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Gran Torino

Sabato 18 aprile Ore 21:00
Domenica 19 aprile Ore 16:00 e 21:00

Walt Kowalski è un reduce della guerra di Corea, di carattere burbero e spavaldo, prova una grande passione per la propria Ford Torino, modello classico del 1972, custodita in garage. Walt non mostra pudore nel manifestare il proprio sentimento anticoreano, nato durante la sua campagna in Corea, quando vide morire suoi amici per mano dei nemici. A peggiorare la situazione, il quartiere da lui abitato negli ultimi anni è diventato il principale centro suburbano della comunità coreana, e le bande giovanili danno molto fastidio a Walt. Anche se frustrati e maltrattati da Kowalski, i coreani aiuteranno l'uomo a risolvere i problemi personali che tiene con la famiglia, per diventare amici e aiutarlo a ripudiare il razzismo.

Regia Clint Eastwood
Sceneggiatura Nick Schenk
Fotografia Tom Stern
Montaggio Joel Cox

Clint Eastwood Cory Hardrict
John Carroll Lynch Geraldine Hughes
Nana Gbewonyo Brian Howe
Brian Haley  

Biglietti esselunga Vieni al cinema alla domenica sera - a Casatenovo costa meno Prendi sei e paghi cinque - Tessere a scalare

Valutazione Pastorale (dal sito dell'Associazione Cattolica Esercenti Cinema - ACEC)

Giudizio: Raccomandabile, problematico, dibattiti **

Tematiche: Famiglia - genitori figli; Giovani; Metafore del nostro tempo; Rapporto tra culture; Tematiche religiose.

Sarà, come lui dice, l'ultimo film da lui interpretato? Se così fosse, resta un grande, memorabile passo d'addio. La parabola di Walt Kowalski, dal rifiuto verso tutto e tutti (per chi non compra 'americano') all'apertura, alla comprensione, alla coscienza di dover agire si snoda lungo un percorso che evita con puntiglio scivolate retoriche (la medaglia all'eroe di guerra) a vantaggio di una cronaca tesa e asciutta ma non per questo meno profonda. Il copione riesce ad arrivare alla soluzione del sacrificio finale senza assolutizzare il gesto, bilanciato dall'idea della morte comunque incombente causa malattia. E tuttavia la forza dell'esempio rimane, incisiva e incancellabile, aggrappata a quell'Ave Maria appena sussurrato sottovoce, prima di consegnarsi alle pallottole dei teppisti. Walt rappresenta 50anni di vita e di storia americana, come Eastwood stesso sempre pronto ad gettare sul proprio Paese uno sguardo fatto di compassione e di pietà che sono i presupposti di una grande ammirazione. L'attore-regista consegna un nuovo ritratto, fatto di luci e ombre, di odio e di amore e, in sintesi, di convinta speranza per il futuro. Per questi motivi il film, dal punto di vista pastorale, il film é da valutare come raccomandabile, problematico e adatto per dibattiti.

Utilizzazione: il film é da utilizzare in programmazione ordinaria e in successive occasioni come prodotto coinvolgente di alta qualità. Qualche attenzione risulta doverosa per i più piccoli in vista di passaggi televisivi o di uso di VHS e DVD

La critica

"L'ispettore Callaghan ha definitivamente chiuso nel cassetto la sua 44 Magnum. E se ha cambiato idea Clint Eastwood - che al cinema ha incarnato "Dirty" Harry, lo stereotipo del giustiziere, e in politica, da conservatore qual è, ha abbracciato le idee repubblicane - vuol proprio dire che negli Stati Uniti il vento soffia in un'altra direzione. La prova sta tutta nell'ultimo, notevole film diretto e ottimamente interpretato da Eastwood, 'Gran Torino': un'apologia della non violenza come risposta alla feroce brutalità della strada, ma anche un invito alla tolleranza razziale, contro ogni pregiudizio; in definitiva, una storia di redenzione. (...) A settantotto anni Eastwood con 'Gran Torino' - in uscita nelle sale italiane - offre, dunque, una lezione di vita, oltre che un'altra superba pagina di cinema, inspiegabilmente ignorata nella notte degli Oscar. Nelle quasi due ore di film - grazie alla brillante sceneggiatura di Nick Schenk, alla sua prima prova, e all'accorta regia - si realizza la catarsi della figura del giustiziere, la cui presenza aleggia impalpabile sul protagonista; un uomo che, nonostante l'età, risulta ancora credibile quando intima minaccioso: "Fuori dalla mia proprietà!". "Questo è il mio film più piccolo - ha detto il regista - ma anche il più personale. Non è tempo di poliziotti estremi, ma di coraggio nel comprendere gli altri". Il messaggio è chiaro ed è diretto a tutti i Kowalski che, sentendosi assediati da un mondo che cambia e che non riescono o non vogliono comprendere, credono ancora di poter combattere una guerra personale." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 13 marzo 2009)

