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Hugo Cabret

Hugo Cabret - Asa Butterfield

Sabato 18 febbraio - Ore 21:00

Domenica 19 febbraio - Ore 16:00 e 21:00

Hugo Cabret è un ragazzino orfano che vive da solo nei meandri di una stazione ferroviaria parigina negli anni Trenta. Dopo essersi imbattuto in un macchinario da ricostruire e in una ragazza eccentrica, il ragazzino entrerà in contatto con un anziano e misterioso gestore di un negozio di giocattoli, finendo risucchiato in una magica e misteriosa avventura.

Tratto dal romanzo di Brian Selznick.

La pellicola proiettata all'auditorium non è la versione 3D del film.

Regia: Martin Scorsese

Interpreti: Asa Butterfield, Ben Kingsley, Chloe Moretz, Sacha Baron Cohen, Ray Winstone, Emily Mortimer, Johnny Depp, Christopher Lee, Michael Stuhlbarg, Helen McCrory, Jude Law, Richard Griffiths, Frances de la Tour, Angus Barnett, Eric Moreau

Sceneggiatura: John Logan

Fotografia: Robert Richardson

Montaggio: Thelma Schoonmaker

Musiche: Howard Shore

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Migliore fotografia a Robert Richardson
Migliore scenografia a Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo
Miglior sonoro a Tom Fleischman e John Midgley
Miglior montaggio sonoro a Philip Stockton e Eugene Gearty
Migliori effetti speciali a Robert Legato, Joss Williams, Ben Grossmann e Alex Henning

 Biglietti esselunga Vieni al cinema alla domenica sera - a Casatenovo costa meno Prendi sei e paghi cinque - Tessere a scalare

Valutazione Pastorale (dal sito della CNVF della Conferenza Episcopale Italiana)

Giudizio:  consigliabile, poetico**

Tematiche: Adolescenza; Avventura; Cinema nel cinema; Famiglia - genitori figli; Letteratura; Nuove tecnologie

Dal primo lungometraggio di Scorsese (datato 1968) ad oggi sono passati 44 anni e una serie di titoli che, a citarne solo alcuni, segnano momenti irrinunciabili di un immaginario filmico sempre plastico, vigoroso incisivo (da "Taxi driver" a "Toro scatenato", da "L'età dell'innocenza" al recente "Shutter Island"). Cinema e cronaca, cinema e stili di vita escono plasmati dalla pellicola che Scorsese modella da testimone severo, duro, non rassegnato. Cinema e memoria? Anche, purché chi da pioniere ha creduto in una forma espressiva inedita e carica di possibilità non venga abbandonato in un angolo, dimenticato, escluso. Così il copione che John Logan ha tratto dal libro di Brian Selznick diventa nelle mani di Scorsese il taccuino sul quale il regista raccoglie con lucida follia e indifesa poesia gli appunti intorno ad un incombente interrogativo: si salverà il cinema, lo merita, é troppo vecchio o troppo nuovo? Dice Scorsese che "tutto quello che si fa oggi al cinema è iniziato con Méliès. Quando guardo i suoi film, mi sento commosso ed ispirato perché ancora possiedono l'elettrizzante gusto della scoperta ad oltre cento anni da quando furono realizzati; e perché sono le prime intense espressioni di una forma d'arte che adoro, a cui ho dedicato la maggior parte della mia vita". E per ricostruire il cinema dei pionieri Scorsese si rivolge per la prima volta al 3D, alla forma più avanzata delle nuove tecnologie, "che produce -afferma- un effetto di intimità rispetto ai personaggi, perché gli attori risultano più vicini a noi". Non esistono dunque un cinema antico e uno moderno, esiste quel cinema che in ogni epoca e in ogni luogo è scoperta di vita e di sentimenti, di gioie e dolori, antidoto unico contro l'appiattimento e l'inerzia del pensiero. Così da un lato c'è l'anziano Mèliès e dall'altro il piccolo Hugo, adolescente desideroso di catturare la magia del movimento, dei colori, dell'avventura senza freni: l'esperienza degli anni, l'entusiasmo del cuore giovane. Tutto il resto vive in quella stazione parigina, come in un Grand Hotel con 'gente che va gente che viene': e già quello scenario è vita vera, anzi cinema, accarezzati entrambi da una scrittura delicata, elegante, forse intimidita ma come sempre nitida, lucida, equilibrata. Più fuori poi c'è Parigi, città cosmopolita, banco di prova del nostro volere costruire o distruggere il vivere civile che ci siamo dati (siamo tra due guerre), Parigi come scatola del tempo che compatta le differenze, annulla le epoche: così, spesso, fa il cinema, che scavalca secoli e millenni in un battito d'ali, unisce idee, pensieri, sogni. Apologo dalle mille suggestioni, racconto fatto di sussurri e ritrosie, anche trattenuto in certi momenti, la pellicola di Scorsese è sintesi da oggi in avanti di un approccio alla fiaba per immagini difficile da replicare. O forse no, altrimenti che cinema faremo, vedremo, discuteremo nei prossimi anni? Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come consigliabile, e nell'insieme poetico.

