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Habemus Papam

Habemus Papam, Nanni Moretti e Michel Piccoli

Sabato 7 maggio - Ore 21:00

Domenica 8 maggio - Ore 16:00 e 21:00

Il film si apre alla morte del Pontefice e e con il Conclave che deve eleggere un nuovo Papa. Ma il neoeletto (Michel Piccoli) è preda dei dubbi e delle ansie, depresso e timoroso di non essere in grado di assolvere il suo compito. Il Vaticano chiama allora uno psicanalista (Nanni Moretti) perché lo assista e lo aiuti a superare i suoi problemi.

Regia: Nanni Moretti

Sceneggiatura:  Nanni Moretti, Francesco Piccolo, Federica Pontremoli

Fotografia: Alessandro Pesci

Montaggio: Esmeralda Calabria

Musiche: Franco Piersanti

Con Nanni Moretti, Michel Piccoli, Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Margherita Buy, Franco Graziosi, Cecilia Dazzi, Leonardo Della Bianca, Camillo Milli, Roberto Nobile, Gianluca Gobbi, Manuela Mandracchia, Rossana Mortara, Teco Celio, Roberto De Francesco, Camilla Ridolfi, Lucia Mascino, Ulrich Von Dobschutz, Giovanni Ludeno, Francesco Lagi

Sito ufficiale: www.habemuspapam.it

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Valutazione Pastorale (Commissione Nazionale Valutazione Film della CEI)

Giudizio: Complesso, superficialità

Tematiche: Psicologia

"Ho cercato -dice Moretti durante la c.s.- di fare un film che non abbiamo già visto tante volte e ho voluto raccontare un personaggio così fragile che si sente inadeguato e ho voluto raccontarlo all'interno di una commedia: ma quello di Piccoli riguarda anche altri personaggi, altre situazioni". Questo breve accenno sintetizza in fondo tutto quello che è possibile ricavare da questo copione che segna il ritorno di Moretti sul grande schermo a cinque anni da "Il caimano" (2006). Sulla crisi di identità che attanaglia il neo eletto pontefice, il regista getta uno sguardo di comprensione ampia e generosa, la radiografia di una 'repulsione' improvvisa, che non trova origine né lascia intravedere soluzioni. Quando decide di svincolarsi e di girare senza meta per Roma, Melville è (o dovrebbe essere) l'uomo isolato, la cui solitudine è resa più acuta dall'impossibilità di rivelarsi per intero. Il lieto fine che si stava profilando viene scavalcato e qui Moretti precisa che "quasi ogni lettura è lecita", con ciò scaricandosi da eventuali riferimenti di cronaca. La vicenda del Papa, comunque sofferta, sembra però distaccarsi da quella della vita dei cardinali in attesa: qui Moretti torna a dare spazio al clima spensierato, quasi infantile che attraversa molti suoi titoli. I porporati ingannano l'attesa con giochi vari e finiscono con l'accettare la proposta del torneo di pallavolo. Qui, peraltro coerente con la propria formazione culturale, Moretti intesse una specie di favola onirica, mai cercando di toccare temi più pertinenti all'ambientazione scelta. Preoccupato più di divertirsi che di riflettere, il regista manovra con disinvoltura le pedine della propria recita, mescolando cinema e teatro, documento e finzione, e chiudendo il cerchio in una amara soluzione finale che significa l'impossibilità di essere adeguati ai ruoli cui siamo chiamati. Una parabola sulla rinuncia che il mestiere furbo e esperto di Moretti lega anche e comunque alla cassa di risonanza massmediatica che la scelta del mondo vaticano comporta. Dal distacco tra lo scenario scelto e l'approccio un po' elementare nel descriverlo, deriva che il film, dal punto di vista pastorale, é da valutare come complesso e segnato da superficialità.

Utilizzazione: il film è da utilizzare in programmazione ordinaria e in occasioni successive come prodotto italiano dai molti spunti di riflessione.

La critica

cinematografo.it - Fondazione ente dello spettacolo ***** La fragilità dell'uomo, la rinuncia e il cambiamento: il soglio pontificio di Nanni Moretti apre al mondo

Una grande folla piange il Pontefice deceduto, milioni di fedeli si raccolgono a San Pietro e, con loro, il mondo intero attende il nome del nuovo vicario di Cristo. Morto un Papa se ne fa un altro, recita il detto, ma stavolta non è così "semplice": eletto a sorpresa dal Conclave (i bookmakers lo pagavano addirittura 90 a 1...), infatti, il cardinale Melville (Michel Piccoli) si blocca sulla soglia del balcone subito dopo l'annuncio Habemus Papam, un attimo prima che il protodiacono (Franco Graziosi) riferisca al mondo il suo nome.