"Eastwood, rinsecchito con vigore, fa di nuovo centro: forte nella morale e commovente nella sostanza, nonostante segua un prevedibile percorso a ostacoli. Old Clint affronta il finale con piglio western, inquadrato di spalle mentre fronteggia una casa da horror. Il suo film non è né l'uno, né l'altro. E' il doloroso commiato di un cavaliere pallido." (Alessio Guzzano, 'City', 13 marzo 2009)

"Semplice ed epico, Clint è più eroico quando estrae un accendino (l'epilogo) di quando, giovane Callaghan, tirava fuori la sua 44 Magnum. Non basta? In un film che flirta di continuo con la morte, inserisce pause da commedia geniali. Come in tutti i tragici, in Clint alberga l'anima di un grande comico. Che occorre, ancora, per fare un capolavoro?"(Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 13 marzo 2009)

"Clint Eastwood è magnifico nel personaggio: la sua sicurezza evoca il tempo dell'ispettore Callaghan, il resto del film evoca il suo atteggiamento contemporaneo, i due elementi mescolati creano una figura composita toccante, un impasto di rimorso e violenza. La faccia rugosa, il corpo esile, il modo atletico di muoversi esprimono al meglio la fine d'un uomo forte di integrità e di coraggio." (Lietta Tornabuoni, 'L'Espresso', 19 marzo 2009)

"Lo strano, o per lo meno l'insolito, in un film hollywoodiano è la libertà che sembra prendersi Eastwood, che a un certo momento dà l'impressione di 'perdersi' in lunghe deviazioni apparentemente non essenziali. Si prende il tempo per raccontare alcune specificità antropologiche degli hmong scherza con le differenze razziali (e razziste) delle varie anime americane, allontana la minaccia che incombe sul film come se volesse far imboccare al film un'altra strada, quella di una commedia di costume un po' fuori dai tempo. E poi, all'improvviso, fa ripiombare lo spettatore di fronte alla violenza e alla crudeltà. Obbligandolo però a fare un passo ulteriore, che è quello dell'assunzione delle proprie responsabilità di fronte alle ingiustizie della vita. E chiudendo perfettamente il percorso che unisce questo film a 'Mystic River' e 'Million Dollar Baby': la coscienza della responsabilità che i padri - veri o putativi poco importa - hanno verso i figli. E il carico di debiti morali da cui non possono certo liberarsi. Alla fine la storia riprende il suo percorso incalzante e sorprendente, che naturalmente lasciamo allo spettatore scoprire. Possiamo solo aggiungere che Eastwood lo fa con una assunzione di responsabilità inusitata anche per i suoi film, quasi fosse riuscito finalmente a fare i conti davvero con la morte che nelle sue. ultime regie aveva sempre più invaso le avventure dei suoi non-eroi, finendo per assumere l'aspetto del convitato di pietra. E che Eastwood filma con la semplicità e l'immediatezza che hanno solo i grandi." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 13 marzo 2009)

