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Testimoni del nostro tempo, testimoni nel nostro tempo

Politica, quale politica - Incontri per ascoltare, approfondire, riflettere

Mercoledì 26 Maggio 2010

L'intervento di Beppe del Colle

Andando in giro per l’Italia a parlare di politica come fra di voi stasera, con l’unico accredito di occuparmene da ormai quasi trent’anni su una delle riviste più diffuse del Paese, “Famiglia cristiana”, non mi era mai accaduto di non essere sicuro che le mie parole fossero attendibili anche il giorno dopo come descrizioni di una realtà pur sempre contingente, ma non troppo misurabile soltanto sull’orologio e sul calendario, senza nessuna previsione possibile sulla sua durata.

Domani mattina potremmo invece dover leggere sui giornali cose molto diverse da quelle che abbiamo letto stamattina. Su qualsiasi cosa: sulla manovra straordinaria che il Governo ha preparato per metter riparo alle conseguenze nazionali della crisi finanziaria mondiale, sulle intercettazioni a proposito degli ultimi scandali, sulle liti nella maggioranza e nell’opposizione, sulle cifre sui problemi che più toccano da vicino gli italiani: la sanità, le pensioni, la scuola, l’occupazione, la disoccupazione.

Ma c’è di più. Non solo la politica attuale è difficile da commentare per questa sua caratteristica del tutto nuova, la sua imprevedibilità di 24 ore in 24 ore. La vera, e anch’essa inattesa difficoltà, discende dal fatto che da almeno un decennio non esiste più in Italia una coerente e autorevole visione cattolica della politica nazionale.

Morta la Dc in conseguenza degli scandali di Tangentopoli che hanno distrutto la cosiddetta prima Repubblica, gli italiani, credenti o non credenti, hanno dovuto accettare l’idea che la Chiesa è stata costretta, volentieri o meno, a cambiare il suo rapporto con la comunità nazionale italiana e con lo stesso Stato, se con questo termine comprendiamo le istituzioni di quest’ultimo tradotte nella vita quotidiana di una democrazia, che si sintetizza nella politica.

Non c’è più in Italia un partito che sia pure superficialmente si possa chiamare “cattolico”, come lo era la Democrazia cristiana, al quale la Santa Sede, la Cei, le singole curie vescovili, le parrocchie, le organizzazioni laicali come l’Azione cattolica, le Acli, la Fuci, i movimenti come Cl e così via, potevano affidare operazioni e iniziative, centrali o locali, che avrebbero potuto avere influenze e conseguenze sui più diversi aspetti dell’esperienza ecclesiale e religiosa in generale.

La fine della Dc ha avuto come effetto primario, dentro la Chiesa, quello che diverse personalità cattoliche hanno definito un cambiamento di strategia: dall’interventismo in politica, sia pure delegato a un partito di maggioranza e quindi di governo ininterrotto per mezzo secolo, a una politica “concordataria”, cioè rivolta ai rapporti diretti con lo Stato in base ai Patti lateranensi, e quindi affidata alla Segreteria di Stato vaticana più che alla Cei.

Questa scelta non si ricava da singole impressioni su singoli fatti, ma è stata ufficialmente comunicata dalla lettera inviata dal segretario di Stato cardinale Bertone al nuovo presidente della Cei, cardinale Bagnasco, il 25 marzo 2007, che si apre con queste parole: “Per quanto concerne i rapporti con le istituzioni politiche, assicuro fin d’ora a vostra eccellenza la cordiale collaborazione e la rispettosa guida della Santa Sede nonché mia personale”. Più chiaro di così non si sarebbe potuto essere...

Questa scelta, obbligata, ha prodotto un primo risultato: la ripetizione quasi ossessiva, a cominciare da Papa Giovanni Paolo II nell’incontro ecclesiale di Palermo nel 1995, del principio suggerito già dal Concilio Vaticano II che la Chiesa non intende scendere nelle scelte personali di ogni cittadino nel voto o nelle appartenenze ai partiti, ma indica le pregiudiziali etiche in base alle quali chiede ai suoi fedeli di giudicare la politica e i politici: i cosiddetti valori “non negoziabili” della vita e della morte, della famiglia, del matrimonio indissolubile fra un uomo e una donna, e così via.

