ridire su tanta melassa. (...) Non proprio da buttare la favola di Kaurismäki, abituale menestrello dei poveri, ma tutti quei santi non s'incontrano neanche nel presepe." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 25 novembre 2011)

"'Miracolo a Le Havre' di Aki Kaurismäki è anche un piccolo miracolo cinematografico. Il regista finlandese ha ricreato in Francia il suo mondo popolato da piccoli epici personaggi, teneri e stralunati, per mettere in scena questa volta la storia di Marcel, un lustrascarpe ex bohemien che vive felice con la premurosa moglie Arletty, gravemente malata all'insaputa del marito. (...) E così il regista ci regala una favola gentile che celebra l'aspetto più nobile degli esseri umani, quello che spinge all'amore e alla solidarietà, alla compassione e alla voglia di aiutare i più deboli." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 26 novembre 2011)

"Tappatevi le orecchie, non leggete le interviste, correte a vedere 'Le Havre'. (...) L'ultimo film del regista finlandese - come tutti i precedenti - è una meraviglia. (...) Aki Kaurismäki con il neorealismo non c'entra nulla: lo certificano le sue inquadrature da fumetto, i suoi dialoghi mai lagnosi, i colori della sua tavolozza. Vi sembrano neorealismo una staccionata e una casetta blu? E il maglione jacquard del ragazzino immigrato? Perfino il panino imbottito è pop, figuriamoci il cattivo ispettore delle dogane con cappello e impermeabile." (Mariarosa Mancuso, 'Il Foglio', 26 novembre 2011)

I film della stagione 2011 / 2012


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