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Il paese delle meraviglie - cineforum 2013

Reality - di Matteo Garrone

Reality - di Matteo Garrone

Giovedì 21 Febbraio - Ore 21:00

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Luciano è un pescivendolo napoletano che per integrare i suoi scarsi guadagni si arrangia facendo piccole truffe insieme alla moglie Maria. Grazie a una naturale simpatia, Luciano non perde occasione per esibirsi davanti ai clienti della pescheria e ai numerosi parenti. Un giorno, spinto dai familiari, partecipa a un provino per entrare nel "Grande Fratello". Da quel momento la sua percezione della realtà non sarà più la stessa.

Vincitore del Grand Prix al Festival di Cannes 2012

Regia: Matteo Garrone

Interpreti: Aniello Arena, Loredana Simioli, Claudia Gerini, Ciro Petrone, Nunzia Schiano, Nando Paone, Graziella Marina, Paola Minaccioni, Rosaria D'Urso, Giuseppina Cervizzi, Vincenzo Riccio, Salvatore Misticone

Sceneggiatura: Maurizio Braucci, Ugo Chiti, Matteo Garrone, Massimo Gaudioso

Fotografia: Marco Onorato

Montaggio: Marco Spoletini

Musiche: Alexandre Desplat

Il paese delle meraviglie - cineforum 2013 Giovedì 21 Febbraio: Reality - di Matteo Garrone Giovedì 28 Febbraio: Love is all you need - di Susanne Bier Giovedì 7 Marzo: Una famiglia perfetta - di Paolo Genovese Giovedì 14 Marzo: Amour - di Michael Haneke Giovedì 21 Marzo: Frankenweenie - di Tim Burton

Valutazione Pastorale (dal sito della CNVF della Conferenza Episcopale Italiana)

Giudizio: Consigliabile/problematico/dibattiti

Tematiche: Famiglia; Mass-media; Metafore del nostro tempo;

Dice Garrone: "Dopo 'Gomorra',2008, volevo un film diverso e così ho provato a fare una commedia. Parto da una storia semplice e documentata per un percorso fatto di sogni e di attese di questi sogni, che si sviluppa sul piano esterno geografico e su quello interno psicologico: la storia di un uomo che esce dalla realtà ed entra nel proprio immaginario". Certo lo scenario è rimasto lo stesso (Napoli e dintorni quattro anni fa, Napoli oggi) e al posto del dramma storico-sociale di allora c'è un quadro grottesco-ironico che parte forse per indurre al riso ma finisce intinto nell'amaro della perdita di se stessi. A muovere tutto è il 'reality', ossia il contrario esatto della realtà, il vero negato, l'illusione fatta sistema. Un meccanismo che è tuttavia ben detto, dichiarato, esplicito. Un intreccio suadente nel quale l'incontro tra l'esibizione di se stessi e lo scontro cinico con gli altri crea un amalgama irresistibile, per di più coronato dalla cifra destinata al vincitore. L'ampia fetta di Italia attratta da queste seduzioni televisive non spinge Garrone verso denuncia o rabbia, non crea le premesse per reazioni o alternative. Il copione diventa allora la cronaca di un sogno nel sogno, una (non) realtà magica e impossibile, lontana e invisibile. Forse cinema nel cinema: ossia lo sguardo lungo del fotogramma che crea mondi paralleli e fantastici, ritaglia uno spicchio di vita stravolta e deformata a partire dal matrimonio iniziale, per proseguire dentro la piazza con la pescheria, anche quello uno scenario teatrale della crudeltà. La discesa di Luciano nella propria ossessione manca però di qualche passaggio di raccordo. Non c'è forse lo scarto di poesia e di invenzione che serviva a far lievitare la materia. I Mostri italiani ancora una volta trionfano, e sono tra noi: lo spettacolo va avanti. La magnifica prova degli attori (Luciano è Aniello Arena, detenuto nel carcere di Volterra per omicidio) spruzza di colori autentici squarci di un'altra vita, desiderata eppure vissuta qui e ora. E restiamo inerti e impotenti, quasi afoni. Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come consigliabile, problematico e adatto per dibattiti.