Il secondo effetto di questa realtà è che il pensiero politico cattolico democratico, per sua natura aconfessionale, professato dai laici cattolici fin dalla fondazione del Partito popolare da parte di don Sturzo nel lontano 1919, già privato del partito tradizionale con la morte della Dc, è praticamente scomparso dalla scena politica italiana, avviata a un bipolarismo destra-sinistra in cui anche il voto cosiddetto cattolico, tradizionalmente affidato alla Dc come forza politica “centrista”, si è spaccato in due, con la diaspora forzata di quanto era rimasto dell’antico personale pubblico democristiano da una parte e dall’altra.

La conclusione che ne ha tratto “Il Regno” nel settembre scorso, prendendo spunto in particolare dall’attacco del “Giornale” al direttore di “Avvenire” Dino Boffo, che aveva osato criticare blandamente i comportamenti privati del presidente Berlusconi, provocando con le successive dimissioni la propria fine professionale, è condensata in queste parole: “Sconfitti i cattolici democratici e smarrita la possibilità della linea clerico-moderata, rimane ben poco del cattolicesimo politico. Quel che prevale è la linea concordataria, gestita dalla segreteria di Stato. Ma il Concordato, che assieme al Trattato lateranense ordina la materia dei rapporti tra Stato e Chiesa in Italia, non può che imporre di per sé una relazione ispirata alla collaborazione e all’armonia, non allo scontro politico”. E difatti proprio l’altro ieri il cardinale Bagnasco si è augurato, a nome della Cei, un voto “bipartisan” sui temi più scottanti dell’attuale momento, a cominciare dalla manovra finanziaria.

“Il Regno”, riassumendo la situazione creata con la resa di Boffo (e insieme a lui quella della Cei) davanti al fenomeno “carismatico” di Berlusconi al centro della società italiana e dei suoi attuali costumi pubblici e privati, come “una subalternità pacificata della Chiesa verso ogni governo”, si augurava “una nuova stagione dell’autonomia dei laici e del laicato, altrimenti per il cattolicesimo politico sarà difficile riconoscere una nuova e possibile alba in un tramonto”. Credo che molti fra di voi abbiano notato, negli ultimi anni, che questo incertissimo avvenire del pensiero cattolico democratico è diventato uno dei temi preferiti fra i credenti che vogliono continuare a ragionare e desiderano smettere di dover assistere al continuo inchino a Berlusconi da parte di molti politici cattolici del centrodestra come unico riferimento ideale, culturale e pratico della propria azione pubblica; e al non meno continuo adeguamento concreto alla linea laica e postcomunista della maggioranza del partito democratico da parte di quanti, fra i politici cattolici, hanno fatto quella scelta pur ripetendo, a ogni occasione, che vorrebbero cambiarla continuando un dialogo iniziato tanti anni fa, in obbedienza al Concilio, ma purtroppo mai arrivato a qualche concordata ed efficace conclusione.

Guardiamo a quello che succede in questi giorni, riguardo alla tradizione che continuiamo a definire del “cattolicesimo democratico”. Su “La Civiltà cattolica” del 1° maggio scorso il padre Francesco Occhetta scrive: “Lo spettacolo che la la politica sta offrendo in questi ultimi tempi , i toni polemici che la caratterizzano, talvolta la facilità con cui vengono emessi gli avvisi di garanzia, la mancanza del senso d ella legalità e della giustizia in ampi settori della società, stanno riaccendendo nel mondo cattolico il “desiderio di esserci” e di rifondare una nuova presenza politica”. La diagnosi e la prognosi di Occhetta sono da leggere, ma le speranze che suscitano non sono poi molte. Anche se ricorda le recenti parole del cardinale Bagnasco: “Sogno una nuova generazione di politici cattolici”. E anche se appaiono troppo fredde e generiche quelle di Ezio Mauro, riportate con qualche riserva in un libro di Marco Follini che si intitola “Elogio della pazienza” (in attesa del tramonto, prima o poi, di Berlusconi): “S’avanza una nuova figura di cattolico, che è insieme il prodotto della destra politica e la sua garanzia, perché le presta la copertura integrale dei suoi valori. Una Chiesa in cerca di tutela politica e una parte politica in cerca di identità finiscono per incontrarsi nel punto di incrocio tra due spregiudicatezze e due convenienze complementari”.

