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Rocky Balboa - di e con Sylvester Stallone

Rocky Balboa

Sabato 27 gennaio Ore 21:00
Domenica 28 gennaio Ore 16:00 e 21:00

Dopo la morte della moglie Adriana, Rocky vive da solo col figlio e gestisce un piccolo ristorante. Nonostante il ritiro dal ring, qualcosa lo spinge ad infrangere per l'ennesima volta la promessa fatta alla moglie, all'età di 50 anni Rocky é pronto a rimettersi i guantoni per un ultimo indimenticabile scontro contro il giovane campione mondiale in carica...

Regia di Sylvester Stallone

Antonio Tarver Tony Burton
Burt Young Geraldine Hughes
Milo Ventimiglia Sylvester Stallone

Valutazione Pastorale (dal sito ACEC)

Giudizio: accettabile, semplicistico

Questo sesto appuntamento con Rocky arriva sedici anni dopo il "Rocky 5", e a ben trenta anni di distanza da primo "Rocky" (1976) che ottenne grande successo ma forse non lasciava ipotizzare una vita tanto lunga del personaggio. Stallone invece lo ha saputo modellare sull'età che é avanzata, e quasi su se stesso, facendone il prototipo di un eroe stanco ma non domo, affaticato ma ancora capace di trovare nella vita gli stimoli sufficienti per andare avanti. Si trattava anche di muoversi contro il declino del genere pugilistico', che al cinema vantava gloriosi precedenti ma oggi é quasi scomparso. Stallone mette insieme con misura i temi della fine del mito e quelli dell'eroismo quotidiano, ossia dell'uomo che diventa eroe perché crede in valori solidi e immutabili, il ricordo della moglie, l'affetto del figlio, lo sport come palestra di lealtà e scontri puliti. Il tono patetico che affiora qua e là non inficia un ritratto che resta abbastanza credibile e sincero. Dal punto di vista pastorale, il film é da valutare come accettabile, anche se generalmente semplicistico.

Utilizzazione: il film é da utilizzare in programmazione ordinaria, e e da proporre nell'ambito di rassegne sul tema del rapporto cinema/sport.

cinematografo.it - Fondazione ente dello spettacolo Sylvester Stallone ritorna sul ring a 60 anni. Ma la sua nuova sfida finisce KO, tra déjà vu, povertà stilistica e scarse emozioni

Il sogno americano continua, i valori familiari si riconfermano, l'allenamento e la passione per la boxe riprendono, ma il film non convince, le buone intenzioni non coinvolgono emotivamente in termini cinematografici. A parte gli ultimi 20 minuti dedicati al fatidico e immancabile match - durante il quale lo spettatore si risveglia, aggredito dal frenetico montaggio multiangolare -la sesta e ultima avventura di Rocky Balboa, scritta diretta e interpretata da Sylvester Stallone, non colpisce a segno. E per la saga di un campione di pugilato è un amaro controsenso. Sly torna nei panni del suo eroe più celebre e redditizio per collegare l'episodio conclusivo a quello iniziale del 1976. L'ex-campione ha quasi 60 anni, è imbolsito e depresso, e gestisce un ristorante dove i clienti ascoltano i suoi 'amarcord'. Nel tempo libero va a piangere sulla tomba dell'amata Adriana. Prova a riprendere un dialogo con il figlio, e inizia a frequentare una madre single.Un match virtuale in TV riaccende l'energia sportiva, che lo convincerà a sfidare - per beneficenza - un giovane campione afro-americano. E la dichiarata volontà di usare uno stile registico 'povero' e realistico ha generato un film noiosamente déja-vù, che non aggiunge nulla d'intrigante. Anche le rapide visioni in flashback (i momenti felici con Adriana) risultano prevedibili. La sequenza dell'allenamento, che almeno scorre con ritmo, offre le immagini care ai fans: i quarti di bue presi a pugni, le corse per Filadelfia, la salita sulla scalinata col celebre sottofondo musicale di Bill Conti. (Massimo Monteleone)

La critica

"Arrendersi all'emozionante ultima puntata della vita di Rocky Balboa non è cosa di cui vergognarsi. Con sincero slancio Stallone ripresenta il suo eroe, bolso oltre ogni immaginazione, a torso nudo davvero inguardabile. Eppure la vicenda funziona come racconto popolare, irrealistico ma ricco di simpatia, di sentimenti emarginati da una nuova società, di un calibrato sentimentalismo che non esclude l'ironia. Sceneggiato e diretto da Stallone, 'Rocky Balboa' si consegna al pubblico nella speranza che i sacerdoti della 'kultura' d'élite vadano a trastullarsi con altre vicende. Qui c'è solo un déjà vu rassicurante, rozzo e travolgente. (...) del rockysmo e con un po' di commozione e un salto di adrenalina si esce dalla sala soddisfatti." (Adriano Di Carlo, 'Il Giornale', 12 gennaio 2007)