Lo spunto del nuovo, atteso film di Nanni Moretti, era noto e ruota su quel senso di inadeguatezza, tremendamente umano, che può colpire ogni persona nel momento in cui viene investita dal peso di un'enorme responsabilità: ma quali conseguenze può avere una tale rinuncia quando l'uomo in questione è il Sommo Pontefice? Come ogni grande opera d'arte, Habemus Papam (da domani in sala, tra poco meno di un mese in Concorso a Cannes) rimane sospeso sulla domanda stessa che dà origine al film (scritto dal regista con i sodali Francesco Piccolo e Federica Pontremoli), da un lato seguendo con straordinaria umanità il percorso "fuori le mura" di Melville, dall'altro costruendo con tenera, mai becera ironia degli insoliti passatempi (il torneo di pallavolo, con tabellone a gironi e partite di andata e ritorno...) per i cardinali del Conclave rimasti all'interno della Santa Sede insieme allo psicanalista (Moretti), chiamato per provare a comprendere le ragioni di quel blocco, ora "prigioniero" per evitare qualsiasi fuga di notizie all'esterno.

Supportato, e non poco, dalla prova maiuscola di tutti gli interpreti (da Piccoli a Renato Scarpa, il cardinale dato per favorito alla vigilia, da Camillo Milli a Jerzy Sthur, portavoce del Vaticano) e dall'enorme lavoro sulla ricostruzione degli ambienti (la Cappella Sistina e la Sala Regia del Conclave realizzate a Cinecittà), "ricavati" a Palazzo Farnese, a Villa Medici, in alcuni palazzi cinquecenteschi di via Giulia e a Villa Lante di Bagnaia, vicino Viterbo, Moretti riflette sulla fragilità dell'uomo - dissertando con i cardinali anche di ansiolitici e tranquillanti "maggiori" - mostrandone il lato più autentico e sincero, spogliando con occhio attento ma non inquisitorio quel velo di invulnerabilità che accompagna, da sempre, le figure di spicco mondiale. E se nel Caimano si facevano - seppur in maniera metacinematografica - nomi e cognomi, in Habemus Papam l'unico riferimento certo è a Giovanni Paolo II, dalle riprese reali del funerale, passando per gli accenni nel corso del racconto al predecessore di Melville, fino ad arrivare al protagonista stesso, amante dell'arte e attore in gioventù: potrà non sembrarlo, ma è una scelta "politica" anche questa, perché il discorso Urbi et Orbi che chiude il film (e che certifica la rinuncia) - auspicante una "Chiesa che guardi al cambiamento, capace di dare amore, accoglienza e comprensione" - è un messaggio universale, come quello del film.

Che fingendo di non esserne in grado - proprio come lo stesso Moretti nella scena della partita a scopa con i cardinali - "spariglia" l'ambito d'elezione e si offre allo sguardo di un paese chiamato al cambiamento ("Todo Cambia" canta Mercedes Sosa in una delle sequenze morettiane per antonomasia, quella del ballo cardinalizio), magari attraverso qualche dolorosa rinuncia. Habemus Palma? (Valerio Sammarco)

Habemus Papam: umano, troppo umano il Pontefice di Moretti

“Nuntio vobis gaudium magnum, habemus Papam”, o meglio, lo avremmo se il neo-eletto al soglio pontificio non fosse colto da una crisi di panico che impedisce la conclusione dell’annuncio, sbaraglia il cerimoniale secolare e fa prigionieri delle segrete stanze vaticane tutti i cardinali del Conclave (cui è proibito avere contatti con l’esterno fino a quando il nuovo Papa non si affacci al tradizionale balcone in piazza San Pietro).

Da qui prende le mosse il film di Nanni Moretti, dai dubbi e le insicurezze che bloccano il nuovo Papa, e lo fanno letteralmente fuggire dalle enormi responsabilità del ruolo, in cerca di se stesso per le vie di Roma.

Senza particolari riferimenti alla fede, senza nemmeno considerare davvero la spiritualità del protagonista, il cui dramma è umanissimo, Habemus Papam affronta un tema molto attuale: quello del senso di inadeguatezza che può attanagliare ogni uomo di fronte alle proprie responsabilità, e lo porta all’ennesima potenza, perché quando l’uomo in questione è il Papa, le responsabilità assumono proporzioni geograficamente globali, simbolicamente enormi e durata pressoché “eterna”.

La pellicola di Moretti rappresenta con sapienza su grande schermo l’horror vacui pronto a inghiottire chiunque, con il nero oltre la tenda porpora da cui si attende il Papa che non arriva, si affida all’interpretazione minimalista e magistrale di Michel Piccoli (capace di esprimere con pochissime parole la confusione e i dubbi di Papa Melville), e intanto offre spazio alla commedia, sfruttando l’arena rigidamente costruita della gerarchia ecclesiastica per introdurre in essa l’elemento disturbatore: lo psicanalista agnostico (se non ateo) che - a sua volta inadeguato - resta “prigioniero” insieme con i cardinali e li tratta senza timore reverenziale non può che generare, infatti, una serie di spunti comici.