Utilizzazione: il film è da utilizzare in programmazione ordinaria e in seguito come spettacolo per tutti di notevole suggestione e coinvolgimento. Numerosi (è quasi naturale) sono gli spunti di riflessione: cinema, letteratura, storia, il tutto attraverso l'approccio di differenti generazioni e, oggi, la presenza di altri modi di diffusione delle immagini in movimento.

Hugo Cabret - Asa Butterfield e Ben Kingsley

cinematografo.it - Fondazione ente dello spettacolo ***** Forse, "il" capolavoro di Martin Scorsese: cine-testamento di un regista che volle farsi Georges Méliès

Hugo Cabret è un capolavoro. Il film più personale di Martin Scorsese da anni e anni a questa parte e, non solo, il suo più privato, più immaginifico, più radicale: dopo decenni di onoratissimo servizio, e più di qualche lavoretto su commissione, il regista italo-americano può finalmente consegnare il suo film-testamento, scucendo di tasca altrui un budget monstre di 150-170 milioni di euro e prendendo un besteller - di Brian Selznick - per adattare i proprio sogni, le proprie ossessioni e la propria Weltanschauung al di qua e al di là della macchina da presa.

C’è di tutto, e di più nel film, in pole-position con 11 nomination agli 84esimi Academy Awards: cinema, meta-cinema, cinema-sogno, sogno-cinema, moviola demiurgica, da "Padreterno”, politica degli autori, interazione uomo-macchina, il grande orologiaio, la settima arte orfana di passato, il presente presago di ieri, oggi e domani colto dallo spioncino della cabina di proiezione, la conservazione e l’archivio. E un unico scatto: dietro la macchina fotografica “antidiluviana”, c’è lui, Martin Scorsese, a immortalare il suo avo, il suo “analogo” di quasi cent’anni prima, Georges Méliès.

Il resto è proiezione, retroproiezione, long take e piano sequenza, carrellate ottiche, CGI e un 3D urgente, necessario, formalmente ineccepibile, e furbo, furbissimo: Scorsese ha fatto allentare i cordoni della borsa “promettendo” un family-movie stereoscopico per grandi e, soprattutto, piccini. Non che i secondi non possano trarre giovamento e sollazzo, ma Hugo Cabret non è per loro: è per Martin, e al più per i cinefili pensanti. Per Martin, perché altro non è che un viaggio nel tempo e nel tempo della settima arte secondo le traiettorie di un regista colto, di un cineasta cinefago e cinesenziente: Scorsese, appunto, che sulla scorta del romanzo di Selznick riesce nell’inaudito, riportare in vita in carne e ossa delegate - Ben Kingsley, superbo - il demiurgo del cinema-invenzione, del cinema non rappresentativo, ma (ri)creativo, ovvero Georges Méliès, e soprattutto rifissarne sulla tela-schermo le immagini, i colori, i bon mots e i proto-slapstick, i suoi film, a partire da Voyage dans la lune.