Utilizzazione: il film è da utilizzare in programmazione ordinaria, e in successive occasioni per l'attualità dell'argomento affrontato. Qualche attenzione é da tenere per la presenza di minori e piccoli, anche in vista di passaggi televisivi o di uso di dvd e di altri supporti tecnici.

Reality - di Matteo Garrone

cinematografo.it - Fondazione ente dello spettacolo ***** Ecco cosa sarebbe Gomorra senza pistole: una grande allucinazione televisiva. Da brividi

Con Reality Matteo Garrone conferma di essere, tra i grandi registi italiani, il più necessario.

Non è una faccenda di stile. Ne ha indubbiamente da vendere, ma non mercanteggia. La tecnica di Garrone non cerca approvazione, ma vive in simbiosi con il racconto. Lo genera e ne è generata. Perciò cambia ogni volta. L’Imbalsamatore era un vulcano dentro una pentola. Un ribollio di carne, vizi e passioni che divampavano e premevano: dal sottobosco alla superficie. Primo amore era ugualmente mostruoso, ma al rovescio: affetti dalla stessa bramosia, l’occhio del cinema e il cuore del protagonista ghermivano come vampiri il proprio oggetto del desiderio fino a prosciugarlo. Gomorra (ci) sprofondava nel termitaio della camorra eludendo ottica e racconto: del resto c’è un punto di vista di fronte all’insensato impasto di corpi e affari, sopraffazione e violenza?

Cinema che non ammette nessuna smania estetica né imperativo morale. Cinema necessario perché depurato. Sciolto da abitudini, miopie e ingiunzioni di sguardo. I suoi occhi non calano dall’alto, come rapaci sul mondo. Ma s’infettano con ciò che guardano. Lo sa bene il protagonista di Reality, Luciano (l’ergastolano Aniello Arena, bravissimo), che per troppa televisione non riesce più a distinguere il vero. Affetto “dalla sindrome del Grande Fratello”, questo pescivendolo mariolo che pare uscito da una commedia di Eduardo, si perde annullandosi nel sogno di entrare nella Casa del GF.

bagliato prenderlo per un film di denuncia. Garrone costruisce un altro dei suoi universi-chiusi. Impossibile tanto ai protagonisti quanto agli spettatori venirne fuori, discernere. Un acquario nel quale i personaggi galleggiano come pesci, in trance. Il falso è così incistato nell’orizzonte degli eventi da non poter essere più smascherato.

La società dello spettacolo di Debord - evocato dal bianco a tutto schermo dell’incipit - si è evoluta a spettacolo della società. Come una seconda pelle cresciuta su quella della realtà. E allora carrozze stile Versailles sfilano per le strade come fuoriuscite da un museo delle cere; robot vengono smerciati come copie regredite dei più potenti macchinari per cucina; improbabili fenomeni da baraccone riempiono piazze semicircolari come anfiteatri. Divi della televisione e modelli di Botero e schiere di fedeli in processione che compiono riti ridotti a messa in scena. Falso anche il movimento: su e giù, giù e su. Uno Yo-yo esistenziale. Nessun avanzamento. E noi dentro, maschere tra le maschere. Perduti in quell’allucinato decalco da reality che è diventata la vita. Fluttuanti dentro enormi palle di vetro, sospinti da una vertigine senza caduta.

L’occhio fisso sul potente lucernario di uno studio televisivo, mentre intorno è solo effetto notte. (Gianluca Arnone)