Ben girato, ben diretto, ben interpretato, l’ultima fatica cinematografica di Nanni Moretti ha il merito di portare in primo piano un argomento importante, quello della responsabilità personale di fronte alle sfide cui la società attuale chiama (non solo il Pontefice), e vive di un conflitto deflagrante per l’identità del protagonista, ma manca di approfondirne motivazioni, significato e conseguenze, preferendo indugiare su momenti di puro divertimento, lasciando così lo spettatore appagato solo per metà. (Tiziana Vox, www.saledellacomunita.it)

Quel conclave di porporati per nulla carrieristi

C’è una breve scena di Habemus Papam, il nuovo film di Nanni Moretti da oggi nelle sale italiane, nella quale il Pontefice, che non ha avuto il coraggio di affacciarsi per benedire i fedeli dopo essere scappato dal Vaticano, entra di nascosto in una parrocchia di Roma.

Nessuno lo riconosce, perché è in abiti borghesi e anche perché la sua identità non è stata ancora rivelata al mondo, a motivo del crollo psicologico subito immediatamente dopo aver accettato l’incarico. Il Papa, impersonato dall’attore Michel Piccoli, ascolta la predica di un giovane prete che parla di umiltà, della necessità di riconoscersi bisognosi di aiuto, di un Dio misericordioso che si china per curare le ferite degli uomini. Il Papa, angosciato e incapace di sostenere il peso dell’incarico, finalmente sorride e matura in quel momento la decisione di ripetere il gesto di Celestino V, con il quale la pellicola si chiude.

È l’unico squarcio davvero religioso di questa commedia tipicamente morettiana dedicata al conclave e ai contraccolpi psicologici che l’elezione inaspettatamente provoca su un defilato cardinale francese, scelto dai confratelli quale successore di Pietro. Commedia è e commedia resta: sarebbe sbagliato attribuirgli chissà quale profondità di significato o prevedere che possa segnare la storia del cinema, anche perché il dramma del Pontefice che si percepisce inadeguato è appena abbozzato e rimane, ultimamente, non esplorato.

Il Moretti attore, nei panni dello psicanalista che non risparmia ironie sulla psicanalisi, è chiamato a soccorrere l’eletto. Mette subito in chiaro di essere ateo, e commenta, amaro, con il cardinale decano che la teoria darwinista sgombera il campo da qualsiasi possibilità di credere. Eppure il Moretti regista, autore di film denuncia come il Caimano, ha uno sguardo benevolo sulla Chiesa e sugli uomini che la rappresentano. I cardinali, interpretati da attori e caratteristi di talento, sono arzilli nonnetti preoccupati per il loro Papa: recitano il breviario facendo un po’ di cyclette, ingannano il tempo giocando a carte e alla fine si lasciano coinvolgere in un surreale torneo di pallavolo organizzato dallo psicanalista in attesa che l’eletto – che tutti credono rinchiuso negli appartamenti papali, mentre in realtà sta girando da solo per Roma – si decida. Non ci sono scontri di potere, cordate, sgambetti, colpi bassi, manovre, partiti curiali, carrierismo. Non un accenno a scandali finanziari o di altro tipo... Tutti ingredienti che si ritrovano invece enfaticamente descritti in tanti romanzi, in tanti film, in tante fiction televisive dedicate ai Papi, ma anche in tante pagine di storia.

Una delle scene meglio riuscite di Habemus Papam è la descrizione dell’elezione, nella quale ciascun cardinale prega in cuor suo di non essere il prescelto. Nessuno dei porporati ambisce alla tiara, e tutti sono sollevati per lo scampato pericolo. «Essere eletto Papa è quanto di peggio si possa augurare a un uomo», ha confidato una volta il cardinale Giacomo Biffi. Forse qui la descrizione morettiana è fin troppo benevola rispetto alla realtà.
Il Papa di Moretti si ritrova dunque solo, con il rimorso di non aver potuto intraprendere la carriera di attore, attirato dalla varia umanità che incrocia sul pullman di Roma. E finisce per confidare a un ignaro panettiere di soffrire di un «deficit di accudimento». È la prognosi che vorrebbe spiegare l’origine del suo tracollo psicologico. A risollevarlo, dandogli la forza di confessare in mondovisione la sua incapacità, non saranno però le teorie psicanalitiche, ma quell’eco così agostiniano alla miseria umana e alla misericordia, ascoltato di nascosto in parrocchia. Andrea Tornielli (La Stampa)

