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Così in terra - Ci vediamo al cinema 2013

La bicicletta verde - Haifaa  Al Mansour

La bicicletta verde - Haifaa  Al Mansour

Giovedì 18 aprile - Ore 21:00

Wadjda è una ragazzina di dieci anni che vive in un sobborgo di Riyadh, la capitale dell’Arabia Saudita. Pur vivendo in un mondo conservatore, Wadjda adora divertirsi, è intraprendente e si spinge sempre un po’ più in là nel cercare di farla franca. Dopo un litigio con il suo amico Abdullah, un ragazzo del vicinato con cui non potrebbe giocare, la bambina vede una bella bicicletta verde in vendita. Wadjda desidera la bici disperatamente per battere Abdullah in velocità, ma sua madre non gliela concede, poiché teme le ripercussioni di una società che considera le biciclette un pericolo per la virtù delle ragazze. Così Wadjda decide di provare a recuperare i soldi da sola

Presentato nella sezione Orizzonti del Festival di Venezia 2012

Regia: Haifaa Al Mansour

Interpreti: Reem Abdullah, Waad Mohammed

Sceneggiatura: Haifaa Al Mansour

Fotografia: Lutz Reitemeier

Musiche: Max Richter

cinematografo.it - Fondazione ente dello spettacolo ***** Haifaa Al Mansour punta al femminile e trova il Cinema: il primo film di una regista donna realizzato in Arabia Saudita

Gli orizzonti poco esplorati del territorio dell'Arabia Saudita. O meglio, poco toccati con occhio cinematografico, e al femminile. Classe 1974, Haifaa Al Mansour è infatti la prima regista saudita nella storia del suo paese, che compie anche un'altra impresa: girare interamente un lungometraggio nel proprio territorio, e addirittura nella capitale, Riyad.

E lo fa con La bicicletta verde, in orignale Wadjda, dal nome della giovane protagonista del film. Dodici anni, lunghi capelli corvini sull'abito nero, cammina lungo le polverose strade della città zaino in spalla, dentro e fuori casa e scuola, dove dominano, con atteggiamenti molto diversi, due donne: la madre, dolce e premurosa, che la vuole futura donna consapevole, ma che deve tenersi anche stretto, lontano da secondi matrimoni nell'aria, il marito, nell'interpretazione piena della bella Reem Abdullah, l'attrice più famosa in patria, finora solo per la televisione, qui al primo lungometraggio; la direttrice, corvo nero che vigila sull'educazione, soprattutto religiosa, e da qui anche sentimentale e dell'essere persona, delle sue giovani allieve. Wadjda ha le sue All Star ai piedi (le stesse che Waad Mohammed, che la interpreta, aveva nel giorno del provino che l'ha proiettata per la prima volta sul set), sempre: addirittura quando le impongono di indossare scarpe più “consone”, decide di colorare le parti bianche di nero per renderle “giuste”. Ascolta musica “estera” a casa, e fa cassette con canzoni d'amore, e braccialetti con i colori nazionali, che vende di nascosto a scuola.

Non vuole stare alle regole. E anche per questo, dopo un piccolo sgarro - l'amico Abdullah le sottrae il velo, fuggendo via velocemente inforcata la bici -, lo vuole battere in una corsa su due ruote. Anche se le donne in Arabia Saudita non possono andarci, e neppure guidare: è sconveniente. Decide, per avere i soldi e comprarsene una, di fare una gara indetta dalla direttrice: di Corano, imparandone i versetti, e sapendoli dire e cantare... Non ci sono sale da cinema in territorio saudita, sono vietate, e non si sa se passerà mai in televisione Wadjda, ma ne avrebbe molti diritti, mostrando una cultura senza macchiare, se non lasciando che il nero si spanda naturalmente dove il colore è già offuscato, in un paese dove si può entrare solo se musulmani, per motivi religiosi - la Mecca - e di lavoro. Girato con un'apparente semplicità, molto attenta, è un film inevitabilmente tutto al femminile, dove piccole parti sono dedicate all'uomo, che non ne esce né bene né male, ma solo come parte di un sistema di regole.

Come quello che porta una bambina della scuola, a dodici anni, a sposare un ragazzo di venti...e una donna a non cantare il proprio canto troppo forte, perché dall'altra parte del muro potrebbe esserci qualcuno, non il marito, ad ascoltare, e desiderare... Wadjda imparerà a dare voce al suo canto, quello che non era stata capace di fare in precedenza, mettendo altri passi in più, All Star ai piedi e ai pedali, sulla strada della dignità della persona, nella speranza, che dovrebbe appartenere a tutti, di far convivere il più possibile individuo e propria cultura. (Giacomo d'Alelio)

La bicicletta verde - Haifaa  Al Mansour

La critica

"Wadjda ha dieci anni e vive alla periferia di Riyadh, capitale dell'Arabia Saudita. Un tantino ribelle, la bambina non si sottomette all'amichetto Abdullah, col quale gioca dopo la scuola: per stargli alla pari, anzi, decide di procurarsi una bella bicicletta verde con cui batterlo in velocità. Sua madre, però, è contraria: perché nel loro Paese anche una bici, in mano a una creatura di sesso femminile, è avvertita come un minaccioso sintomo di emancipazione. Allora Wadjda decide che si procurerà da sola i mezzi necessari; ma l'unica via sembra vincere una gara di Corano che mette in palio un premio in denaro. Anche essere donna e regista, come Haifaa Al-Mansour, è una trasgressione nella sua terra; e soprattutto in un Paese che non ha sale cinematografiche. Dal neorealismo di 'Ladri di biciclette' al cinese 'Le biciclette di Pechino', e oggi con 'La bicicletta verde', le due ruote assumono un valore simbolico per raccontare un'epoca attraverso una storia privata. Haifaa possiede un acuto senso dell'osservazione e lo mette al servizio di un film da osservare nei dettagli." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 6 dicembre 2012)