La critica

"Il genocidio di un popolo e di una cultura, di cui parlava Pasolini si è ormai compiuto e Garrone ce lo racconta con un film intenso e dolente, apparentemente lontano dallo sguardo cronachistico e 'neorealista' di 'Gomorra' ma in realtà speculare e altrettanto 'politico'. 'Reality', presentato ieri in concorso, non racconta soltanto l'involuzione paranoica di un pescivendolo convinto che qualcuno lo spii nascostamente, ma soprattutto ci illustra il vuoto di valori e di senso della realtà di un popolo intero, quello che ha barattato la sua cultura e la sua morale per molto meno di un piatto di lenticchie, per un'identità inconsistente e volatile, che promette successo e ricchezza e invece offre stanche maschere da marionetta. (...) Questa parabola autodistruttiva, Garrone la racconta all'inizio con i toni della commedia farsesca, a volte venata di una favolistica surrealtà (...), a volte di una più concreta e intrigante meridionalità (...) e servita da un cast straordinario, a cominciare dal protagonista Aniello Arena (carcerato a Volterra) per proseguire con molti volti presi dalle compagnie dialettali campane. Arrivando a un certo momento a liberarsi da ogni costrizione narrativa (e cinefila: il ricordo di 'Bellissima' è struggente nella sua inattualità) per preoccuparsi solo di pedinare lo smascheramento di un uomo - e di una nazione - che non sa più distinguere i reality dalla realtà. Senza cinismo, senza disprezzo ma con una coscienza del vuoto morale e culturale italiano degna di un grande antropologo." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 19 maggio 2012)

Reality - di Matteo Garrone

"Reality' è una fiaba al tempo della tv, ma anche 'Gomorra' era un film visionario, che partiva dalla realtà per trasfigurarla nell'incubo. Il film di Garrone - che è anche, forse prima di tutto, un pittore - sono sempre sperimentazioni stilistiche, mai denunce sociali. Garrone non è Saviano. Per fortuna. Il regista definisce il proprio eroe un 'Pinocchio contemporaneo'. Sicuramente è un ingenuo che attraversa il mondo senza rendersi conto dei fili che lo manovrano come un burattino. (...) 'Reality' è magnifico finché la dimensione fiabesca rimane sotto traccia, velata da uno sguardo impietoso sui miti culturali della provincia italiana. (...) Quando Luciano si piega nel suo solipsismo, c'è il rischio che l'affresco antropologico si riduca al ritratto di un'isolata patologia. Bel film, ma con un finale diverso poteva essere bellissimo." (Alberto Crespi, 'l'Unità', 19 maggio 2012)

"Sembra un fumetto, la copertina del pressbook di 'Reality', il film di Matteo Garrone che oggi passa in concorso per l'Italia: i personaggi tratteggiati con pochi segni di matita colorata, il titolo luccicante come un'insegna, quasi a sottolineare anche nello stile grafico il tono di commedia sopra le righe che il regista ha voluto dare alla storia di Luciano, il pescivendolo napoletano abbagliato dalle chimere dei reality show. (...) Garrone voleva un'atmosfera fiabesca e decadente che ricordasse le suggestioni della commedia all'italiana, ambienti che non avrebbero sfigurato in 'L'oro di Napoli' o in 'Matrimonio all'italiana'." (Titta Fiore, 'Il Mattino', 18 maggio 2012)

Reality - di Matteo Garrone

"Costruita con una regia che alterna pitture in esterno di notevole impatto a teatri e finestre che si aprono su luci fioche, attacchi di bulimia notturna, truffe e minuscoli cabotaggi, la favola di Garrone fotografa l'Italia senza direzione di oggi. Quella in cui la scorciatoia, in mancanza di strade asfaltate, conduce fuori dal sentiero. Tra la vastissima pubblicistica, anche filmica, certa di identificare tutti i mali del mondo nella tv (berlusconiana e non) e il film del regista di 'Gomorra', passa l'abissale distanza che corre tra i messaggi pedagogici e l'arte. In 'Reality' non c'è lezione. Ognuno può interpretare la discesa nel pozzo (...) con gli strumenti che preferisce. (...) Se per Garrone 'Reality' e un Pinocchio moderno e ingenuo che insegue un nuovo paese dei balocchi, l'universo che nuota nella bolla dell'apparenza più che a una favola, somiglia all'incubo. (...) Regia che alterna la visione globale al teatro casalingo. Finestre che si aprono su solitudini, miserie, momenti comici (...) che dividono lo spazio con lo sgomento." (Malcom Pagani, 'Il Fatto Quotidiano', 19 maggio 2012)