Sulle stanze del conclave lo sguardo del regista: né ironie né conversione

Non è certo un annuncio di conversione del laico Moretti; ma non è neppure lo sberleffo dell' erede di una gauche mangiapreti. Questo film non edificherà i cattolici; ma non rallegrerà neppure gli atei. E sarebbe deluso chi si attendesse pensosi confronti sulla vita e la morte tra uno psicoanalista incredulo e l' intero collegio dei cardinali. Prigionieri delle sale vaticane pur a conclave concluso, gli anziani porporati in vestaglia fanno solitari con le carte, giocano a scopa (litigando sui punti), si dedicano ai puzzle o fumano rilassati in poltrona. Qualcuno progetta di uscire, alla chetichella, per un cappuccino e un maritozzo alla crema. Non vanno a bussare, per appassionati confronti sulla condizione umana, alla porta della stanza dov' è recluso, egli pure, lo psicoanalista alla moda della borghesia romana. Ma neppure costui (impersonato dallo stesso Moretti) ha alcuna curiosità metafisica e non approfitta dell' occasione per confrontarsi con l' intero Sinedrio della Chiesa cattolica. Sfoglia sì la Bibbia, ma perché, si lagna ironicamente, è il solo libro che gli hanno fatto trovare in camera. Habemus Papam di Nanni Moretti può prestarsi, come sempre avviene per ciò che vale, a diverse letture. A noi è sembrata la testimonianza di un mondo che si è stancato di dialoghi e confronti, di invettive e di entusiasmi, un mondo dove ciascuno si tiene la sua idea - se ne ha una - ed è troppo annoiato per volere convincere l' altro. Il nuovo eletto al papato (l' ottantacinquenne ma ancora bravissimo Michel Piccoli) ha pregato intensamente per non essere il prescelto dello Spirito Santo, vero ispiratore del conclave. Moretti, infatti, rovescia subito le carte: tutta la letteratura anticlericale ci parla di cinici e ambiziosi cardinali che non esitano neppure di fronte al crimine pur di uscire dalla Cappella Sistina con l' abito bianco pontificale. Qui è il contrario: tutti si raccomandano a Dio perché alle loro spalle sia risparmiato il peso della croce papale. L' apostolato è un mestiere faticoso, esige impegno per cercare di convincere gli increduli, meglio che tocchi ad altri. Alla fine, tocca all' anziano porporato, con accento francese, impersonato da Piccoli. Gli viene strappata un' esitante accettazione, si riesce a vestirlo con gli abiti pontificali, il cardinale protodiacono (cui spetta la proclamazione ufficiale al popolo) si affaccia alla loggia di San Pietro, ma al suo Habemus Papam! risponde un urlo lacerante dell' eletto, un rifiuto di presentarsi alla folla festante, persino il divieto di fare il suo nome. Da qui una situazione imprevista non solo dal diritto canonico, ma anche da ogni consuetudine e tradizione di una Chiesa che pur ha visto di tutto nella sua storia due volte millenaria. Dopo aver provato a convincere il riluttante con ogni mezzo, alla fine la clausura del conclave è rotta per fare entrare il famoso psicoanalista. E qui pure si accumulano i segni della tolleranza (o indifferenza ?) per le idee altrui. Il cardinal decano, infatti, accoglie lo specialista con cordialità e insieme scetticismo, dicendogli chiaro che si è voluto provare anche con lui; tiene però a precisare di credere nell' anima ma non nell' inconscio. Moretti sorride, ma non replica. Non replicherà neppure il cardinale, quando accennerà al «disegno intelligente» di Dio nella Sua Creazione e verrà la risposta pronta dello psicoanalista che parla della «grandezza della prospettiva di Darwin», della bellezza morale di accettare che tutto, uomini compresi, sia nato dal caso e dalla evoluzione. È solo uno scambio casuale di battute mentre i due arbitrano un grottesco torneo di pallavolo tra i vecchi cardinali. Battute sui massimi sistemi ma senza alcun seguito, nessuno ha voglia (lo dicevamo) di convincere l' altro. A questo fine, Moretti fa tutta intera la sua parte, sia come regista che come attore. L' immagine che ci dà della Chiesa è bonaria, non ha nulla di polemico o di caustico, magari con i soliti, facili richiami alla pedofilia o allo Ior. I Principi della Chiesa sono una banda di vecchi più ingenui che scaltri, i visi pieni e le corporature massicce ricordano papa Giovanni, c' è qualche profilo segaligno, ma da parroco burbero benefico, alla cardinal Tonini. Buon diavolo, più pasticcione che astuto, anche l' unico laico della brigata, il portavoce della Santa Sede, interpretato da Jerzy Stuhr. È anche una Chiesa amata dal popolo, come testimonia la folla che bivacca paziente in piazza San Pietro in attesa di sapere finalmente chi sia il suo nuovo Pastore per acclamarlo. Qui pure, dunque, nessuna fatica per una polemica anticlericale. Tanto frusta quanto noiosa. Gli apologeti cattolici stavolta non dovranno intervenire a difesa della Chiesa: ma questa, sia chiaro, non ha dato al film alcun imprimatur, come ha equivocato qualcuno. Meno di un paio di anni fa, Moretti chiese a mons. Gianfranco Ravasi, non ancora cardinale ma già ufficiosamente «ministro vaticano della cultura», di dare un' occhiata a un abbozzo del film in progetto. Ravasi, uomo disponibile e cortese - come sa chi lo conosce - accettò e trovò il testo «interessante», augurandosi che la realizzazione fosse adeguata. Ma come ha precisato l' ora cardinale, a quel contatto non ne seguirono altri, «per non dare l' idea di un avallo e per lasciare libertà all' artista». Di quella libertà Moretti - per un cattolico, almeno - non ha abusato. Ma, pur nel rispetto verso l' istituzione, la sua Chiesa ha per icona un papa che ha paura di essere tale; un papa che non ha perso la fede, ma che non si aspetta aiuto e sostegno dal Cristo che pur lo ha chiamato a essergli vicario. Un papa che ancor crede nel Vangelo, ma che preferisce la sua placida pensione alla fatica di proclamarlo. «Un elogio della inadeguatezza», ha detto Moretti. Eppure Dante, per quel Celestino V che si dimise dal papato, parlò di «viltade». Prospettive diverse. Ma l' autore di questo Habemus Papam ci consiglia di lasciar perdere ogni confronto: che ciascuno coltivi il suo orticello e lasci in pace quello dell’altro. Vittorio Messori (Corriere della Sera)