La questione, in teoria, è antica: quanto contava, fin dall’inizio, cioè dalla nascita del Partito popolare nel 1919, il fatto che, come osservò una decina di anni fa lo storico Pietro Scoppola, una forza politica avesse alle spalle una aggregazione, quella religiosa, che era anche una fonte di consenso e una riserva di voti? Il nome cristiano, disse Scoppola, in politica è insieme un omaggio e un abuso: diventa sempre più urgente riflettere sui costi, anche religiosi, di questa utilizzazione. Il cattolicesimo politico ha sempre avuto in sé, finché è vissuto in quanto partito, un’esperienza di fede, il tentativo e l’ambizione di rendere presente nella vita associata un annuncio evangelico che non si esaurisce in nessuna teoria politica o sociale; nasceva da esperienze spirituali, culturali e sociali, da esigenze etiche.

La domanda che dunque possiamo e in un certo senso dobbiamo porci anche stasera, nel pieno di una stagione di acuta sofferenza di un Paese avviato, come ha detto l’altro giorno il cardinale Bagnasco, verso il suicidio demografico per mancanza di speranza da parte dell’ultima generazione di giovani, è questa: è ancora possibile un partito ispirato al cattolicesimo democratico?

Prima di rispondere con un si o un no, credo che si debba tenere presente un giudizio piuttosto articolato che su questo argomento propone un autorevole esponente della vecchia Democrazia cristiana, parlamentare a Montecitorio e a Strasburgo, più volte ministro, Guido Bodrato, in un articolo pubblicato su “il nostro tempo” di questa settimana. Ne cito alcuni passi importanti. Nel momento in cui ha promosso la nascita del “partito della nazione”, con l’obiettivo di mettere insieme soggetti politici diversi che, con poca fortuna, si sono proposti di rappresentare l’area “moderata” dopo il tramonto della Prima repubblica, l’on. Casini ha dichiarato che questo nuovo partito, che rifiuta comunque la gabbia bipolare, non avrà come simbolo lo scudo crociato. La bandiera del popolarismo sarà finalmente sottratta alla contesa tra le tendenze in cui si è dissolta la Dc, il partito che ha rappresentato l’unità politica dei cattolici; e mi auguro che sia finalmente consegnato alla storia, al patrimonio della Fondazione Sturzo.

E tuttavia dobbiamo riflettere sul significato politico di questa decisione: si è definitivamente concluso un ciclo della storia italiana. Nell’89, con la fine della “guerra fredda” tra Usa e Urss, e del “nemico” contro il quale la Dc aveva guidato una battaglia di libertà, si è avviata a livello mondiale una straordinaria riorganizzazione delle aree di influenza, e nell’assetto nazionale hanno preso forza mutamenti sociali e culturali che non avevano ancora provocato la svolta, inevitabile, in un sistema bloccato dalla mancanza di una alternativa democratica. In particolare, i referendum sul divorzio e poi quello sull’aborto avevano dimostrato quale incidenza stava acquistando, anche nei comportamenti elettorali, il fenomeno della “secolarizzazione” della società.

E tuttavia il declino della Dc colse di sorpresa la maggioranza del partito, convinta che l’amministrazione del potere avrebbe riprodotto il potere. In quegli anni, sotto la spinta dei cambiamenti sociali e culturali, si stavano in realtà differenziando anche le riflessioni sulle radici della presenza dei cattolici nella vita politica: alla cultura della “mediazione”, di cui era espressione la Lega democratica (Scoppola) si stava contrapponendo la cultura della “presenza”, che aveva un importante riferimento nel movimento di Comunione e Liberazione. Non a caso, quando esplode la crisi della Dc, cioè dell’unità storicamente possibile dei cattolici nella vita politica del Paese, i cattolici democratici che fanno riferimento alla cultura della mediazione si schiereranno con Prodi e con il centro-sinistra; mentre i cattolici conservatori (o moderati) si schiereranno con il centro-destra, saranno cioè assorbiti dal berlusconismo.