"Il bello è tutto qui, un piccolo miracolo. La terra è stata devastata da guerre, l'America e il mondo dall'11 settembre, anche il pugilato è spesso videogame per bambini rincretiniti ma lo 'stallone italiano' non ne viene scalfito. Accade agli eroi senza tempo. Ha il coraggio granitico di John Wayne, il sentimento paterno di Spencer Tracy, l'altruismo selvaggio di Weissmuller. Nulla cambia nella struttura del racconto perchè così è giusto che sia: compassione, adrenalina da sfida anche contro lo scetticismo dei suoi comprensibili detrattori. Infine il match improbabile contro il giovane campione dei pesi massimi, i minuti più riusciti del film confezionato da uno Stallone in stato di grazia. Il resto sono spruzzate di intelligente autoironia, un po' di retorica, pugni, attesa. A sessant'anni Stallone tiene ancora sulla corda." (Leonardo Jattarelli, 'Il Messaggero, 12 gennaio 2007)

"Sembrava che avesse appeso i guantoni al chiodo, Rocky Balboa, nella quinta puntata di una delle saghe più lunghe e popolari della storia del cinema, iniziata trent'anni fa. E invece a diciassette anni di distanza da 'Rocky V', Sylvester Stallone ha voluto tornare sul ring e rimettersi dietro la macchina da presa per prolungare l'eroica vicenda del pugile dei bassifondi che ha trovato il riscatto sociale abbattendo temibili campioni dei pesi massimi. (...) Con 'Rocky Balboa' Stallone, che è anche sceneggiatore, torna alle atmosfere realistiche degli episodi iniziali (e cita esplicitamente il primo, con la corsa sulle scale di Philadelphia), ricorre spesso a brevi flash-back e punta con modestia alla credibilità della storia e del personaggio. E alla fine si ha soprattutto la sensazione che, come diceva Morin, la star e il personaggio si contaminano a vicenda." (Alberto Castellano, 'Il Mattino', 13 gennaio 2007)

"Un film all'insegna della semplicità. Semplice nella realizzazione, semplice nelle emozioni che comunica e nei valori che propone. Che sono due. Il primo: non bisogna mai rinunciare ai propri sogni. Il secondo: ci vogliono cuore e passione nella vita, e il vero coraggio è quello di resistere. Come dice Rocky al figlio Robert: non è tanto importante colpire quanto resistere ai colpi. Sapersi rialzare in piedi e continuare a combattere." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 12 gennaio 2007)

"Si avvera la profezia dell''Aereo più pazzo del mondo': 'Rocky 28'. Stallone, a 60 anni, è irriconoscibile nei connotati: sembra Gassman nel finale dei 'Mostri' del grande Risi, quello dei pugili suonati. Lasciato il suo mitico boxeur Oscar '76 al quinto capitolo flop del '90, lo riprende ora contando sull'effetto 'che importano le candeline se si crede in se stessi' e lo rimette sul ring contro Dixon (il pugile Antonio Tarver). Ha il pudore di non farlo vincere, dopo molto sangue e sudore al ralenti, ma quasi: gli dà vittoria morale. (...) Stallone scrive senza spirito, produce, recita (ha la palpebra molle da cartone, ma è l'unico attore che con occhi aperti o chiusi fa lo stesso) ed elogia la propria umanità per tre quarti di film. Tampinando, nell'ordine, il figlio oscurato dalla leggenda paterna, l'ex ragazza madre Marie con rampollo rapper e altri vari ed eventuali malcapitati tra cui il vecchio complice Burt Young. Questo suo 'Rocky Balboa' senza numero progressivo, 98 kg e 400 di italian stallion, è un inno alla retorica, e non manca neppure il cane randagio e il finale sulla tomba della moglie. In match con lo stucchevole modello, Stallone manca d' autoironia, firma una storia fiacca e inerte in cui diventa cult la rievocazione di un falso mito cinematografico. Ci si accontenta di poco. Ma è tutto così falso, così spot per maggioranze rumorose, che diventa molesto e soprattutto noioso. E viene minacciato anche un 'Rambo IV'". (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 12 gennaio 2007)

"Ormai ai margini della Hollywood che conta, Stallone riprende il suo personaggio più celebre non per aggiornarne l'immagine ma per riflettere sul mito e rivendicare il diritto a un cinema che sia l'opposto delle regole oggi alla moda: personaggi senza glamour, marginalizzazione sociale, e urbana (ma senza la rabbia degli esclusi), solidarietà che nasce dalla rassegnazione, più che una polemica una rivendicata lontananza dai valori inseguiti dal figlio. E un masochistico aggiornamento del mito Hemingwayano del "cadere in piedi" che lo porterà a farsi massacrare di pugni per scoprire di essere ancora capace di rialzarsi. Identificandosi in maniera totale con il suo personaggio, Stallone-Rocky racconta se stesso e il suo cinema con una sincerità disarmante e le scene finali (...) sembrano il commovente testamento di un dinosauro conscio del suo imminente addio. " (Paolo Mereghetti,' Io Donna', 20 gennaio 2007)

Sylvester Stallone

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