Tutto questo, ribadiamo, in un “film per famiglie”: inedito, se non incredibile. Hugo Cabret sprizza cinema e amore di cinema da ogni inquadratura, con le più suggestive, le più icastiche e programmatiche a far da guida: gli sguardi di Hugo Cabret (l’esordiente Asa Butterfield, una rockstar inglese in miniatura, tra Jarvis Cocker e Brett Anderson, ma con gli occhioni blu), orfano e piccolo orologiaio in incognito della stazione di Parigi, filtrano attraverso un diaframma di vetro - il vetro dell’orologio, ovvero quello della macchina da presa - e hanno alle spalle il quadrante con le lancette, l’immagine-tempo della settima arte.

Sì, Deleuze, e l’immagine-movimento è Hugo Cabret stesso, un caleidoscopico, fantasmagorico serbatoio di figure retoriche, metonimia, sineddoche, mise en abyme, e chi più ne ha più ne ritrovi in questo post-verniano Viaggio al centro della terra-cinema.

Un solo esempio, che richiama in causa i Lumière dell’arrivo del treno alla stazione Ciotat: vediamo questo corto d’antan, poi la rielaborazione onirica - meglio, l’incubo - di Hugo, che scopriamo non è sogno, ma addirittura sogno nel sogno, e poi - non esiste forse la moviola, ovvero la cine-possibilità di andare avanti e indietro nella realtà e nell’immaginazione? - la definitiva iterazione dell’evento nel “reale”, con Hugo che quasi finisce schiacciato dalla locomotiva.

Scatole cinesi, messe in abisso, con le rotelle che funzionano alla perfezione, ingranaggi di un meccanismo cinematografico così oliato da essere - almeno qui, e negli altri vertici dell’Arte - “vero”: Scorsese è utopico, mesmerizzante e magico come già suo papà Georges (Méliès). E, sempre in ping-pong bio-poetico, triste, tristissimo: Hugo Cabret non è solo lo zenit, ma l’apogeo della decadenza della settima arte. Scorsese dice, ovvero fa dire a Méliès, che di cinema si muore o, comunque, si soffre, si trova l’oblio sociale e l’astenia privata, la depressione professionale: eppure, si può uscirne a testa alta, perché il negativo è il positivo della settima arte. Ovvero, quel che rimane, faticosamente e non meno incredibilmente: è questa l’impressione di Hugo Cabret, che trova Harold Lloyd abbarbicato sull’orologio come qui e ora il suo piccolo orfano taumaturgo.

E poi, tra una sinfonia meccanica e una sinfonia di una grande città, le geometrie variabili di Borges, l'architettura di Escher e la Metropolis di Fritz Lang, il sogno in “automatico”, l’automa, il Golem, l’interazione uomo-macchina (complementare all’interazione macchina-uomo della protesi, alla gamba del reduce della Grande Guerra Sacha Baron Cohen), che è lascito memoriale privato (il padre di Hugo Cabret, Jude Law) e pubblico (il padre di Scorsese, Méliés), ovvero, in definitiva, il cinema stesso, arte-industriale di una creatura mitologica, il regista, metà uomo e metà macchina da presa. Come l’automa disegna, così il film, che traccia linee, collega puntini nel corso del tempo.

Immagine-tempo e immagine-movimento, per far coincidere qui e ora le origini e il futuro nel montaggio delle attrazioni: Hugo è un’attrazione. Spericolata, folle, meravigliosa, e così personale da fondersi con l’universale, grazie a uno “scambio di persona” a tre - Scorsese, Méliès, Hugo Cabret - che come già a Rimbaud fa dire a Martin “Io è un altro”. E, grazie a Dio, in quell’altro possiamo essere anche noi. (Federico Pontiggia)