Nanni, terapeuta della Chiesa

Nanni Moretti farà anche un film “ogni morte di papa” ma quando arriva non lascia di certo indifferente il pubblico e la critica. Nel bene e nel male se ne parla sempre e talvolta anche a sproposito. Era successo nel 2006 con Il Caimano dichiaratamente politico. Poteva non succedere mirando dritto al Papa? Per di più che la promozione del film ha rispettato la caratteristica principe del conclave: set blindato e bocche cucite fino alla prima. Insomma c’erano tutti i presupposti per portare a casa un risultato sostanzioso al box office che finora non si è fatto attendere. Viste le posizioni arcinote di Moretti difficilmente qualche spettatore sarà finito a vedere Habemus Papam alla ricerca di una meditazione pasquale o di un ristoro per la sua fede. Detto ciò per la molteplicità dei punti di vista messi in campo in modo elegante quanto simpatico dalla regia e dalla sceneggiatura il film garantisce significati e interpretazioni che si allargano all’Oltretevere. Se la riflessione centrale rimane quella universale sul ruolo e la gestione del potere ben oltre le dinamiche interne del Vaticano, è innegabile che nel film si tratteggi anche un discorso critico sulla Chiesa Cattolica.

Orologio alla mano è evidente che a Moretti interessa approfondire gli ingranaggi psicologici e umani che la reggono e non tanto altri privilegi o scandali che ben volentieri lascia alle telecamere, simil corvi, che critica con ferocia nell’incipit del film. Su di essi scorre via veloce e indolore con una carrellata che ne attesta l’esistenza (in Vaticano ci sono le medicine che a Roma non si trovano, la benzina che costa meno, ecc...), ma di cui lui professionista del dialogo terapeutico non si cura. E’ lì per l’anima, anche se un cardinale si affretta a sottolineare che non è identificabile con l’inconscio. Nelle mani di Moretti da La stanza del figlio (Palma d’oro a Cannes nel 2001) la psicoanalisi finisce dritta nella Stanza delle lacrime, così soprannominata la sacrestia della Cappella Sistina, dove il neoeletto francese vestendo i paramenti papali non vive la commozione per la responsabilità a cui è chiamato ma una crisi di panico che lo imprigiona in uno stato confusionale.

Rimanendo fedeli al tipo di estetica che Moretti dedica ai vari passaggi narrativi del film, prassi che cozza con il boicottaggio senza previa visione, i toni più sferzanti non si ritrovano sui ritratti umani dedicati ai cardinali. Ce n’è per tutti i gusti: teneri (svegliarsi di notte chiamando la madre), al passo con i tempi (leggere il breviario con la cyclette), vintage (preferenza per palla prigioniera al posto della pallavolo), surreali (relax con il puzzle), degni della commedia italiana (una brigata desiderosa di cappuccio con bombolone con annessa gita mondana nella città eterna), ma per niente carrieristi, anzi piuttosto vittime dei tranquillanti che di intrighi e trame dei sacri palazzi. Senza dimenticare che in una sequenza sognante senza velleità realistiche li fa pure ballare, che rimane il suo desiderio prediletto, “il saper ballare” dei tempi di Caro diario.

Più critico su di loro quando, pur che “lo spettacolo” prosegua (la metafora del teatro è drammatica), li rende disponibili a tendere a Papa Melville un’imboscata durante la rappresentazione de Il gabbiano di Čechov. Rivelando all’esterno la sua identità, la delegazione vaticana è convinta di costringerlo ad uscire allo scoperto e di abbandonare finalmente i riti del figurante nell’ombra. Se una frecciata c’è, non è tanto quella di smaniare per il potere, ma di non saper prende atto, confessare e condividere un momento difficile in modo collegiale con tutto il gregge. E il soggiorno di Brezzi in Vaticano (è lui il vero sostituto del Papa e non la guardia svizzera rinchiusa negli appartamenti) diviene l’occasione per suggerire qualche consiglio relazionale, travestito da atteggiamento, alla Chiesa che nello spirito del “Cortile dei Gentili” contemporaneo parigino saprà senza dubbio distinguere una critica solidale da un’ingerenza offensiva. E Vittorino Andreoli docet con le sue riflessioni sul clero da non credente.