"Nella post-modernità, ovvero la società dello spettacolo applicata alla logica delle merci e del consumo, il Paese dei balocchi di un Pinocchio contemporaneo è la televisione. (...) 'Reality' è un film riuscito, una sorta di favola cupa che racconta l'uomo medio occidentale e il suo vivere in un mondo di non luoghi: gli outlet come gli acqua park, i supermercati come gli alberghi-residence specializzati nei matrimoni in stile catena di montaggio: tanti, contemporaneamente, in spazi appositi, con le medesime modalità. Essendo italiano, e non essendo, bontà sua, portatore di messaggi (...), Matteo Garrone usa l'elemento nazionale per raccontare una realtà occidentale e sotto questo profilo la dimensione napoletana lo aiuta perché gli permette di ritrarre meglio, nel gioco dei contrasti, la grande mutazione sociale a petto dei residui passivi di una società tradizionale che pure permane, e a suo modo fa resistenza, se non argine. (Stenio Solinas, 'Il Giornale', 19 maggio 2012)

Reality - di Matteo Garrone

"Ci sono momenti di puro genio in 'Reality' di Matteo Garrone. Quando riesce a far scintille mettendo insieme il Grande Fratello (inteso come programma Endemol), con il Grande Fratello di George Orwell (quello che in '1984' ti spiava contro la tua volontà). (...) Pensate a quanti manoscritti poetici ricevono le case editrici, inviati da gente che non ha mai letto una poesia altrui. Davvero siete convinti che la vanità e la voglia di comparire siano diverse nel caso del Premio Strega e del Grande Fratello? A noi, guardando dal di fuori, non sembra. A differenza di 'Gomorra', che era moderno e girato all'americana, 'Reality' rende omaggio al cinema italiano. Non solo 'Bellissima', anche molto Federico Fellini: sequenze dall'alto, sequenze a Cinecittà, grassone con improbabili abiti da matrimonio arricchiti di lustrini (altro piano sequenza, quando vecchie e giovani si spogliano). (...) Eppure il regista non riesce a non guardare con una punta di moralismo i divertimenti dei poveri. Perfino i camorristi erano visti con occhio più benevolo dei teledipendenti. Intendiamoci. Matteo Garrone (con Paolo Sorrentino) è sempre posizionato molte spanne sopra gli altri registi italiani. Sa raccontare per immagini, sa come si compongono le scene, sa come si scrivono i dialoghi - il dialetto èun grande aiuto - sa come si scelgono e si dirigono gli attori. Presi dove capita. (...) Spiace doppiamente, quindi, che il suo film non abbia un finale: ci eravamo appassionati alla famigliona, perché il resto del lavoro tocca allo spettatore?" (Mariarosa Mancuso, 'Il Foglio', 19 maggio 2012)

"'Reality' inizia con una carrozza trainata da due cavalli bianchi, come in una favola. Ma scopriamo presto che è una favola sgangherata, affondata nel peggio dei nostri anni volgari, senza centro, senza cuore, senza speranze. La carrozza trainata dai cavalli bianchi porta due sposi, protagonisti e vittime sacrificali di un matrimonio kitsch, pacchiano, grottesco, un carrozzone felliniano di personaggi obesi e perduti. (...) Forse qualcuno si aspettava un nuovo 'Gomorra', e non lo ha trovato. Forse semplicemente non lo ha visto. Perché nel disegno di quella Napoli di cortili sbrecciati, di dialetto strettissimo, in quella Napoli milionaria soltanto di speranze, dove non esistono più i lavori 'normali', perché non rendono nulla, dove si può vivere solo di truffe o di colpi di fortuna, come diventare famosi in televisione, c`è la fotografia disperata di un'Italia a pezzi. Un'Italia pronta a consegnarsi alla televisione, unico dio. (...) Una favola, come dice Garrone, che nasce da un episodio realmente accaduto. Ma è anche un film che rinnova l'amarezza buffa delle commedie di Eduardo, l'illusione disperata della madre Anna Magnani in 'Bellissima', le atmosfere dello 'Sceicco bianco', un film che ha l'andamento della discesa agli inferi del De Niro di 'Taxi Driver'." (Luca Vinci, 'Libero', 19 maggio 2012)