In questo contesto è importante una riflessione: per i cattolici democratici le grandi coordinate della politica, quelle che hanno che fare con la qualità della democrazia, con la laicità della politica ed insieme con la passione che deve vincere l’indifferenza, cioè con la sua ispirazione cristiana, sono la Costituzione repubblicana ed il Concilio Vaticano II. Assai più controversi sono invece i riferimenti a queste coordinate tra i cattolici che si riferiscono alla strategia berlusconiana, caratterizzata soprattutto dal riferimento ad un anticomunismo che sopravvive alla morte del comunismo, e da una tendenza alla “personalizzazione del potere” che rischia di assumere connotati autoritari (come si vede in questi giorni, aggiungo io, con il disegno di legge sulle intercettazioni, che suscita avversione anche nel Partito della libertà).

Per questa ragione, quando si sollecitano le giovani generazioni ad un nuovo impegno nella vita politica, e si sottolinea che la politica è “la più alta delle carità”, se si vuole vincere l’indifferenza che sta minando la democrazia, bisogna avviare un lavoro culturale più vasto, bisogna avere un progetto che risponda alle questioni del tempo che stiamo vivendo, ma bisogna anche fare i conti con la storia: senza memoria non c’è futuro. Proprio sulla memoria di un periodo della storia nazionale che mi piace chiamare “un secolo da cristiani” mi sto esercitando da qualche mese alla ricerca di documenti, fatti, personaggi che di tanto in tanto propongo negli articoli per “il nostro tempo” e per “Famiglia Cristiana”.

Nel nostro futuro sia Bodrato che io stesso non pensiamo che ci possa essere una rinascita della Dc, come partito che rappresenta l’unità politica dei cattolici. Tuttavia sarebbe sbagliato ritenere che con quel partito è finito anche il pensiero politico “incarnato” nel personalismo comunitario, che ha avuto fra i suoi iniziatori e sostenitori i filosofi francesi degli Anni Trenta Maritain e Mounier. Quel pensiero, portato nella cultura politica italiana alla fine del fascismo dal Codice di Camaldoli (scritto nel 1943 dalla migliore intelligenza cattolica laica del nostro Paese 1943), ha concorso alla scrittura della Costituzione, ha prodotto l’europeismo, l’interclassismo, il pluralismo sociale e politico, le riforme sociali su cui si è costruita una società più giusta, e poi ha reso possibile un confronto tra forze diverse che ha permesso di camminare, attraverso una democrazia difficile, verso la democrazia compiuta. Obiettivo che negli ultimi anni si è allontanato.

Una osservazione è ancora a questo punto necessaria: l’appuntamento della 46ª Settimana sociale dei cattolici, che si svolgerà a Reggio Calabria nel prossimo ottobre, ha ravvivato il dibattito sul ruolo dei cattolici nella vita politica, ed il suo “documento preparatorio” che mette i cattolici “al servizio” della comunità nazionale, ha posto “il bene comune” al centro di ogni impegno e di ogni scelta politica. Riscoprire il bene comune in un tempo segnato dalla globalizzazione e dominato dagli egoismi e dall’interesse particolare, è un’operazione di straordinaria importanza, che tuttavia costringe a fare i conti con le contraddizioni del presente, dando all’invito della Chiesa «per una nuova generazione di cristiani coerenti e coraggiosi» un obiettivo politico. Sapendo, come ha detto Benedetto XVI, che «la politica è anche una complessa arte di equilibrio tra ideali e interessi», ma «senza mai dimenticare che il contributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà»