Il Papa incarnato nella crisi che attanaglia l’uomo contemporaneo risulta alla fine il più umano di tutti. Impensabile? Qui sta il punto: manca la fede in quest’uomo perché rifiuta di essere la guida della Chiesa di Roma? Eppure lui stesso assicura che problemi con la fede non ne ha e la forza di dire gli viene proprio dall’ascolto della Parola in una messa feriale. Avere fede si esprime solo con un “si” indiscriminato? E’ da infedeli fare i conti con i propri limiti? Non si avvalla un processo perverso per cui dietro alla maschera della fede si giustifica ogni incapacità che non aiuta la Chiesa stessa? Tutte domande che scavalcano le transenne di San Pietro e che forse non lasciano indifferenti nemmeno gli spettatori cristiani più convinti.

Si addebita al Moretti non credente di aver concluso Habemus Papam con le dimissioni di Melville perché l’assenza di Dio nella sua vita non gli consente di intravedere uno sviluppo positivo diverso, la forza e l’azione dello Spirito che illumina anche le tenebre più cupe. Ci può stare, ma se la fede servisse anche per ammettere i propri limiti? Dio può dirsi davvero assente perché il cardinale vuole rimanere soltanto tale? «Cambia il pastore il suo pascolo» canta Mercedes Sosa nella stupenda Todo cambia che Sua Santità ascolta mentre vaga come un indifeso del Vangelo. Anche un rifiuto può cambiare il mondo? Anche un “no” può testimoniare un “si”? Nessun vilipendio alla religione, men che meno “condoglianze” alla Chiesa o offese al Papa, solo molte domande universali per chi vuol sentirle. Arianna Prevedello (La difesa del Popolo di Padova)

 

"Non c'è acrimonia nel film, anzi quasi un'ombra di malinconia. Come le condoglianze di Moretti al capezzale di una grande vecchia, per cui si aveva una qualche simpatia. Chi guarda, pure sorridendo, non può non vedere però che questa Chiesa non è quella reale, ma quella che Moretti immagina. Fateci caso: tra i 107 cardinali che vegliano in un momento così grave, c'è chi fa i puzzle e chi beve tranquillanti, ma il regista non ne immagina nemmeno uno che preghi. Già, che preghi: non uno che domandi a Dio. Una dimenticanza non casuale. Nello sguardo di Moretti la Chiesa è fatta solo dagli uomini, e Dio è il grande latitante - per non parlare dello Spirito Santo, che in questa elezione avrebbe clamorosamente fallito. E come il povero Papa depresso, anche i cardinali, pure così simpatici, sembrano prescindere dal primo fondamento della fede cristiana: cioè l'essere in Cristo, cioè il radicale costante rapporto con la carnale concretezza di Cristo. Brava gente, generosa, che però non sa a che santo votarsi. Certo, una Chiesa senza Cristo sarebbe destinata a finire. (...) Lo sguardo pure acuto di Moretti vuole vedere nella Chiesa solo una faccenda di uomini. Cresciuto nei tentacoli di una psicoanalisi di cui sa sorridere, Moretti non si accorge che la Chiesa di 'Habemus Papam' è solo, per usare il gergo psicoanalitico, una sua 'proiezione'. Ha immaginato la morte di una Chiesa vecchia e confusa, ma gliene è sfuggita l'essenza: l'essere la Chiesa 'corpo e membra' di Cristo. Film elegante, con bravi interpreti, che può piacere a Cannes. Il film di cui il pubblico, uscendo dalle sale, dirà: carino e intelligente. Attenzione però a quella profonda dimenticanza, a quel non sapere vedere l'essenziale in questa vecchia Chiesa, che tuttavia sopravviverà anche a Freud e ai suoi eredi. Cioè, grazie delle gentili condoglianze, ma la Chiesa - cioè noi, credenti in Cristo - siamo ancora piuttosto vivi." (Marina Corradi, 'Avvenire', 15 aprile 2011)