"Wadjda ha un sogno: comparsi la bicicletta che vede tutti i giorni tornando a casa da scuola, e sfrecciare per le strade della città più veloce del ragazzino amico del cuore. Sembra una cosa semplice, eppure per lei non lo è. Infatti Wadjda (la bravissima Waad Mohammed) vive in Arabia Saudita dove per le donne tra le tante cose è vietato anche andare in bicicletta. Wadjda ha conquistato il pubblico dell'ultima Mostra di Venezia, dove era nella sezione Orizzonti, arrivato come il primo film di una regista donna in Arabia Saudita, Haifaa Al Mansour prodotto senza alcun supporto nonostante i sempre più frequenti investimenti culturali dei grandi capitali arabi. Ma forse la storia era poco nei canoni ammessi, anche se poi Haifaa Al Mansour non è mai aggressiva, e nemmeno giudicante, ma avvicina i diversi aspetti dell'universo femminile. Con una narrazione semplice, in cui gli schematismi occidentali rispetto al soggetto lasciano il posto a uno sguardo amoroso, una empatia coi personaggi, e con gli interpreti (stupenda anche Reem Abdullah che è la madre), anche quelli meno «positivi». Il titolo italiano, 'La bicicletta verde', ci porta subito a pensare ai 'Ladri di biciclette' di De Sica, il riferimento non è nemmeno troppo casuale. Haifaa Al Mansour sembra, infatti, guardare alla lezione del cinema iraniano di Kiarostami che, a sua volta, ha sempre dichiarato nei suoi primi film un debito col neorealismo italiano, nella scelta di mettere al centro i ragazzini che diventano la voce, e il racconto, dei conflitti e anche di una possibile ribellione." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 6 dicembre 2012)

"Considerate le gravi forme di discriminazione alle quali è soggetta la donna nei paesi arabi wahabiti, un film girato a Riyadh a firma di una regista del gentil sesso è già di per sé una notizia; se poi aggiungiamo che si tratta di una piccola storia di emancipazione femminile, l'interesse aumenta. E, tuttavia, ancor più importante è che la saudita Haifaa Al Mansour abbia esordito (grazie anche al Torino Film Lab tra l'altro) con una commedia assai graziosa e accattivante. (...) In una chiave di denuncia improntata ad affettuosità verso le protagoniste piuttosto che ad accesi toni polemici, il film scorre con piglio fresco e vivace e la deliziosa Waad Mohammed si dimostra un vero talento naturale." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 6 dicembre 2012)

"A Venezia 2012 e stato un po' il caso del festival, passato nella sezione Orizzonti. 'La bicicletta verde', infatti, oltre che un piccolo grande film è anche una sorta di manifesto contro l'oppressione delle donne, tanto da aver ottenuto il sostegno di Amnesty International. Si tratta, infatti, della prima pellicola girata da una regista in Arabia Saudita, paese dove le donne non hanno diritto al voto, né alla patente e dove persino il cinema è bandito: le sale sono proibite ed i film si vedono solo a casa. (...) Attraverso una solida sceneggiatura il film ci accompagna, quasi in modo documentaristico, attraverso le vite quotidiane di madre e figlia, mostrandone le difficoltà e gli impedimenti, senza mai cadere nel didascalico o nella denuncia retorica. Assistiamo così alle continue discussioni della madre con l'autista: non potendo portare la macchina, come ogni donna saudita, anche lei è obbligata ad avere qualcuno che l'accompagni sul posto di lavoro, molto lontano da casa. E non è che un esempio del regime di segregazione vissuto dalle donne. Wadjda, però, a tutto questo non ci sta." (Gabriella Gallozzi, 'L'Unità', 6 dicembre 2012)

"Dagli schermi di Venezia arriva (...) 'La bicicletta verde' diretto dalla prima donna regista in Arabia Saudita, Haifaa Al Mansour. La storia è quella di una ragazzina che, decisa ad acquistare una bicicletta per gareggiare con un suo coetaneo, diventa simbolo della speranza di cambiamento di una società dove alle donne è vietata persino la visibilità."(Alessandra De Luca, 'Avvenire', 6 dicembre 2012)

"Wadjda ha 10 anni e uno sogno nel cassetto: la magnifica bicicletta verde del negozio accanto per gareggiare coll'amico coetaneo Abdullah. Peccato le sia vietato, essendo una cittadina dell'Arabia Saudita che, oggi come allora, mantiene la condizione femminile a un livello di segregazione e sudditanza. Il 'fuoco sacro' della bambina però non conosce ostacoli né regole, portandola diritta al suo obiettivo, con la sorprendente complicità della madre. Presentata a Venezia 2012 in Orizzonti, la delicata e divertente 'commedia-in-favola' 'La bicicletta verde' sarà ricordata quale il primo film diretto da una donna saudita. Qualcosa di straordinario, se si pensa che tuttora in Arabia è vietato frequentare le sale cinematografiche. Va detto che la regista è straniera di formazione (Egitto, Australia) ovvero dotata di uno sguardo 'emancipato' sia nel cine-linguaggio, sia nelle tematiche. Oggi Haifaa Al Mansour è tornata a risiedere a Riyadh, ostinata come la sua giovane protagonista a immaginare un futuro migliore per le sue concittadine. Da non perdere. (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 6 dicembre 2012)

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