Hugo Cabret - Asa Butterfield e Chloe Moretz

La critica

"Ci volevano i registi-autori per dimostrare che il 3D non è sempre un sovrappiù: Herzog, Wenders e adesso Scorsese, il quale deve aver provato un gusto matto a spedire treni contro la platea, come i Lumière agli albori del cinema. Che Marty ami la settima arte più di se stesso non è un mistero; a certificarlo ci sono anche la sua Fondazione per la salvaguardia del patrimonio cinematografico mondiale e, ora, questo 'Hugo', omaggio al vecchio cinema di un innamorato cronico. (...) Un po' romanzo di formazione, un po' racconto di avventure, un po' burlesque, un film dove si respira cinema dal primo all'ultimo fotogramma." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 3 febbraio 2012)

"Nonostante l'inconfondibile poetica d'autore, Martin Scorsese è da sempre un appassionato estimatore del cinema altrui di ogni tempo e paese, vedi il suo impegno nel restauro delle vecchie pellicole. Cosicché non c'è bisogno di ricorrere a Freud per capire che cosa lo abbia attirato del romanzo grafico 'Hugo Cabret' di Bryan Selznick. (...) Per 'Hugo Cabret', in corsa con 11 candidature per l'Oscar, ha utilizzato con grande abilità il 3D, lavorando su un doppio immaginario d'epoca. La stazione centrale, nei cui recessi vive nascosto Hugo impegnato a cercare di rimettere in funzione un misterioso automa scoperto dal papà defunto, rievoca le pellicole francesi alla René Clair, con le graziose fioraie, le anziane signore, i caffè, gli abbaini, la neve; dentro questa cornice, ricreata in maniera meravigliosa dallo scenografo Dante Ferretti con Francesca Lo Schiavo (meritatamente nominati), si inserisce il motivo dell'omaggio affettuoso e nostalgico al cinema delle origini, da Méliès a Douglas Fairbanks. Il problema è che la solitaria esistenza del piccolo Cabret, la sua complice amicizia con la nipote adottiva di Méliès, la sua urgenza di aggiustare il robot nella speranza gli comunichi un ultimo messaggio dell'amato papà: tutta questa parte dickensiana mal si intreccia con il discorso sul fantastico immaginario di Méliès, come fossero due film in uno che non sempre si conciliano. Detto questo, per chi ama il cinema 'Hugo Cabret' è comunque una festa." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 3 febbraio 2012)

"Una storia da classificarsi 'per famiglie' scritta a suo tempo da Brian Selznick, un lontano parente a quanto sembra del celebre produttore David, quello di 'Via col vento'. Martin Scorsese non poteva non occuparsene data la sua passione per i vecchi film al cui restauro dedica, come è noto, anche una parte cospicua del suo tempo, così, con la collaborazione di John Logan, lo sceneggiatore di 'Star Trek' e de 'L'ultimo samurai', ne ha ricavato uno spettacolo da definirsi appunto per famiglie, ma testimone, quasi ad ogni scena, del suo grande amore per il cinema di ieri e anche, tutto sommato, del cinema in sé. (...) Raccontato invece con la tecnica ancora abbastanza avveniristica del 3D, occasione spesso di giochi visivi molto suggestivi, specie quando si affidano alle splendide scenografie di Dante Ferretti, sempre da premiare e qui 'autore', oltre a tutto, di una Parigi del Trenta che si ricorderà. Il piccolo protagonista è Asa Butterfield, che tanto ci aveva commosso nel 'Ragazzo con il pigiama a righe', Méliès è il grande Ben Kingsley, sguardi intensi e un trucco che ricorda Pirandello, il 'cattivo' è Sacha Baron Cohen, divertentissimo, ma ci sono anche Jude Law, Johnny Depp, Christopher Lee, Michael Pitt. Scorsese non si risparmia nulla." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 3 febbraio 2012)