"Chi si aspetta il Nanni Moretti delle idee che non ammettono contraddittorio, delle certezze non solo cinematografiche ('Ve lo meritate Sordi') ma anche politiche ('Con questo tipo di dirigenza non vinceremo mai'), rimarrà deluso. A dispetto del suo titolo antifrastico, nessuno avrà un bel niente: altro che 'Habemus Papam'! I cardinali convinti di aver eletto un nuovo pontefice dovranno fare i conti con un papa schiacciato dalle sue future responsabilità e tentato di tirarsi indietro. Ma anche gli spettatori, che da quelle premesse possono aspettarsi una riflessione sulle responsabilità del Potere e dei suoi Rappresentanti, rischiano lo sconcerto e forse lo smarrimento. (...) Perché Moretti abbia scelto di mettere al centro del suo film la Chiesa e il suo massimo rappresentante è comprensibile: sono l'ultimo grande Potere oggi in Italia, il più compatto, il più solido, il più vero. Riflettere sul peso di tale potere (...) e soprattutto riflettere sulle responsabilità di chi lo esercita non stupisce certo, anche in relazione allo scarso senso di responsabilità di chi in Italia esercita altri poteri. Quello che si fa fatica a capire è il tanto spazio lasciato al 'tempo libero' dei cardinali, vittime delle più prevedibili e scontate forme del 'morettismo'. (...) Il girovagare romano del pontefice (...) rischia di perdere forza e impatto emotivo, schiacciato dalle più superficiali ma allegre scenette cardinalizie. Resta la grande forza visiva (e metaforica) di alcune immagini, prima fra tutte quella del balcone vuoto dove il papa non vuole affacciarsi, con le tende che si aprono e si chiudono su un nero che intimorisce e spaventa, inevitabile rimando a un oggi di paure e di rinunce. Che però a una prima visione del film sembrano scarsamente supportate da una sceneggiatura ondivaga, prigioniera di uno spunto geniale che forse avrebbe avuto bisogno di una diversa elaborazione." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 15 aprile 2011)

"E se un odierno successore di Pietro si affaccia dal balcone vaticano, guarda la piazza gremita di gente all'inverosimile - un popolo plaudente, lieto, rassicurato e desideroso di conoscere il volto del nuovo pastore - e inaspettatamente dichiara di rinunciare alla missione? Su questo assunto si regge il nuovo, undicesimo lungometraggio di Nanni Moretti, 'Habemus Papam'. (...) Se prendessimo 'Habemus Papam' per una pura e semplice commedia, ci sarebbe poco da aggiungere. Quando Moretti si impegna è irresistibile. Ma chiudiamo qui? Ce la caviamo con la commedia, le risate, la caricatura grottesca? In realtà Moretti aveva in mente ben altro progetto. Voleva - come ha sempre fatto - ritrarre il mondo, magari deformandolo. La macchina da presa doveva scandagliare il fondo dei Sacri Palazzi. E qui, proprio qui, sta la debolezza del film. Di questo mondo Moretti capisce poco. Non ne ha una profonda conoscenza, sensibilità. Anche se non mostra nessun rancore verso la Chiesa come istituzione. E riesce anche a trasformare, con autentica simpatia, i vecchierelli cardinali in allegri ragazzotti. Moretti nel suo cinema non è mai stato ostile alla religione. Come non è mai stato ostile alla vita. Probabilmente è stato attratto da Giovanni Paolo II (...). L'ultimo successore di Pietro di 'Habemus Papam', però, è privo della dimensione religiosa. Potrebbe essere fabbro, medico, attore, venditore ambulante. Ma non uomo di fede. Si può fare un film su un uomo di fede (anzi, sulla guida di un'immensa e planetaria comunità religiosa) staccandolo dalla prospettiva divina?" (Claudio Siniscalchi, 'Il Giornale', 15 aprile 2011)

"E' un film che dovrebbe rendere orgogliosi i produttori, la Sacher di Moretti, la 01 (Rai) e la Fandango di Procacci. E' un'opera rischiosa e riuscita, originale e insidiosa, gettata nel frastuono dei principi disattesi, dei vizi rivendicati, del rigetto dell'etica, per ritrovare una pausa 'sacra' nell'ascolto di se stessi. Difficile dimenticare quel balcone con le tende porpora e, al centro, al posto dell'eterna silhouette bianca, il buio, il vuoto, l'assenza, la forza di dire no. Perché? Perché no." (Silvio Danese, 'Giorno - Carlino - Nazione', 15 aprile 2011)

"Non è una fiction, ma un apologo sul potere, la solitudine, il bisogno (e la mancanza) di affetto. Un film spesso folgorante. Dove Michel Piccoli, che intere generazioni hanno conosciuto come impeccabile e algido seduttore, ora incanta nel ruolo di un pontefice che annaspa in cerca di umanità. Esplorare il labirinto vaticano è un'operazione delicata. Ne vengono fuori in genere polpettoni a grandi tinte o bozzetti edificanti dal tono clerical-nasale. Nanni Moretti nel suo 'Habemus Papam' spariglia le carte, perché non vuole ricreare in cartapesta un presepe ecclesiale, ma pungola gli spettatori a seguire l'avventura di un personaggio, si potrebbe dire di un'anima. Il Papa inadeguato. (...) Una emozionante confessione su quel tema dell'inadeguatezza, che fa da filo conduttore del film. Gli artisti sono precisamente questo: antenne che captano la realtà spesso nascosta nel brusio del quotidiano. E la realtà è che oggi non basta più sedersi sul trono di Pietro per comandare su un gregge di fedeli. Oggi bisogna convincere." (Marco Politi, 'Il Fatto Quotidiano', 15 aprile 2011)