Reality - di Matteo Garrone

"Matteo Garrone torna a Napoli, lì dove si è costruita la sua fama internazionale dopo aver girato 'Gomorra'. Lo fa con toni più che mai lontani dal film tratto dal libro di Saviano, una commedia-dramma sulla pazzia, che ha come epicentro il 'Grande Fratello'. Ecco la ragione del titolo, 'Reality', parola inglese che dovrebbe essere tradotta come realtà, ma che messa accanto a 'show' diventa sinonimo di finzione. (...) Purtroppo sull'impatto sociale negativo dei Reality Show si è già detto tutto il possibile e l'abilità di Garrone nel girare ogni piccola scena con una grande cura per i dettagli, riuscendo a trasmettere la tragicità della situazione sulla pelle degli stessi spettatori, non è abbastanza forte per giustificare un intero film. Peccato, in alcuni momenti, soprattutto all'inizio (...), Garrone dimostra di avere l'occhio del grande regista e i dieci minuti della 'villa dei matrimoni' che aprono il film sono in grado di raccontare un intero mondo di persone e sensazioni. La scelta di Garrone di puntare su attori sconosciuti (c'è giusto un cameo di Claudia Gerini nelle vesti di presentatrice del programma) si rivela invece vincente, tanto se si parla dei comprimari che dell'attore protagonista Aniello Arena, voluto fortemente dal regista dopo averlo visto all'opera con la Compagnia della Fortezza, ovvero il gruppo teatrale del carcere di Volterra dove è detenuto con una condanna all'ergastolo per strage. (...) 'Reality' forse non avrà la forza di puntare alla Palma d'Oro, ma Aniello ha sicuramente tutte le carte in regola per ambire ad essere il migliore attore. Magistrato permettendo..." (Andrea D'Addio, 'Liberal', 19 maggio 2012)

"Gran Premio della Giuria a Cannes, che attraverso le vicende di un pescivendolo ossessionato dalla casa del Grande Fratello, nella quale spera di entrare, racconta un'Italia conquistata dalla tv, così come in 'Gomorra' era sedotta dalla camorra. Mescolando il piano della realtà con quello della fantasia, sogni e paranoie, il regista incrocia riferimenti alla gloriosa tradizione del cinema italiano, da Fellini a De Sica, passando per il teatro di Eduardo. Eppure il candore e l'innocenza del protagonista (interpretato da Aniello Arena, detenuto del carcere di Volterra) ci fanno pensare a un Pinocchio irrimediabilmente smarrito in un infernale paese di Bengodi." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 28 settembre 2012)

Reality - di Matteo Garrone

"Si scende dal cielo...Si risale in cielo. Due sequenze aeree, ad abbassarsi e ad alzarsi all'inizio e alla fine di 'Reality' la farsa tragica di Matteo Garrone (lui la definisce fiaba), che fu a Cannes ma esce solo adesso in oltre 300 copie. Dal sacro si scenderà al mistico, passando per le fogne, i vicoletti, i sotterranei e per un sacerdote che cercherà di spiegare la differenza tra l'essere e l'apparire. Impresa ardua, nel dopo Warhol. (...) Il film che vediamo è un perfetto «reality show». Non la sua critica 'magica'. (...) Senza un po' di pietà cristiana non riusciremo a capire niente né avere compassione di questa Napoli post-popolare che di sensi di colpa proprio non ne vuole sentire. Dei quartieri spagnoli - imbarocchiti dalle luci, dai costumi e dagli oggetti effimeri e dorati di Onorato, Bonfini e Millenotti - cadenti e spettrali, dove nessuno offrirà più una tazzina di caffè al mendicante sconosciuto che passa più tardi... Di una famiglia di pescivendoli e piccoli truffatori da strapazzo (tramite robottino appunto) che sfiora il colpaccio della vita dopo due audizioni, forse andate bene, per il Grande Fratello. Con tanto di «segno dell'ombrello» al vicinato tutto. E neppure di Luciano, il sognatore ostinato di ricchezza vera e gloria imperitura, padre di famiglia affettuoso, adorato dai vicini, di comicità «femminiella» e solarità partenopea tipica, uscito da una commedia di Eduardo (magari un personaggio di sfondo, molta miseria e niente nobiltà) senza speranza di ritornarci mai più. Rifiutando la risata ritmica, quella che scatta ogni 10 minuti, o la mitragliata comica, si è scelto un trio di sceneggiatori-scrittori come Braucci, Gaudioso e Chiti che non sono battutisti puri ma tessitori d'atmosfere stupefatte. Ed è come se fornissero un copione applicato alla musica di Alexandre Desplat che a Satie e Poulenc ruba gli elementi più grotteschi, gratuiti, dadà e insulari, per dare più aroma e sapore alla zuppa. E' il film una volta tanto che agisce sulla musica. Non viceversa. Eccentrico, comunque, e anacronistico, nel cinema italiano avere pietà per i «mostri» senza sensi di colpa, prodotti dal neoliberismo. E il populismo senza sensi di colpa di Garrone a essere criticabile." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 28 settembre 2012)