"Con 'Gran Torino' Clint Eastwood torna a dirigere se stesso a tre anni dal premio Oscar 'Million Dollar Baby'. Con lo stesso passo blues dei suoi titoli precedenti (in particolare 'Madison County'), con la stessa cura maniacale e poetica per i particolari umani, con passione e amore per temi e personaggi scomodi, Eastwood fa della sceneggiatura del giovane esordiente Nick Schenk un canto all'umanità di ciascuno di noi. (...) Eastwood continua nella sua personalissima strada di osservazione di razze, religioni e differenze mettendo il proprio occhio addosso agli individui, cercando di scavarne le superfici senza appassionarsi a retropensieri o psicologismi, semplicemente accarezzandone i corpi. Ci fa spettatori del quotidiano, ma in una sorta di ralenti che ci permette di assaporare tutte le sfumature. Che a volte fanno tutta la differenza. La sua è un'arte che ormai porta un marchio, basta una prima inquadratura per capire che si tratta di lui, della sua firma, della sua macchina. Che si muove sempre delicata e a ritmo. Lo schermo suona, quando gira Eastwood. Un ritmo lento, nostalgico, con refrain appassionati e struggenti che sfumano verso il finale, lasciandoti addosso tracce di verità e di sublime. Una partitura che il regista ormai esegue ad occhi chiusi e che noi ci godiamo ogni volta, ogni volta meglio, ogni volta di più." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 13 marzo 2009)

"L'aspetto più stupefacente di 'Gran Torino' è che il copione di Nick Schenk è arrivato a Eastwood per caso. Può darsi che Clint se lo sia poi cucito addosso, ma può anche darsi che il dio del cinema abbia voluto compiere un miracolo. Non solo il film è stupendo, all'altezza dei capolavori che Eastwood realizza da quando siamo entrati nel XXI secolo ('Mystic River', 'Million DollarBaby', il dittico su Iwo-Jima, 'Changeling'); ma è unasumma del Clint-pensiero, una riflessione sulla violenza nell'America devastata dal liberismo sfrenato dell'era Reagan-Bush, una rilettura a 40 anni di distanza del mito del giustiziere solitario. Eastwood ha dichiarato che Walt Kowalski è il suo ultimo ruolo da attore: a vederlo così bravo, viene da dire che è un peccato, ma la verità è che Gran Torino è il vero testamento di questo immenso cineasta. E quando vedrete il finale - che non vi riveleremmo nemmeno sotto tortura - forse sarete d'accordo con noi." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 13 marzo 2009)

"'Gran Torino' è un film imperfetto, certamente non all'altezza dei recenti capolavori di Eastwood (uno per tutti: 'Mystic River'): è pasticciato, politicamente scorrettissimo, improbabile e gigione. Ma è anche l'ennesimo film in cui il cavaliere pallido si mette in gioco a 360 gradi, in cui cerca strade nuove facendo leva su ciò che la gente crede di conoscere di lui. E nel fare questo, invece di annoiare il pubblico come certi 'sperimentalisti' di casa nostra, fa ridere di cuore, e poi commuove: in una parola intrattiene, come solo un consumato animale da cinema sa fare." (Paola Casella, 'Europa', 13 marzo 2009)

"'Gran Torino', il nuovo gioiello di Clint Eastwood, racconta, estremizzando sia i toni da commedia che quelli da tragedia (perfino cristologica), insomma alla John Ford a braccetto con Billy Wilder, quella amicizia che riscalda emozionalmente gli ultimi mesi di vita, ai giorni nostri, del burbero caratteraccio di Walt Kowalski, ex operaio specializzato e altamente professionale, della casa automobilistica Ford negli anni quaranta e cinquanta e sessanta ... Quando si costruivano auto più o meno eterne (come si vede gironzolando oggi per l'Havana) e, fatte apposta per sfasciarsi a tempo. E quando il metalmeccanico era sinonimo di vero uomo che poteva e sapeva sputare proprio come costruire e riparare tutto, dal frigorifero alle finestre, dalle grondaie ai tetti ..." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 13 marzo 2009)

"Stilisticamente crudele e insieme classico, essenziale, il film è un pugno veloce nello stomaco, un capolavoro che non si nasconde dietro il dito dei buoni propositi ma guarda in faccia la realtà senza ingombri ideologici. Nessuna nomination per Clint, l'Academy preferisce la storia dell'anziano Benjamin che ridiventa bimbo a quella, intollerabile, di un vecchio antipatico che non trova nulla di fiabesco nell'avanzare dell'età." (Piera Detassis, 'Panorama', 19 marzo 2009)

Tutto Clint Eastwood

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