"La dichiarazione d'impotenza di sua santità Michel Piccoli suona come attestato della propria d'incapacità di essere ormai come regista all'altezza della leggenda. Certo, incapacità relativa. Anche a pile quasi scariche non difettano al Nanni gli scatti di umorismo e di bravura (la partita di volley tra cardinali). Ma sono scattini. Il minimo che si possa pretendere da un regista che a Cannes trattano ancora da maestro." (Giorgio Carbone, 'Libero', 15 aprile 2011)

"'Habemus Papam' è per alcuni il capolavoro di Nanni Moretti, cinque anni dopo quel 'Caimano', così profetico e attuale. È il film di un laico, o forse di un ateo che come tale ha profondo rispetto di chi crede, e che riesce attraverso l'ironia, le invenzioni, l'eleganza, a suscitare una commozione, e allo stesso tempo, un'angoscia, che sfiorano la fede molto più di tanti film d'intento religioso che di solito vengono malissimo. È anche un film di massima intelligenza e libertà, privo di una tesi precostituita, ben attento a non accontentare chi da lui si aspettava una troppo facile critica alle gerarchie vaticane e alle loro ingerenze nei fatti nostri o qualche accenno all'attuale pontificato. Qualunque cosa comunque Moretti voglia dire, a parole non ce la dice, o la dice con dispettosa nebbiosità, consentendo così a chiunque di interpretare il film come crede. (...) Quella guardia svizzera che deve ogni tanto scuotere una tenda nella camera del papa perché si creda che lui sia lì e non chissà dove, vorrà dire che dentro l'impeccabile governo vaticano il papa potrebbe essere anche solo un'ombra non necessaria? E la fuga del papa designato, nasce da viltà come nel dantesco Celestino V, o perché in quella grandiosa roccaforte, la messinscena antiquata, che ha anche rispolverato il trono di Pio XII, è ormai inefficace e non sa più rispondere al bisogno di aiuto, di fede, dell'umanità?" (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 15 aprile 2011)

"Commedia è e commedia resta: sarebbe sbagliato attribuirgli chissà quale profondità di significato o prevedere che possa segnare la storia del cinema, anche perché il dramma del Pontefice che si percepisce inadeguato è appena abbozzato e rimane, ultimamente, non esplorato. Il Moretti attore, nei panni dello psicanalista che non risparmia ironie sulla psicanalisi, è chiamato a soccorrere l'eletto. Mette subito in chiaro di essere ateo, e commenta, amaro, con il cardinale decano che la teoria darwinista sgombera il campo da qualsiasi possibilità di credere. Eppure il Moretti regista, autore di film denuncia come 'il Caimano', ha uno sguardo benevolo sulla Chiesa e sugli uomini che la rappresentano. (...) Non ci sono scontri di potere, cordate, sgambetti, colpi bassi, manovre, partiti curiali, carrierismo. Non un accenno a scandali finanziari o di altro tipo... Tutti ingredienti che si ritrovano invece enfaticamente descritti in tanti romanzi, in tanti film, in tante fiction televisive dedicate ai Papi, ma anche in tante pagine di storia." (Andrea Tornielli, 'La Stampa', 15 aprile 2011)

"Papa che non vuole fare il Papa, uno psicoanalista che dovrebbe aiutarlo a condizione di non parlare di sesso, sogni, Edipo. 'Habemus Papam' è una clamorosa metafora del blocco, del rifiuto del mondo, del trovarsi di fronte a qualcosa che non riusciamo ad affrontare. E un film magnifico, quasi un miracolo: perché il laico Moretti riesce a raccontarci il 'dietro le quinte' di un conclave strappando numerose risate e rispettando nel contempo la solennità di un rituale in cui si identificano milioni di persone. Nanni aveva già interpretato un sacerdote in 'La messa è finita'. Ma qui si fa un grande salto. (...) Moretti ottiene un risultato che sembra ovvio ma è, in realtà, straordinario: sia il Papa mancato che i cardinali orfani sono uomini pieni di tic e di debolezze. Ma questo è ancora un primo livello di lettura del film, forse il più semplicistico. Il vero scarto narrativo è il momento in cui Melville, alla domanda della psicoanalista donna su quale sia il suo lavoro, risponde: 'Sono un attore'." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 15 aprile 2011)

"Una commedia elegante e matura dal cuore 'scandaloso' che molto farà discutere, disseminata peraltro di segni 'morettiani' in un divertente gioco di rimandi cinefili." (Titta Fiore, 'Il Mattino', 15 aprile 2011)

Una capacità smarrita (Emilio Ranzato, Osservatore Romano del 28 aprile 2011)

 

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