"Ha ragione Martin Scorsese: Georges Méliès (1861-1938) è il padre di tutto il cinema che si fa oggi. I Lumière - e con loro altri tecnici-imprenditori di fine '800, come Edison in America - inventarono i macchinari necessari per girare film, ma fu Méliès il primo a intuire che quella buffa invenzione avrebbe cambiato l'Immaginario del '900. (...) Di 'Hugo Cabret', nuova opera di Martin Scorsese candidata a svariati Oscar, Méliès è il vero protagonista. Il film diventa commovente nel finale, quando Scorsese ci regala su grande schermo le immagini di alcuni capolavori del vecchio maestro. Ce le regala in 3D, questo nuovo trucco da negromante che Méliès avrebbe sicuramente amato. E a colori, come erano già allora, perché i fotogrammi venivano dipinti a mano, uno ad uno, per accentuare l'effetto fiabesco. E però, Scorsese si merita stavolta il complimento sommo: tutto il film è all'altezza della fantasia del suo eroe. II regista italoamericano è divenuto negli anni un cineasta da kolossal, da grandi produzioni: pensate a 'Gangs of New York', a 'The Aviator', all'ultimo 'Shutter Island'. Film imponenti che - almeno secondo chi scrive - non raggiungevano mai la forza espressiva di vecchi gioielli, produttivamente più piccoli, come 'Taxi Driver' e 'Toro scatenato'. Ebbene, con 'Hugo Cabret' Scorsese ha ritrovato la magia. Se vincerà un secondo Oscar, sarà molto più meritato di quello conquistato (dopo anni di sconfitte anche brucianti) con un remake ben poco originale come 'The Departed'. Ci voleva il 3D, ci voleva l'immersione in un passato mitologico come la Parigi del 1931? Forse, ma questi sono solo strumenti. Il cuore del film batte su due livelli. Uno è l'amore per Méliès, non solo un artista sublime ma anche un uomo dolce e sfortunato. (...) Ma l'altro livello, assai più personale, è racchiuso nel personaggio di 'Hugo Cabret'. È un orfano che vive nei meandri della stazione, come Quasimodo dentro Notre-Dame. (...) Asa Butterfield è vulnerabile e credibile nel ruolo di Hugo, mentre Ben Kingsley sembra non aver atteso che interpretare Méliès per tutta la vita." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 3 febbraio 2012)