"Piacerà, spero a una bella fetta di pubblico. Perché è tra i pochissimi film italiani usciti nel 2012 che escano dalla routine. Che siano come deve essere un film. Ben raccontato, diretto e recitato, certo, ma soprattutto coinvolgente (quand'è che un film coinvolge? Quando lo vedi fino in fondo, lasciandoti per strada i pregiudizi della vigilia). Io, alla visione di 'Reality' sono andato carico di pregiudizi, di cattive disposizioni, di perplessità difficili da rimontare. Per cominciare: la commedia non mi sembrava tra le corde di Matteo Garrone. Che ha un bel curriculum, ma tutto nella direzione del dramma ('Gomorra') e se si vuole del feroce grottesco ('L'imbalsamatore'). Garrone s'è fatto strada raccontando storie di mostri (o di mostruose situazioni). Mentre Luciano, anche nei suoi momenti più bui, rimane personaggio di favola (impossibile respingerlo come altro da sè). (...) 'Reality' è una favola sempre sospesa tra tristezza e divertimento e neanche per un minuto un pamphlet politico o di costume. Il regista che ha raggiunto la notorietà traducendo in cinema Roberto Saviano, rivela una vocazione da prosecutore dell'opera di Eduardo De Filippo. Luciano è un nipotino dei dolci pazzi di 'La grande magia', 'La paura numero uno'. I loro fragili equilibri venivano rotti che so da una vincita alla lotteria, quelli di Luciano dall'irruzione nella sua vita del Grande Fratello. Ogni epoca ha i suoi miti. Quelli degli eroi eduardiani erano simboli di un Italia depressa. Oggi ci arrivano da uno scatolotto e da qualche telecamera spiona. Il curioso è che nell'uno e nell'altro caso lo scenario rimane eguale, la stradina partenopea riportata sullo schermo con una chiassosità degna del miglior De Sica." (Giorgio Carbone, 'Libero', 28 settembre 2012)

Reality - di Matteo Garrone

"II primo di tutti i reality? La famiglia. Luciano (il detenuto-attore Aniello Arena, strepitoso), pescivendolo e piccolo truffatore napoletano, sogna il reality con la maiuscola, il Grande Fratello, ma già lo vive a casa sua. Grand Prix a Cannes, 'Reality' inquadra l'odissea di Luciano, che nell'attesa ossessiva di entrare nella Casa esce fuori di testa. Con stile umanista, denuncia in fuoricampo e metronomo tra miseria (sociale) e nobiltà (televisiva), Garrone mostra come il reality sia oggi modus vivendi, format esistenziale: non è più la società dello spettacolo di Debord, ma lo spettacolo della società. Reality o realtà? Da vedere." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 28 settembre 2012)

"Divertente e amara commedia grottesca di Matteo Garrone, che scruta con diabolica perfidia il mondo degli aspiranti divi, disposti a tutto per il successo. Peccato che il film arrivi troppo tardi, quando il Grande Fratello televisivo è drammaticamente fuori moda e le sue star non se le fili più nessuno. Perfetto il protagonista, l'attore galeotto Aniello Arena, convinto di essere sempre spiato dalle telecamere. Avvertenza obbligatoria: il dialetto napoletano a volte è molto stretto. E stavolta non ci sono sottotitoli." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 28 settembre 2012)

Matteo Garrone

L'imbalsamatore - di Matteo Garrone - Poster Reality - di Matteo Garrone - Poster Gomorra

I film della stagione 2012 / 2013


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