Questa doppia intelligenza, della fede e della realtà, mi richiama personalmente alla memoria un problema che recentemente ha coinvolto il settimanale che dirigo a Torino e che, a scanso di equivoci, preciso che é di proprietà della Curia locale. Nel numero che coincideva con la domenica delle elezioni regionali dello scorso marzo abbiamo pubblicato un articolo di due studiosi, uno di economia e l’altro di teologia pastorale, Flavio Felice e Paolo Asolan, che parlando della Lega ne sottolineavano una curiosa storia di timbro religioso. Partiti da un’aperta simpatia per il protestantesimo sotto forma di ostilità antiromana (la “Roma ladrona” era pur sempre la sede del Papato…) e quindi di valorizzazione del rapporto individuale con la Fede, arrivando ad attaccare “il Dio che raccontano al catechismo”, gli esponenti del Carroccio sono poi approdati a un devozionalismo di specie pagana, con il dio Po e con l’adozione dei riti “celtici” anche per il matrimonio e infine, sotto l’impulso di opporsi alla cosiddetta invasione islamica dei nostri territori soprattutto settentrionali, hanno cominciato a nobilitare quest’ultima missione ricorrendo alla difesa propagandistica del Crocifisso nelle aule scolastiche e all’opposizione alla costruzione di moschee in nome della tradizione cristiano-cattolica e del suo valore identificativo della civiltà europea.

La conversione della Lega dal protestantesimo al paganesimo alla cristianità cattolica da difendere si è infine manifestata, sostenevano i due studiosi, con l’offerta di sostegno e partecipazione diretta del Carroccio a molte manifestazioni locali religiose, diocesane e/o parrocchiali e di varie associazioni laiche cattoliche. Il protestantesimo individualista, non legato a una autorità gerarchica centralizzata, non serviva più, ci voleva una “fede radicata nel territorio”, in grado di opporre resistenza di tipo generale, ma senza accettarne tutti gli elementi caratterizzanti, la dottrina sociale, il solidarismo, il comunitarismo, il rifiuto di ogni discriminazione razziale , così tipici della Chiesa di Roma.

Il risultato di questa lunga marcia della Lega verso la Chiesa è stato quello che vediamo sotto i nostri occhi: il Carroccio è il primo partito in molte aree del Nord, fino al punto da condizionare le attività del Governo nei punti cruciali del proprio programma federalista, ed ha attirato molto voto che un tempo andava alla Dc e veniva per questo considerato “voto cattolico”.

Dopo il successo del candidato leghista del centrodestra in Piemonte, Cota, e la sua promessa che avrebbe impedito la diffusione della pillola abortiva Ru 386 (promessa smentita il giorno dopo, perché la legge 194 sull’aborto in vigore va comunque rispettata anche in quel caso) un eminente personaggio ecclesiastico, mons.Fisichella, rettore dell’Università lateranense e presidente della Pontificia Accademia delle scienze, in un’intervista al “Corriere della Sera” elogia la Lega affermando che “quanto ai problemi etici mi pare che manifesti una piena condivisione con il pensiero della Chiesa”.

Questa risposta suscita la protesta dello scrittore Claudio Magris, che aveva letto il nostro articolo e sempre sul “Corriere della Sera” pubblica una “lettera aperta” a mons. Fisichella, ricordando che la Lega “fomenta un volgare rifiuto razziale, che è la perfetta antitesi dell’amore cristiano del prossimo e del principio paolino secondo il quale “non ha più importanza essere greci o ebrei, circoncisi o no, barbari o selvaggi, schiavi o liberi: ciò che importa è Cristo e la sua presenza in tutti noi”” (lettera ai Colossesi). Il monsignore risponde, ricordando a sua volta gli episodi con riferimento ai valori “non negoziabili” in cui la Lega, cito fra virgolette, “ha mostrato il suo interesse come sostenuto dalla Chiesa”. Sul principio paolino citato da Magris nessun cenno.

Questo episodio, con altri dello stesso genere, ha spinto “Il Regno” a concludere il suo commento ai risultati elettorali del 28 marzo con questa frase: “Si è osservato, a fronte del successo leghista, l’accendersi di una qualche attenzione dei vertici ecclesiastici nei confronti dei maggiori esponenti di quel partito. Il fenomeno Lega, le forme del suo radicamento culturale e politico, il suo populismo meritano di essere guardati con grande attenzione. Solo vorremmo non sentirci dire, tra qualche tempo, che Cota è come Sturzo”.
Cioè che il federalismo della Lega è come l’autonomismo del sacerdote siciliano fondatore del Partito popolare italiano, all’origine del cattolicesimo democratico di cui non bisogna, almeno, perdere la memoria. Ed è quello che cerchiamo di fare questa sera.

 

 

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