"Un rispettoso ritorno alle radici, un omaggio riconoscente a colui che per primo intuì le potenzialità della settima arte, ma anche un invito alla conoscenza, al piacere ingenuo e stupefacente della scoperta. È questo 'Hugo Cabret', l'ultimo film di Martin Scorsese, che per rappresentare la sua favola sul cinema delle origini e sul suo immaginifico epigono, quel Georges Méliès che per primo rese possibile un 'Viaggio nella Luna', abbandona il linguaggio classico finora più congeniale alle sue storie per convertirsi al 3D, ovvero alla rinnovata ultima frontiera della tecnica cinematografica. Un passaggio che in altre circostanze non ha avuto l'effetto sperato, perché posticcio e non necessario, ma che in questo caso riesce a offrire alla visione quel di più che fa la differenza. E non si tratta di semplice profondità delle immagini, perché nei primi piani, emergendo dallo schermo, i personaggi si fanno più vicini allo spettatore, costringendolo a un legame più forte, quasi intimo. Ma non è solo questione di tridimensionalità o di computer grafica, che peraltro non è un limite alle ben note qualità di Scorsese, il quale non rinuncia a inquadrature originali e a lunghi e spettacolari piani sequenza. Qui siamo di fronte a un'opera che, pur intrisa di tecnologia, emana il sapore antico delle storie che affascinano perché in qualche modo sembrano senza tempo. Difficile dire se 'Hugo Cabret', in uscita nelle sale italiane con il poderoso abbrivio di ben undici candidature agli Oscar, sia il capolavoro di Scorsese, tanto è differente dalle precedenti opere, soprattutto le più recenti in cui rifletteva sul male, sul senso di colpa, sulle contraddizioni della società. Di sicuro è l'opera più personale, nel senso che vi si colgono insieme gli elementi essenziali del suo cinema: invenzione, sperimentazione, suggestione, evocazione, ma anche ricerca e memoria. Qui c'è tutto, tanto da toccare le corde giuste sia dei più giovani che degli adulti ancora capaci di stupore e di commozione. Anche se saranno soprattutto gli appassionati a goderne, persi tra innumerevoli rimandi e più o meno esplicite citazioni (e non solo dei film di Méliès, ma dai fratelli Lumiére ad Harold Lloyd), espressione dell'amore quasi sacrale di Scorsese per questa arte. In 'Hugo Cabret' si coglie, infatti, la summa di interi pomeriggi trascorsi fin da ragazzo nelle fumose sale cinematografiche di New York a succhiare cinema da ogni pellicola vista. Così come lo sguardo attento del cinefilo appassionato, pronto a cogliere la natura stessa del linguaggio filmico, le sue infinite varianti e sfumature, le sue allusioni, i suoi richiami. Non sarebbe esagerato definire questo film come una sorta di testamento, il lascito di un maestro a quanti amano il cinema. In tal senso l'ultima opera di Scorsese, adattamento del romanzo di Brian Selznick 'La straordinaria invenzione di Hugo Cabret', è molto più che l'avventura di un ragazzo alla ricerca del segreto custodito da un automa lasciatogli dal padre orologiaio; un segreto che lo porterà a realizzare il suo sogno e conoscere il grande Georges Méliès, mago, illusionista, regista visionario e prolifico caduto in un deprimente oblio, e quest'ultimo a ritrovare se stesso, il suo genio e il suo pubblico. È soprattutto un invito a immergersi nella magia del cinema e a lasciarsene risucchiare senza timore di perdersi nei suoi mille ingranaggi. Ed è ciò che Hugo - il protagonista della storia (...) - accetta di fare, all'inizio con un po' di riluttanza, guidato da una giovane nuova amica, Isabelle, più spigliata e pronta mettersi in gioco. E quando il gioco comincia, dopo un po' di iniziale fatica, non c'è nulla che possa fermarlo, in un vortice che avvolge una Parigi anni Trenta fascinosamente ricostruita grazie alla fotografia satura di Robert Richardson e alle scenografie imponenti di Dante Ferretti. Il resto lo fa un cast di alto livello, a partire da un ispirato Ben Kingsley nei panni di Méliès, senza dimenticare Sacha Baron Cohen, claudicante e burbero ispettore ferroviario (...), Christopher Lee, ieratico libraio, Emily Mortimer, graziosa fioraia, Jude Law, padre del giovane protagonista, e soprattutto i bravi Asa Butterfield, il timido Hugo, e Cloë Grace Moretz, la simpatica Isabel. Chi prevarrà nella notte degli Oscar tra il vintage 'The Artist' di Michel Hazanavicius, con dieci candidature, e il fantasmagorico 'Hugo Cabret' di Scorsese è difficile prevederlo. Certo è che Hollywood quest'anno è stata stregata da se stessa, dalla sua storia di fabbrica dei sogni. Perché anche se i linguaggi sono differenti - la prima opera va controcorrente e rispolvera nientemeno che il muto per parlare dei film degli anni Venti, la seconda sceglie invece il 3D per celebrare addirittura i pionieri - il tema è identico: il cinema che racconta se stesso. Con passione. E un pizzico di nostalgia." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 3 febbraio 2012)

"Martin Scorsese scrive in 3D una bellissima lettera d'amore al cinema, senza perdere neppure un istante levità, grazia e piacere per il racconto. L'invenzione senza futuro dei fratelli Lumière è uno strumento 'meccanico' che può emozionare (quindi funzionare) solo se si intreccia con la necessità, intima, di narrare noi stessi. Il cinema è una chiave per riconoscerci e rimetterci a posto quando siamo 'rotti'. La scena forse più impressionante di un capolavoro vero e proprio è quando Hugo, accasciato su una poltrona, si abbandona al timore che il suo automa non potrà mai funzionare. (...) Scena impressionante anche perché un bambino appena cresciuto rappresenta il timore profondamente adulto di non trovare la propria autenticità. Ma bellissimo, 'Hugo Cabret', lo è dalla trama principale alle sotto-storie che compongono tutte le età della vita. Un godimento assoluto." (Elisa Battistini, 'Il Fatto Quotidiano', 2 febbraio 2012)

Martin Scorsese

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